Il silenzio di Dio. [Un'orazione laica].


Il silenzio di Dio. [un'orazione laica].

Tu mi attendevi, all’altro capo del canto. Alla parola andata in fuga nel silenzio, chiedevi un volto. Che fosse stella accesa nel muto firmamento. L’anima arresa alla folgore, al lampo della storia brillato in un nuovo sgomento. Il margine era fiorito dai ricordi. Nessuno. Nessuno più abitava la sorgente. Eri un uomo solo e vinto ai confini del tuo smarrito niente. L’invincibile armata dei bisogni, quell’indole guerriera che avevi cancellata dal millenario cromosoma del quale fosti erede, si vendicava cinica, nella tua ultima sera. Povero sì, miserabile mai.

L’incedere solenne degli sconfitti che, redenti a se stessi, per una intera vita ti avevano camminato al fianco, tendeva la mano, ora.

Sorridere, quel privilegio ardente caro agli amanti, è una grazia, quando il nulla degli eventi incalza l’uomo, dentro. La parola è andata troppo avanti, vestita soltanto della sua nuda profezia. Nel corpo della forma, sola. L’anima la guarda da lontano. L’estrema gioia ha mancato l’appuntamento. L’hybris dell’infinito godimento l’ha per sempre spenta, dentro. Ed ora che il vento caldo della smarrita profezia l’avrebbe abbracciata, scaldata ancora come un tempo, ora la lingua è per sempre smarrita dalla meditazione e nel silenzio.

La balbettante retorica dei padri, ormai proni e spenti dalla lunga frequentazione con le istanze secolari, armata fino ai denti nella guerra dei media, lanciava il suo stentoreo: “Vinceremo!”. Rispondeva un’eco lamentosa, sparsa nei frammenti di voci claudicanti, abbarbicate a se stesse, al piccolo ombelicale privilegio di esistere senza passione. Priva di persuasione.

Una luce spirituale, un’esile traccia, si accendeva al confine dell’orizzonte, come nelle pianure dell’infanzia, quando la nebbia cancellava il profilo alle cose.

Un solo tepore ardeva, ancora, nell’imo del cuore. L’uomo guardava là, fisso lo sguardo nell’oltre che sempre aveva amato. Solitario e solo, sino all’argine del ruscello. Dove il gelo già aveva fermato l’acqua. Il suo per sempre era un seme di canto sotto la neve. Nessuna follia l’avrebbe potuto estinguere. Nessuna violenza uccidere. Nessun cinismo cancellare. La vita era a dimora nel silenzio. Non vista. Ignota. L’Eterno respirava, ancora. In cammino, verso l’Infinito. A tutti aperto nel sintagma oblativo. Il poeta si inginocchiò nella notte e pianse. Chiese in un’ultima, estrema, inedita preghiera, una quiete contemplante, il Silenzio e l’Assenza al Nome e al Volto, alla vera Presenza in sé. Di cancellare, per il tempo che fosse servito, il Suo nome, il suo volto, il soffio in cui percepiva dal varco aperto, una fessura di Silenzio, l’Essere nel suo infinitesimo, ma non infimo, essere. Da se stesso il Nome, il Volto, la Presenza avvertita di Dio. Per continuare ad essere la verità dell’Essere nella sola responsabile solitudine di sé. Fedele nella fedeltà all’umano che tutto aveva scontato. Tutto perduto. Tutto pianto. L’uomo avrebbe eletto la sua piccola dimora interiore a minuscolo e ardente testimone della Luce. Nessuna chiesa più, l’organizzazione della comunità, avrebbe avuto vanto sull’organismo vivente di chi solo soffre, spera, crede, ama. Nessuna religione costituente avrebbe avuto più vanto sullo statuto interiore costituito. L’appartenenza denotata da etichette e brand cancellata dalla comunione ispirata alla condivisione sororale ed amante. Spoglio, come un albero d’inverno. Nudo, come i folli di Dio e gli anacoreti nel gelo dell’opulenta incredulità che li circonda. Solo, come i monaci contemplanti quando il fuoco interiore riduce al silenzio ogni refolo di vita, fatti tutti nella trasmutazione dei metalli, un unicum orante. Monos. Un piccolo accento, ma tenace, nella notte del cosmo. Un esilio profano, ma sacro, nell’incredulo incedere di una Storia che, tremante, non sapeva tracciare più alcun orizzonte futuro. Inchiodata a se stessa, allo sguardo involuto che lucrava il consenso e il potere terreno declinando a piacere ogni nome divino. L’assoluto qui ed ora. Per diritto d’erede di millenni di fede e di credo. Il poeta in ascolto chiese infine a se stesso pregando che l’antica sua accusa al Silenzio di Dio diventasse nelle sorde parole dell’uomo moderno il silenzio su Dio.

Vorrei darti la mano, sorella, fratello, chiunque tu sia. Porla nella tua con la confidente fiducia di un bimbo innocente che si affida totalmente, senza remissione, all’altro di cui infinitamente conosce il volto, intuisce nel profondo il senso. Di cui sa il nome. Abbandonato. E così camminare con te lungo il sentiero della vita, al margine del fiume, nella luce del sole che filtra tra gli alberi. Nell’ora immensa in cui l’origine ancora non interroga il proprio destino con l’ardita domanda, perché non siam tutti fratelli?, che incombe impellente quando la coscienza dell’uno che siamo piano piano stacca la mano dal dolce sogno, dall’estremo sonno?, e ci scioglie, ognuno incontro ad un diverso cammino, tutti dentro uno stesso orizzonte. Vorrei parlarti così in silenzio ed ancora pregarti come nell’ora incontaminata del gioco di svelarmi il tuo segreto, la curiosa evidenza del tuo nome e del tuo volto così diversi dai miei che senza alcuna malizia così fermamente e fortemente mi attraggono… Vorrei… Vorrei che questo nostro viaggio non finisse mai. Che fosse tutta e per sempre dentro noi la bellezza adamantina di questo istante puro, che non ci lascia mai. Che riposto nel cuore riposa sotto una coltre di giorni fino all’ultimo respiro quando dagli anfratti carsici del dolore ancora sboccia in forma di rosa, sbocciano insieme il tuo nome ed il tuo volto e le nostre mani fatte anziane e raccolte nelle infinite grinze che raccontano memoria di noi e si cercano, di nuovo, come un alito di vita residua. Vorrei pregarti, e con te pregare insieme, come si prega un dio. Ed allora forse il Silenzio divino si interromperebbe. Ed io revocherei la mia preghiera adulta… Vorrei, questa sera, fratello, sorella, con te, con voi che fossimo insieme, oltre il Nome, oltre il Volto, oltre il respiro silente del Mistero. Oltre Dio stesso… nei primi passi di quest’infanzia che è la vita tutta davanti all’Eterno.

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