Il muro ed il silenzio.

La fessura e la comunione.

Affascinati e al tempo stesso angosciati dalla pagina bianca. Un mito e uno stigma. Disabitati da noi stessi. Affranti dal deserto interiore. Incapaci ed impotenti a tracciare un orizzonte che tenga la prova acuta del destino. Infrante tutte le tracce che conducevano all’origine. Nel grembo in cui la speranza nasce ed in essa il domani.

Schiavi. Soggetti al dominio imperscrutabile delle cose, la cui essenza ontologica ci è sfuggita di mano. Dominati dalla necessità della funzione. Sedotti dalla viralità ineluttabile dell’apparenza. Corrotti dal demone dell’appartenenza. La solitudine è un karma che chiede statuti identitari riconoscibili. Prima di tutto da se stessi ed in se stessi.

Solo un Dio, uno qualsiasi, anche il Senza Nome, ci salverà.

Siamo soli, affacciati sull’abisso di Luce del nostro cammino. Soli, incapaci della muta preghiera che abita ogni istante del tempo ogni spazio del mondo, un afflato fraterno, amico e divino.

Siamo attratti dal Silenzio, di cui temiamo spesso l’imperscrutabile fondamento. Anche nella sua essenza ristoratrice di assenza del rumore.

Trascorriamo gran parte del nostro tempo a produrre frastuono, nella forma che indica una responsabilità singolare ed in quella rilevante di un’attività plurale.

Un rumore di fondo dentro il quale scagliamo un brusio d’infinite parole, spesso orfane di profondo ascolto. Lanciate nel vuoto pneumatico di un’assenza che è la cifra interiore di un’altra esistenza. Aggrappati come naufraghi nel mare tempestoso del nessun ascolto. La siepe leopardiana era una carezza tra il Sé e l’Infinito se correlata al muro di incomunicabilità che si erge tra l’Io ed il Mondo nella società della comunicazione di massa, dell’infinita replica dei messaggi e della smisurata quantità dei mezzi.

Lo sferragliare continuo di una civiltà in moto perpetuo, che ha fatto del movimento e della velocità due caratteri primari e vincenti nel qui ed ora della storia, minaccia il baricentro dell’attesa contemplante. Il nomadismo è (anche) uno statuto eccellente dell’antropologia meditativa, non (solo) una qualità dei corpi in movimento.

Ci salverà il Silenzio dei monaci. Un catalizzatore di comunione. Un mediatore essenziale fra le necessità interiori dell’uomo e le finalità esteriori che sembrano dominare il suo presente storico.

Una dimensione contemplativa che non è assenza di rumore o di parola, ma pienezza di un’anima incantata, muta ed orante davanti al mondo.

Mentre la ruminazione dell’infinito e dell’eterno nell’anima e nel pensiero costruisce un altro, il nuovo sentiero.

Lì, muovono dall’origine e verso il proprio destino i miei passi di uomo e di poeta. So dove condurranno ed è la sola certezza che ho. Non giungerò da solo perché nessuna creatura è mai sola. Perché nessuno si incammina da solo. Perché nessuno si salva da solo. E la prima nota amica che risuona nell’anima in ascolto è la voce di Dio. Sua la prima mano che guida. Sua la Parola che anima il canto. Sua, sempre anche quando la paratia stagna dell’incredulità scese convincendomi che Egli fosse un’Assenza.

Tu puoi lasciare solo il Tuo Dio, ma Egli non ti lascerà mai.

Quanti altri fratelli si agitano dietro lo schermo muto del Silenzio?

Quanti pensieri che non so di fraterna comunione sostengono l’arduo cammino della mia solitudine apparente?

La pena derisoria del Nulla abita per brevi istanti le tue corde interiori, uomo.

Il tuo sogno di armonia dentro e fuori i mondi che abiti o che non conosci non ti abbandona mai.

E’ il sale della terra, la musica del vento. Anche quando tutto intorno è solitudine e silenzio.

 

 

 

 

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