La Cosa.

La Cosa.

L’ansia flottante delle suppellettili alla deriva nel fiume della vita, qui dove i tempi ne strozzano l’estremo corso verso la foce, segna e denota uno stigma dell’epoca al tramonto. La cosificazione delle esistenze. La sobrietà degli indigenti è affollata di inutili accumuli immolati un giorno sull’altare di una prudente innocenza. L’avidità furente dei Mazzarò di ogni tempo e luogo ha ingolfato i siti ospitali detti un tempo dimore, o più laicamente, case. Pochi, o nessuno, sono scampati al demone della saturazione. Pieno per vuoto, l’inesorabile legge dei consumi. Addestrati. Personalizzati. Spinti ai confini terminali di una originalità artefatta. Indotti dal culto parossistico della novità. Gli esiti sono devastanti. La diga della frugalità ha ceduto da tempo immemorabile. Nessuno ricorda più i giorni in cui cedette sotto il peso di una felicità indotta, anestetizzante ed onnipervasiva.

Ora che si è prossimi al congedo, al più casto dei congedi, il magazzino delle memorie restituisce un’istantanea sconfortante.

Mentre ammirava sgomento il flusso travolgente del mondo del quale egli stesso fu artefice, un tempo orgoglioso, provava ora un senso di muta impotenza. Avvertiva dentro sé la sensazione impoetica di essere un minuscolo accidente della storia, in preda ad eventi al cui spumeggiare rabbioso e rancoroso aveva dato un giorno ebbro di sé prima stura e poi impulso partecipe e protervo. Si sentiva il calco negativo del Prometeo che era stato, l’ombra di se stesso. Nulla più resisteva in lui della poetica bellezza del limite. Quell’accento di senso che un giorno qualcuno, il poeta, aveva consegnato all’eternità del tempo contemplando nell’angustia dei tempi l’infinito.

La cartolina che stringeva tra le mani, viva di nostalgici colori e spenta nel suo sguardo, l’ombra di se stesso, dell’uomo che fu, restituiva il profilo acceso della felicità. L’aveva dissepolta dalla memoria in uno di quei giorni feriali in cui la nostalgia tende agguati. Aveva lasciato che la malinconia impregnasse di sé ogni istante. Scorgeva se stesso rannicchiato nell’angusto anfratto del timore presente e si abbandonava ai fasti del ricordo. Così piccolo dunque era l’Uomo? Quello stesso che gli parve un giorno prossimo alla divinità, quando, pieno di Luce, di Speranza e di Canto aveva sfidato le Colonne d’Ercole del futuro ignoto per tentare di costruire un sogno? C’era solo un’istantanea del presente, insignificante, nei suoi occhi. L’istante, la molecola interiore dell’unicità dell’io, la vita, reticolo di relazioni e di incontri, al cui solo distaccarsi di un quanto l’intera umanità soffriva? Era dunque solo questo andarsene, come la folla stremata delle cose nel dirompente diluvio della loro fluviale corsa, indistinto fra i tutti, massa inerte fra le masse incalcolabili che avevano calcato la scena dei tempi? Numero, cifra, eppure essenza di qualità singolare, e comunque insignificante nel mare grande del Tempo, forse nel grembo stesso di quell’Entità sorgiva che qualcuno aveva chiamato nel segno di un’onnipotenza non mai esperita, Dio? Già, fare esperienza di Dio: essere Dio o il Dio in se stessi presente?

Non c’era più tempo: non c’era più da tempo il Tempo di Dio. La coscienza è il Tempo, aveva scritto un giorno lontano, più di trent’anni. Quale abisso di senso separava il qui ed ora delle parole incalzanti, fluviali anch’esse nella corsa verso la foce, e quello lontano di quel lento trasecolare dell’io nella Luce? Avrebbe voluto chiamare di nuovo con il suo nome proprio quell’inabissarsi della Vita verso la foce, con il suo nome vero, Morte. La quintessenza della verità che compone l’unicum del dono ricevuto. L’inizio. La fine. Avrebbe voluto, se solo il silenzio avesse restituito al sé incalzante quel barlume di vero interiore che la fatica aveva spazzato sotto il peso dell’accumulo. Anche la felice indigenza sarebbe stata marchiata a fuoco dalla consapevolezza opulenta dell’illimite. Chi sarebbe mai stato, lui, piccola scheggia incistata nel nulla della contemporaneità nichilista, davanti alla Storia? E dentro la narrazione dell’Eterno? Lui, che aveva sprezzato la legge dell’apparenza, l’immagine senza volto dei parvenu. Che avrebbe schifato l’autoritratto permanente ed onnipervasivo di un qui ed ora senza dignità perché privo della sete di Assoluto e di Senso.

Non c’era più il Tempo. Perché la Coscienza si era inabissata e scorreva inerte e nuda nel pulviscolo affaticato dei mondi perduti a se stessi. A bagno nel fiume di una storia indolente che scorreva furiosa e risentita verso la foce dei tempi. Offesa da se stessa. Offensiva verso il proprio passato, dunque, nell’insulto della presenza, violenta con gli stati nascenti del futuro. Mentre i sogni di cartapesta della superficialità contemporanea si ergevano presuntuosi sui fondali di cartongesso dell’apparenza, il poeta, discreto e non visto, indugiava nella eterna domanda. Se una sola, la lieve parola, aveva avuto il potere di uccidere l’uomo in se stesso, cosa avrebbe potuto, tutto insieme l’accrocco furente delle cose nel fiume scagliato verso il proprio futuro destino? Senza guida né senso, indulgente soltanto con la legge spietata dell’estremo potere, il possesso? Forse nulla, si diceva il poeta reclinato in se stesso. Nulla, se la luce accecante dell’atomo strano ancor nulla ha potuto con la Luce divina dell’uomo quando dice ti amo.

 

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>