La malinconia [2].

A tutti coloro il cui cuore canta quando il sole nasce.

La malinconia.

Dalla secolarizzazione della modernità,  all’aristocrazia del margine.

I farisei, ipocriti puntuti, stanno a guardia del confine. Lanciano l’indice retore a caccia della verità. Essa, persuasa, abita nascosta i puri di cuore. E’ una leggera brezza di senso. Agita l’anima del margine. Una carezza di verità interiore, la malinconia. Al limen fra la Terra ed il Cielo, essi, i retori ed i persuasi, si guardano, talvolta ignari o inconsapevoli, nello sguardo di un Dio nascente. Già e non ancora.

I segnali deboli vivono nella miseria più cupa, miserabili mai. L’aristocrazia dei resistenti, incontra il silenzio dei Consoli. Pilato se ne lava le mani. Il canto sorridente della storia bagna rive sconosciute ad Erode. La strage degli innocenti non trova l’Innocenza. Che viaggia infagottata ai margini dei tempi, nascosta in grembo a Maria, un’arte senza nome.

Non quella dei Barabba. Di coloro che cercano scampo nell’anonimato. Non quella dei traduttor dei traduttor dell’altrui pensiero. Coloro che vestono l’abito di Arlecchino, cucito con le pezze di intuizioni altrui. Annesse senza alcun pudore, dopo essere state pescate rovistando tra scampoli di generosità open source, libera e gratuita nell’offerta di sé (ma non anonima, piuttosto sconosciuta ai più). Non quella dei cloni identitari che, il mercato insegna, vivono di rispecchiamento, di furti interiori impuniti, di copia ed incolla, di case history alla moda, spesso indossate senza alcun fondamento in sé. Non quella dei simulatori, che coprono tutti i ruoli in commedia, ora di lotta ora di potere, spezzando e staccando frammenti delle altrui vite, con la violenza della menzogna, senza mai vivere nulla di vero in se stessi. Simboli tutti di un fenotipo di massa che ha nel clone stigma e salvezza rappresentativa. Cioè perdizione di sé. Un tempo, quando il nome e la cosa abitavano uno spazio esoterico condiviso, si sarebbero detti alienati.

Non di rado si tratta di rentier intellettuali che affidano alla prepotenza la sopravvivenza del proprio status, da vivi, e ai reggicoda servili, pronti a tutte le certificazioni di verità in simil pelle, il compito di tenere lo strascico della gloria (la vana). Che siano piccoli o grandi non importa, famosi o meno conta nulla. Importante è che abbiano un tesoretto di visibilità su cui investire anche la presunta credibilità, il maltolto da riciclare nella forma pulita di qualche legittimazione sociale, in scena. Non sono necessarie le credenziali della grande visibilità mediatica d’assalto. Sono sufficienti le astanterie del piccolo cabotaggio curiale, dove sciamano fra i bisbigli i postulanti, o i clan, nella diversa declinazione di merito, dei compagnoni rotti a tutto per i quali l’appartenenza è l’unico dogma etico, in una reciprocità d’intenti che si ferma solo davanti al mancato tornaconto personale e respinge unicamente chi non ha nulla da restituire. Da morte in vita li salva la folla mediatica acclamante o la festosità del piccolo gruppo scodinzolante. Dall’oblio post mortem, nessuno potrà scamparli. Nessuno celebra Barabba nel giorno del Risorto.

L’Innocenza che Maria porta in grembo e che la Maddalena carezza con grazia divina è quella dei poeti la cui parola è ostesa nel silenzio. Crocefissa al margine della scena. Con persuasa convinzione, non con retorica ostentazione di un ipertrofico sé, che qui si chiama ego. Quella dei nomi senza volto in scena, vivi nel margine. Ignoti qui ed ora, già eterni da tempo nel credo di un giorno che canta. Gioiosamente malinconici nella solitudine affollata di volti attesi, di stati nascenti che il Golgota del silenzio asceso regala loro, mentre ascoltano, solitari e non sdegnosi, la Vita che nasce nella parola e dentro. Un’eco senza fine di infanzia e di speranze. Di sublime malinconia.

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