Il respiro silente dei congedi.

Viene avanti, inesorabile e lenta, l’ora sempre amata. L’ora che respirava nel cuore dell’origine. L’ora che dettava ignota i destini.

L’hai sentita nella sinopia del futuro.

L’hai accolta in un istante di sogno vissuto.

L’hai accarezzata, bianco fondale dell’alba nella giovinezza ignara.

L’hai conosciuta, un grido disarmato ed indifeso a tutto, nell’urlo della dolce malinconia che serrava alla gola il respiro, nell’ora della più intensa gioia.

L’hai colta al diapason della muta contemplazione, nel sole abbacinante di tutti i domani, ancora da vivere e da venire.

La dolce, la mite, la terribile, l’ineluttabile, l’inattesa sorella.

Il corpo ha le sue pulsioni e trema.

Il cuore ha le sue visioni e spera.

Insieme, il corpo ed il cuore, sono senza pena e da sempre al centro dell’attesa.

Viene avanti, a passi lenti.

Tu sarai giovane per sempre ed in eterno vivo, dice con la sua nota mite.

Sei già nel respiro silente dei congedi.

La furia della corsa giace. E’ stanca e vinta al ciglio del tuo tempo.

Nel solco del sentiero, il giorno che hai vissuto, sbocciano ancora i bucaneve.

In cima al colle intatto dell’amore, si posa sempre a primavera un fiore bianco di tremore, il ciclamino.

Danza, nella duratura passione della sua promessa, il mughetto che mai non sfiorirà dentro la perenne estate.

Dammi ancora, dice il tempo, la tua mano.

Chiedi: sarà forse per sempre?

Viene avanti, l’ora. Seduce come fosse un canto dell’aurora.

Nessuno più ti darà consiglio.

Nessun rimprovero più, varcata questa soglia.

Avrai nostalgia dei maestri e dei tuoi infiniti, silenziosi deserti.

Verrai con me? chiedi.

Viene avanti, con il suo dolce volto. Il volto di ieri. Scorrono sulle sue gote i tuoi ricordi, i tuoi pensieri. Brilla al centro del cuore un sentimento spesso ignoto al mondo, nell’ora che sprigiona intatta il suo primitivo ardore.

Sei passato anche tu, amore senza tempo, a questa soglia che si avvicina lenta, a cui m’affaccio smarrito?

Sento la vostra eco, creature appassionate, passeggiarmi accanto.

Lei viene avanti altera. Stringe al suo petto la tua estrema ora.

E tu, minuscola scintilla d’innocenza che  stai quieta e prona nella beatitudine di un sonno aperto a tutti gli orizzonti ignari, anche tu, un giorno, la vedrai venirti incontro?

Sognavi che fosse dolce e quieto ed immenso, che fosse pace dei sensi il tuo tramonto.

Qualcosa brucia e non è fuoco dentro la sequela delle tante croci. Sono rimorsi? Passi perduti? Passi d’addio di automi a se stessi smarriti?

Ecco, viene avanti, mentre tu per sempre taci.

E la musica, dice, e la parola, chiede, e il dardo di luce dagli occhi, ride, e il fuoco degli istanti di tutto innamorati? Tu stringi muto la memoria e piangi.

Viene avanti nell’imo suono della sera. Umile. Casta. Chiara. Stella del cosmo e dell’umano preghiera.

Non chiede e non dispera.

Il Novecento fu l’urlo torto nei pressi del Mistero e quale chiarità di santi nei passi del sentiero.

Lei, viene avanti. Impavida e lenta, la luce del Vero.

S’apre una fessura nel Silenzio intonso. Spira la brezza dentro, e il vento passa, che nelle cose pure del tuo giorno soffia.

L’inanità della lotta.

La giustizia sfatta.

L’iniquità che scorta i vinti.

Ah, la miserabile arte dei vili: quanti conflitti accende?

E la pietà, la carità dei miti?

Viene avanti la vita nel suo incedere lento.

Senti?

Il passo trema sul confine incerto.

Infinito ed eterno.

Viene avanti: il suo tratto è ora irrevocabilmente aperto.

Tu speri, chiedi?

E chiudi il pugno, mesto sigillo sopra il tuo giorno, ieri.

E’ lei, che viene avanti e ti apre la mano e la dischiude ancora.

Sei, nella notte, la resa innocente ed indifesa.

E’ ora chiedi, con impazienza esausta: è l’ora finalmente della prova?

Tu, che credesti tutto e nulla sai della Sua estrema aurora.

Tu che nel respiro lento del tuo canto per una vita intera a lei immolasti il corpo e la parola.

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