Giornalista per sempre. [4]

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Febbraio 2005/Settembre 2008

Il giorno dopo, a Milano, raccontai l’esperienza durante le ore di frequenza al corso, al mattino. Narravo rispondendo alle domande dei compagni e dei docenti. Ricordo perfettamente che sentivo in me un palpito febbricitante. Come se la ferita delle parole, posso dirlo, l’offesa, stesse lavorando anche il corpo, stremandolo in una resistenza che pareva a qualcuno ancora più assurda di quella di sempre fin lì sostenuta. C’era tra i docenti, titolare di una o più ore, non ricordo, proprio quel mattino, un filosofo, che si occupava degli aspetti relazionali d’impresa. Era capace di grande empatia. Egli, sentivo, aveva compreso. Durante la pausa andammo come spesso a bere un caffé tutti insieme. Il filosofo continuava ad incalzarmi, voleva che raccontassi, ancora ed ancora. Lo faceva per me, lo capivo. Al banco del locale affollato di avventori, tra i compagni, il confronto si fece serrato. Io stavo male dentro. Non potevo negarlo a me stesso. Non tutti del resto davano pieno conforto alla mia esperienza. I più accaniti sostenitori della mia ingenuità, quelli che durante il corso si erano spesso impegnati a tentare di convertirmi al verbo del così va il mondo qui ed ora, e forse così sarebbe sempre andato, a loro giudizio, almeno quel giorno avevano optato per la decenza del silenzio. Il mondo, la cosiddetta società civile contemporanea ed italiana, non è e non è stata, spesso, migliore di chi è stato chiamato a rappresentarla. Lo avevo già ampiamente esperito prima di quegli anni, lo sapevo, e lo avrei saputo, ogni giorno di più in quell’infinito transito che iniziava allora, appena dopo Tangentopoli. Al contrario. Spesso, alcuni rappresentanti istituzionali ne sono e ne sono stati l’espressione più significativa, eccellente (nel senso proprio di esponenti esemplari della negatività che alligna diffusa) e l’humus della complicità è il brodo di coltura e di sussistenza della corruzione. “Con la sua condotta etica irreprensibile –mi disse ad un tratto il   filosofo – lei ha rivelato il suo interlocutore a se stesso. Ed egli non ha potuto sopportare tale evidenza. Non le ha perdonato di averla portata in luce dentro di sé”. Smisi di rispondere e di raccontare. Mi fermai alle parole del docente, che sentii profondamente vere. Da lì iniziai un cammino di consapevolezza ulteriore che, se in parte mi dava conforto, dall’altra mi rendeva ancora più esposto lungo il tratto di vita che irrevocabilmente si svolgeva in una fedeltà anche professionale a me stesso.

Oggi sono un poco confuso. Non so nemmeno più se vedrò quel Paese migliore che ho a lungo sognato, e che avrei sperato di poter collaborare a costruire con il modesto contributo della mia fatica. Sempre più, e sempre più spesso mi sono sentito tale, mi sento al pari di quei mendicanti che entrano nel vagone della metropolitana e, chi con il violino, chi danzando, chi ostendendo l’innocenza un bimbo, chi semplicemente narrando con voce turbata da pianto incipiente, raccontano la propria storia invocando un cent di carità ed uno sguardo di umana pietà. Mi chiedo, e chiedo, dove ho sbagliato. Nel credere che prima venissero le competenze e poi il luogo in cui impiegarle? Forse la mia preparazione è sempre stata eccellente (a parere d’altri) quando si è trattato di accedere a nuova formazione ed insufficiente per coprire un ruolo professionale? Forse è troppa? Forse insufficiente? Forse sono stato il più stolto ed il più immeritevole di occupazione fra tanti, al punto tale da anticipare volontariamente con i miei comportamenti i sintomi e le conseguenze di una crisi che ora prende alla gola tutto il Paese insieme e ciascuno nel suo scampolo di esistenza? Forse sono stato troppo in anticipo? O forse sono troppo in ritardo? Forse sono solo un presuntuoso illuso? Forse le cose non stanno come le ho vissute o come ho cercato di descriverle? E allora, come stanno le cose? Devo amaramente concludere che il mio curriculum vitae è stato sempre un bicchiere  di cartone e vuoto, come quello che presentano i mendici in metropolitana?

Talvolta sorrido amaro dentro me ad occhi chiusi, quasi nella trance del sogno di un Paese diverso, che non vorrei finisse mai, quando sento che da più parti viene invocata la formazione permanente. Lifelong learning, sento ripetere. La mia vita, e non solo quella professionale, è stata tutta un lungo apprendistato. Spesso volontario, e gioiosamente tale. Mi sono sempre sentito un estremo dilettante, in fase di continuo, feriale e diuturno apprendimento. Tanto felice in me, per me quanto inutile fuori di me. Forse non ho seguito il percorso formativo corretto? Cosa non ho voluto, saputo o potuto apprendere di quel che serve a vivere una vita professionale anche economicamente autosufficiente? E mi riferisco alla minima sussistenza, non al superfluo e meno ancora al lusso. O forse sono stato solo il più incapace fra quanti ho incontrato. Non amo gli enigmi e le sibille. La risposta è, per quel che è stato e per quel che mi riguarda, nella mia vita stessa. Lascio ai posteri l’azzardo di formularne una più corretta e precisa di quella che la vita stessa mi ha dato. Se il cuore gliene dice dentro…

Tra poco forse il mio viaggio professionale finirà. O forse è già finito da un pezzo ed io sono un sopravvissuto a se stesso che vive nel placebo di un’illusione feroce al risveglio. Dovrò scendere e non avrò più forza, faccia?, per salire altri vagoni. Ma una cosa vorrei capire. Che cosa dunque davvero vale in questo Paese, che amo, da un punto di vista professionale? Più il merito? Solo l’appartenenza? Unicamente l’apparenza? Che cosa significa essere disponibili? Che cosa essere umili? Che cosa vuol dire servire con dignità continuando a credere in ciò che si fa e prima ancora in chi si è? Che cosa significa sacrificare se stessi per ciò in cui si crede? Che cosa significa costruire senza scendere a compromessi? Quali sono le soglie etiche davvero irrevocabili che, prima ancora delle carte etiche e dei codici deontologici, denotano i limiti che non si possono oltrepassare pena la compromissione di sé ed in essa la perdita di credibilità? La correttezza e l’onestà sono davvero un lusso, come qualcuno un giorno volle indurmi a credere? Un vessillo da agitare nei pubblici e retorici pronunciamenti da parte di chi se li può permettere e da ignorare nella feroce quotidianità prigioniera dei bisogni ed orfana di sogni? E la dittatura del mercato, il primato dell’economia e della finanza sono e sono stati davvero i soli viatici d’accesso per qualche destino, anche professionalmente attestato?  E verrà mai un giorno in cui le cose staranno ferme in una loro indubitabile giustizia, dico di quella umana e perfettibile, certo, facendo sì che chi segue la via interiore di una tentata coerenza non debba alla fine pagare con l’esclusione e con la condanna alla marginalità?

Lo so. Può darsi che io sia solo un presuntuoso, un incapace, e forse anche altro che mi è stato talvolta rinfacciato a proposito delle mie scelte. Ma c’è qualcosa che non torna nel quadro che ho tentato di delineare, in tutta buona fede, e se ho sbagliato per ignoranza me ne scuso sin d’ora. Qualcosa che stona, ancora, qualcosa che stento ad accettare con piena quietudine professionale. Che cosa? Sono io, solo io, il piccolo accento, l’errore che incrina il senso della frase, l’occhio chiuso che oscura la scena? O qualcosa ancora rimane da fare, un tratto di strada da sgombrare perché il futuro si dispieghi piano e trasparente come fu, se non negli auspici di tutti, nelle speranze di qualche solitario qualcuno? Vissuto (e considerato), e non per sua astuzia, come fosse nessuno. C’è ancora luce davanti o sono solo un poveraccio rimasto fermo a domande che nemmeno gli adolescenti, e da decenni mi pare, ormai si pongono più? La vita, anche quella professionale, può essere ancora decenza, non dico sogno, o può essere solo l’abilità di una navigazione capace di compromesso che garantisca il mare aperto e la sua tenuta? Qui, nella rada di questa mia ultima ed estrema sera, sento ancora vibrare la speranza di una possibile risposta. Temo però che poco attinga alla memoria dell’esperienza. Credo che senta il vento aperto e caldo di un respiro che ha un altro passo interiore. Che spazza l’alba di un’altra storia. Nuova. Se non qui ed ora, altrove e un giorno. In un altro per sempre.

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