Il legno dritto di Papa Francesco.

Il legno dritto

di Papa Francesco.

Non so se e quando Papa Francesco scriverà un’enciclica. Per quanto poco importi il mio modesto parere di marginale a tutti i culti istituzionalizzati dalle chiese contemporanee e di estremo dilettante nella fede, credo che non ne redigerà mai alcuna. Papa Bergoglio è un’enciclica vivente. L’ho scritto ieri a proposito del suo viaggio a Lampedusa. Mi sento di poterlo affermare di tutto il suo pur breve pontificato, a partire dall’affacciarsi al balcone, a Conclave concluso da un’ora.

Non si tratta di comunicazione. Oggi più che mai, nella civiltà (?) dell’immagine e nel culto della rappresentazione infinita che i media di massa e la messe dei media mettono in atto senza remissione, la punta d’iceberg di ciò che appare è un indizio labile. Troppo poco per costruire la storia con qualche fondamento ontologico e di senso. Tutto il grande barnum si dissolve quando cala il sipario. Al levar delle tende, al cessare dell’evento, lo abbiamo visto, nulla muta nel cuore dell’uomo. Ed è questo che vale (sarebbe questo a valere, se fosse…). Non solo nella conversione cristiana. Anche nella laica salita verso soglie interiori più alte e limpide.

In chiaro. Ai tempi del “grande comunicatore”, lo fu, a detta dei molti, le chiese ed i seminari dell’Occidente moderno si sono inesorabilmente svuotate. Terminati i grandi happening (perché di questo…), la gioventù (e non solo) è tornata sempre alle proprie case. Cioè, nella stragrande maggioranza, alle proprie secolari consuetudini, che solo lo sfavillio mistificante (ed assai poco mistico) delle paillettes mediatiche aveva impedito di cogliere nella sua essenza. Temporaneamente sospesa nell’euforica rappresentazione di una fede di massa appagata dal presenzialismo effimero. Dalla performance esibita in mondo visione.

Un’essenza viva nella ferialità. Religiosa, umana. Antropologica. La secolarizzazione non è un’invenzione di anime belle e nemmeno lo strumento da lasciare in uso strumentale a moralisti interessati solo al potere temporale. Utile per ricondurre le pecore all’ovile. Non per fare di loro creature libere. In se stesse e davanti a Dio, prima di tutto.

Per non dire della corruzione, del cinismo, del consumismo che allignano ovunque indisturbati ed albergano anime di sedicenti testimoni della fede. Nella prassi feriale, nelle istituzioni, dei fedeli laici e non solo, nella vita di tutti i giorni. Dove l’indifferenza al destino del fratello, che non è purtroppo unicamente il portato della globalizzazione, il suo moltiplicatore esponenziale, secondo quanto ha bene sostenuto Papa Francesco, è consuetudine.

Ci sono icone della storia che ne accompagnano la narrazione e ne segnano indelebilmente i fondamenti. E qui non c’entra nulla l’inciviltà dell’immagine. Vi sono racconti assurti a simbolo di epoche durature e profonde. Immagini che scandiscono la memoria storica di intere popolazioni, di epoca in epoca, non solo di decennio in decennio. Credo che una di queste, che mi permetto di porre a soglia, anche iniziatica, di un nuovo tempo, un segno dei tempi (“segni dei tempi”: © Marie-Dominique Chenu), sia quella del pastorale in legno che ha accompagnato la visita di Papa Francesco a Lampedusa.

Qualcosa che urla in sintonia profonda con la discrezione assoluta del suo titolare (“per favore”). Un pastorale al quale davvero la fede degli ultimi, dei marginali, degli sconfitti di sempre, degli umiliati di ogni istante del tempo e della storia, può affidare la sincera e credula carezza di un cuore puro. Perché la povertà, fuori da ogni retorica, è lo stigma, spesso a duro prezzo assunto su di sé, della purezza interiore. Francesco d’Assisi. Non so ancora se anche dell’innocenza.

Su quel pastorale, un indizio affettuoso (lo scrivo con il rispetto profondo della letizia interiore) del Padre buono, il Dio che ride nel cuore dell’uomo bambino, si è posata la parabola di un tempo nuovo. La colomba che vola. Credo che il Vaticano II, in sonno da decenni, dall’ultimo Paolo VI?, abbia ripreso il suo cammino lì, sulle corte braccia in legno di quel pastorale, a Lampedusa.

Per questo, credo Papa Francesco non avrà bisogno di scrivere alcuna enciclica. Il suo memorabile incipit lavora già nel grembo dei giorni. Discreto. Silente. Povero. Se anche innocente, come la Storia chiede e nel senso a lungo profetizzato da Raimondo Panikkar (“la Nuova Innocenza, non un’ innocenza nuova…”), lo dirà il Tempo. Dentro il quale l’uomo ha ora un viatico nuovo, forte della sua mitezza, per più intensamente credere. Per continuare (tornare?) a più fortemente sperare.

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