Incontrasi nell’anima [o nel profondo di sé].

Incontrasi nell’anima [o nel profondo di sé].

Il nuovo testo con il quale Isabelle Pariente-Butterlin torna qui, dopo avermi fatto il bellissimo dono di accettare l’invito ad iniziare Agapé con un suo scritto, apre orizzonti sterminati. E’ certamente vivo dello spirito del Convivio. E sarebbe bellissimo tentare, almeno tentare!, di rispondere, nell’eco del vento interiore che le sue domande e sue riflessioni aperte levano.

- “Mais qu’est-ce que la vérité d’un être ?”, scrive tra l’altro IPB.

Una domanda bellissima e terribile. Che ci conduce lontano, nel profondo di noi stessi, e forse nei pressi del Mistero. Che ci sconvolge con il suo denso farsi storia, anche personale, testimonianza, nell’eco di noi stessi, dell’io che siamo, che siamo stati, che saremo.

- “Seules les rencontres donnent du sens à cela simplement :…”.

Quale io senza un tu [Celan?]? Un io, e non un ego, certamente. Una denotazione identitaria interiore, e non unicamente e soprattutto una flessione declinata da fondamenti etici. Però, dove si pone la soglia del distinguo, se una ve n’è? La qualità morale dell’essere, e dell’essere se stessi, è solo un minuscolo accento sulla verità del sé? Una persona nel senso di unità singolare, certo, creaturale, eppure tale in quanto relazione… Il cristico dono della vita ricevuta che, nell’incantesimo della comunione, il dire se stessi nell’innocenza, conduce fino al sublime “io sono colui che sono” [“être ce que nous sommes.”]? E, del resto, quale comunione senza l’incantamento di una vita aperta al dono di sé [di un sé: di nuovo, la persona, unità creaturale senza alcuna apposizione distintiva...].

-”Avons-nous, sur Internet, une certaine façon de scinder le silence pour commencer à parler que les autres entendent dans notre façon de commencer à écrire ?”.

Una domanda che credo sia fondativa di gran parte della comunicazione e dunque delle relazioni, pubbliche, ma forse non solo tali, del nostro tempo. Naturalmente, la Rete non è un mondo a parte, al contrario. E dunque i fondamenti relazionali sono debitori di visioni che poco o nulla hanno a che vedere con i paradigmi funzionali e i distinguo relativi a sintassi e correlazione tra fini e mezzi. Persino la verità dei messaggi si scompone davanti ad una riflessione che non consideri i fondamenti identitari, l’essere di chi comunica, e ponga il primato nella natura dei mezzi. La domanda che Isabelle Pariente-Butterlin pone, apre uno scenario immenso. L’intuizione: già, quali sentieri percorre l’intuizione quando dalla relazione di prossimità e di conoscenza dirette ci si sposta nell’orizzonte della frequentazione in rete? Che è viva e vera, anche nel suo nascondimento [la menzogna, per esempio, vive la verità del suo essere tale, una menzogna, appunto]. A tale domanda, che dal tempo del mio esordio in Rete mi assale, quasi ogni volta ancor oggi, ho potuto offrire solo il mio sgangherato profilo di poeta, la mia modesta esperienza di giornalista, per quanto lunga nel tempo, e l’orecchio interiore di un uomo esercitato dalla vita al dolore… Mi piacerebbe però che altri esplorassero la particolare natura del silenzio di cui Isabelle Pariente-Buttlerin scrive. La sua qualità ontologica a partire dalla persona e non dal mezzo e/o dalla funzione. Mi sembra l’inizio di un affascinante viaggio dentro universi forse ancora in gran parte sconosciuti. Se non con la luce, modesta ed insufficiente, di opzioni strumentali e funzionali. In una infinita collazione o giustapposizione di diverse unità che definiscono uno sterminato catalogo combinatorio, ma poco dicono della profonda natura del senso e della relazione, di come essa si possa accampare [anche] in Rete. Della natura e della qualità dell’ascolto necessari e, sì, d’“une certaine façon de scinder le silence pour commencer à parler”. Analisi prive spesso di quell’orecchio interiore che unico sa ascoltare ed intendere la voce dell’anima. La sola che sappia dire qualcosa [Qualcosa?] del Silenzio … e della parola che lo interrompe [o che lo espande, lo interpreta, lo vive].

E, forse, in tal senso il breve testo di Isabelle Pariente-Butterlin è solo un inizio. Un inizio quasi perfetto…

“On se rencontre une seule fois.”
E’ proprio così. Forse non so nulla davvero del me stesso che sono e forse dunque nulla posso sapere di Isabelle Pariente-Butterlin, di lei come di altri interlocutori [sulla Rete e nella vita, naturalmente: il tema identitario nella sua essenza non è peculiare del mezzo]. Però, di lei, ricordo con intatta precisione l’istante in cui l’ho incontrata in Rete. Ricordo “une [la] certaine façon de déplacer l’air autour d’eux”, la sua. Ed è a quel lieve soffio di luce interiore, a quella scaturigine d’incontro, che ancora si appella la mia persona quando dialogo con lei. Certamente non posso sapere come e se lei sia cambiata e forse non lo so di me stesso nemmeno. So però perché lo sento che ad ispirarmi è tuttora ed ancora la lieve brezza che avvertii allora, quel lievito di vento prezioso che animò sin da subito la nostra reciproca riflessione. L’intatto senso dell’intuizione prima, mi guida la mano mentre le rispondo, ora come allora. Vi sono invarianti ontologiche dell’essere che fanno di ciascuno un’unità singolare. Se tentiamo di tenerci a quelle, confidando più nell’intuizione che non nella statistica, ed affidandoci più all’ascolto profondo che non al surfing relazionale, forse qualcosa di noi e del Mistero che ci abita possiamo scoprire. Nella Vita, dentro e fuori la Rete.

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