La Malinconia. [1]

A tutti coloro il cui cuore canta quando il sole nasce.

La malinconia.

Dalla secolarizzazione della modernità,  all’aristocrazia del margine.

 

La malinconia è un sentimento povero, una nota a margine dell’anima, derubricata, secondo i canoni poetici vigenti, ad ospite interiore indesiderato. Oppure eletta dalla scienza a dignità di patologia latente, o preludio di qualche depressione. Pronta ad entrare, la malinconia, nello sguardo preciso dello studioso, fra le parole guida dell’analisi, nel taccuino su cui appuntare, appena poco prima delle soglie “border line”, qualche asimmetria sociale, qualche sbandamento che ancora, secondo un retaggio borghese mai del tutto tramontato, informa (lo dovrebbe…) di sè l’arte.

Invece, la malinconia è il sigillo splendido della solitudine contemplativa, quella che prende alla gola del canto il poeta quando, in interiore homini, spazza il cielo dei sogni, spiazzando ogni forma data ed ogni senso atteso. Dolce, la malinconia, come tutte le epifanie di senso, che si annunciano con un formicolio del sentimento, un brulicare di pensieri, in “limine” di sè, quasi ai confini del Silenzio.

I mistici vi si attestano con la imperturbabilità dello stilita, i poeti vi naufragano, dolcemente e, tuttora, leopardianamente. La malinconia è una forma, aristocratica, forse, dell’annuncio divino in noi. Subito dopo il turbamento, ecco la gioia. Vi è solo uno scarto, al varco di passo, tra l’abisso del no e la Luce della nostra risposta, quando ci visita. Non è la volontà, ma la Grazia che ne apre la soglia sottile, una fessura. Il cui preludio si chiama, malinconia.

La nostalgia dell’Infinito, dell’Eterno, di Dio, si manifesta in noi. Qualunque fosse il nome con cui Lo abbiamo invocato (o negato). Anche Nessuno, come Lo chiamano coloro che intendono così nominare la scintilla della coscienza. Il solo annuncio della consapevolezza,  l’unica eco della scaturigine originale cui la creatura attinge il senso dell’Umano (l’alto di sé). Essa è attesa, nel Sabato interiore della malinconia, dove nasce la speranza della domenica sublime, la gioia risorta. 

L’uomo del nostro tempo crede che avvenga solo quello che è al centro della scena. Unicamente ciò che vi è rappresentato accade. Egli crede dunque, coerentemente con se stesso, solo in ciò che vi trova spazio, perché solo  ciò che vi è narrato è credibile, è verità,  fonte di un credo. I media di massa sono il centro del centro. Ciò che non vi si rappresenta, non avviene. Ciò che non accade in scena, non è. Solo il Dio (in tutte le Sue rappresentazioni) che guadagna il centro ha quindi dignità e statuto di fondamento d’una fede per l’uomo contemporaneo. L’evidenza è, nella Modernità, l’esclusivo sigillo di un credo. La tristezza del margine è malattia. L’imperativo, il centro della scena, è festa. Il dolore si stempera, quando si ammanta di qualche accento protagonista. Talvolta le parole della compassione celebrata nei media, sui media e con i media, sono disancorate dal cuore di chi le pronuncia: giungono  a lenimento di sé, della propria minorità interiore, più che per consolazione degli afflitti. La comunicazione è pervasa dall’ansia devastante della presenza, una necessità ed insieme un’arma retorica. Un’arma, semplicemente, dunque nulla della religio.

La malinconia è dimessa, scenograficamente gracile. Il sussurro non ha lo stigma forte della comunicazione (mediatica). Piuttosto, reca in sé il seme, fertile e silente, della comunione. Così il bisbiglio continua ad abitare il margine. Il cuore del canto nasce ancora a Betlemme, ai confini dell’Impero, qualunque esso fosse. Non esiste impero senza pertinenze mediatiche. Anzi: oggi l’impero è soprattutto, se non esclusivamente, terra conquistata dai media. Terra di mezzi. La conquista del mezzo ha annichilito il messaggio.

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