Il respiro del silenzio alla foce.

Tu che stai nei pressi del silenzio e già presenti muta la tua ora.

A casa, sei giunto, alla tua quieta dimora.

Hai reso al fiume la tua rena bionda, al canto innamorato dell’aurora.

Le tue ferite scosse dal ricordo, posate piano sulla riva, nei giorni della piena.

Tu vieni avanti, inesorabile destino, e sento l’ora dura che mi fissa in volto.

Io non so più guardarti ora che incalzi vera, sei il tempo della resa.

Sei tu, divino ascolto, che giaci teso in grembo a questo chiaro limbo dal desiderio assolto?

Ad ogni alba il dio felice della vita ha accolto in un sorriso il tuo risveglio.

Ed ora che il dolore inclina mesto alla tua sera, ed ora che ne sarà di te, della parola, della tua preghiera?

Tu vieni avanti o dolce amica amata della prima sera.

Tu sai il mio passo. Conosci il varco. Sai del segreto ascolto la fessura.

Il vento, chiedi, la brezza che risveglia la parola?

Il canto, dici, l’armonia di voci in cui la vita è eterna, il coro in cui non è mai stata sola?

Tremi.

Il Novecento andato via nei tuoi giorni belli: perché chiedesti all’innocenza non siamo come nella promessa ancora tutti uno all’altro fratelli?

La mano, ecco, la mano a tutti aperta a tutto disarmata…

E’ stato un sogno, dici, la giovane follia…

E’ stata tutta intera la tua corsa o fiume una follia.

Ah!, il mare azzurro aperto, là davanti. E voi, compagni, amici, amanti, lacerti rari di speranza…

Cos’è, il muro avaro dentro cui muoio, ora, cos’è, il buio in questa stanza?

Sorella solitudine, perché non hai parole di conforto ora che il fiume incalza alla sua foce giunto? Perché non hai la voce più argentina, la nota gorgogliante della fonte, nei giorni innamorati in cui nascesti… perché?

Tremi.

La Musa (esiste? Quale il suo volto, ora? Dimmi, esisti nella mia storia e nel presente ancora?) ride.

Il tempo. Il tempo ti divora.

Il fiume incalza. Lo spazio ha sete della corsa.

In quale terra amata del futuro – in quale continente?!- porti a morire in quale foce?. Dove si spegne il canto, la tua voce?

Millenni senza volto o solo istanti.

La mano nel presente, la parte per il tutto.

La nota nella stretta della notte che presenti, di tanti anni il solo frutto.

Tremi.

Tu tremi e gridi.

Giunto al confine del corso tuo ribelle.

La tua parola muta accesa e circonfusa di un canto primordiale.

Della bellezza piena delle stelle.

Pulsa.

Al ritmo lento del cuore.

All’assordante tic tac delle ore.

Tremi.

L’acqua rivolta il fondale.

Ti avvolgi nel limpido manto di tutti gli istanti, di tutto il dolore, dei giorni più belli e furenti.

La voce del fiume ora è un canto d’amore.

Che porta il tuo corpo il tuo senso la tua viva parola nel cuore del mare che si apre per sempre davanti.

Come ieri.

Come sempre in eterno.

Nella muta parola dei poeti e dei santi.

 

 

 

 

 

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