[1] La strage dell’Innocenza.

La resa di Natale.[1]

La strage dell’Innocenza.

L’orda devastata dei vinti dentro si preparava all’ultimo, al feroce, al mediatico assalto. Esperta nell’esercizio della falange compulsiva, pronta alla battaglia multi fronte, dedita al moto perpetuo della funzionalità consacrata alla religione del sempre nuovo purchessia, muoveva lungo l’orizzonte cieco dell’eterno presente. Senza profondità. Senza durata. Senza speranza e senza memoria, dunque. All’apice di sé, dedita all’etica dominante, la coerenza situazionista dell’istante, guidata dai geni militanti dell’opportunismo, con scelta di tempo precisa, aveva annichilito lo spirito profetico. La sua indole relazionale coglieva, pur nel buio indistinto del naufragio identitario, il sicuro destino del proprio messaggio, colpendo il bersaglio come fosse l’interlocutore vittima, e non soggetto prediletto di ascolto. La strage dell’innocenza, il capolavoro degli Erode nella modernità. I canti del margine muovevano senza scampo lungo gli ultimi orizzonti di resistenza umana. Una nube letale di silenzio era scesa, come un venefico manto, retaggio dell’afasia interiore dei potenti. Il mezzo, la sua pervasiva opulenza onnipresente, aveva annichilito ogni messaggio. Gli ultimi virgulti di verità persuasa, sbocciati non visti sul ciglio dei tempi, ripiegavano gli steli, nell’indolente primavera dei signori della scena. La loro inutile e poetica bellezza a nulla serviva, quando i bengala del mercantilismo, l’ultimo degli ismi dell’Occidente contemporaneo, tracciavano nel cielo cupo del presente la parabola vincente dei target. Qualche brandello di parola vera osava alzare la testa, mentre la finzione, un parossismo diffuso dell’ipocrisia sempre latente, occupava manu militari le anime. Colonizzate, con le stesse parole elette dai portatori sani di bellezza, violate nell’esercizio della menzogna. Disconnesse da qualsiasi verità interiore in chi le pronunciava, alate dall’onnipotenza dei mezzi schierati a difesa del nulla che li abitava.

 

 

* I corsivi in lingua straniera non sono uno sberleffo all’indole provinciale di un’antropologia del declino e nemmeno il sarcastico sprezzo di un poveretto esiliato in Patria al solo diritto del registro anagrafico, il nome. Sono un sincero omaggio all’ontologia dei vinti dentro.

2. L’epica dei testimoni.

3. Etica ed etichetta.

4. Monasteri di Senso.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo

 

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