[2] L’epica dei testimoni.

La resa di Natale.[2]

L’epica dei testimoni.

La lettura pentecostale era stata spazzata via dall’abilità retorica della comunicazione. Un sorriso istantaneo, ardente nella sua solarità in favore di inquadratura, campiva con violenza tutto il qui ed ora, trasformando la mirabile ferialità dell’epica in un campo di battaglia privo di argomenti. L’istante, la velocità bruciante dell’azione, del dire invasivo, umiliavano la profondità del senso, relegandola nel magazzino digitale della libertà impotente. Un ossimoro nuovo in cui la proliferazione bulimica dei mezzi dissimulava la profilazione di nuove, insospettabili ed insospettate gerarchie. L’occupazione era cosa fatta. Il demone di una comunicazione assertiva vincente, costituiva l’asset di ogni forma di rappresentazione. Una menzogna ben confezionata con il packaging seducente di un annuncio complice del destinatario, aveva molte più probabilità di essere creduta, rispetto al messaggio discount del portatore sano di una verità interiormente fondata.L’apoteosi dei testimonial aveva soffocato la rara epica dei testimoni. Il brand usava strumentalmente qualsiasi persuasione esistenziale per accreditare con enfasi retorica la propria prospettiva d’interesse. Pronunciare parole prive di fondamento interiore, che non appartenevano dentro, non aveva alcun rilievo etico nella belluina contesa per l’affermazione di un sé ben rispecchiato nell’immagine desiderata. La coerenza avrebbe chiesto fondamenti di senso radicati dentro, nell’essere, e testimoniati fuori, nell’apparire. In un anello etico virtuoso praticabile a condizioni durissime, nella brevità performativa della necessità di imporsi blandendo con smagata efficacia gli ascolti in attesa di una sempre risolutiva e felice destinazione personale. Il sacrificio non aveva avuto alcun appeal mediatico. Anche il Bene maiuscolo aveva trovato da tempo una sua più accogliente e bene accetta declinazione nella minuscola ma irrinunciabile evidenza del benessere. La spontaneità dei buoni privi di iscrizione in qualche apposito registro degli aventi titolo e diritto alle definizioni di portatori di virtù, non aveva alcuna dimora. La verità non documentata non esisteva nella società della informazione permanente e pervasiva ,se non nella forma residuale di un accidente marginale. Conseguiva statuto di fatto realmente accaduto o l’accredito di una valenza identitaria, unicamente ciò e chi che veniva rappresentato nella forma comunicativa di un potere impositivo.L’esposizione responsabile di sé e l’ostensione spirituale di un vissuto non godevano di alcun accredito originariamente fondato, e dunque originale, nelle società della rappresentazione perpetua di massa. La bulimia informativa e la prestanza comunicativa, bene garantite al di fuori dell’universo dei segni,concedevano il diritto residuale dell’insignificanza espressiva agli altri da sé, ai non appartenenti. Coerentemente con una tradizione analogica bene attestata, il microcosmo informativo e comunicativo dei liberi e marginali costituiva il plancton inconfessabile ed inconfessato con cui si alimentavano non di rado i pescecani digitali. L’antropologia reticolare della condivisione, già ampiamente anticipata nel fallimento da una cooperazione analogica degradata e da modelli di collaborazione dilaniati dall’imperativo della competizione, era stata presto risucchiata nel vortice di una verticalità cara al potere di ogni tempo ed in ogni luogo.

3. Etica ed etichetta

4. Monasteri di Senso.

5. La livella della visibilità

6. L’Idiota contemporaneo

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>