La Vita semplice. [Tu, Luce del Mondo].

La Vita semplice. [Tu, Luce del Mondo].

La Vita è un inno francescano alla gioia. La Vita semplice, la nuda Vita, la Vita sola. La Vita che ogni giorno nasce e sboccia inattesa, che improvvisa e sempre fiorisce davanti. Muta ci sorprende e sempre, la Vita vera, c’innamora.

La Vita che ringrazia di essere così come è nata ed è. Il suo statuto di dono ne ricorda sempre lo stato di Grazia. La sola parola che ci abita dall’origine con diritto e dignità: Grazie.

Aprire gli occhi. Sentire ed ascoltare il battito del cuore. Lasciare che le gambe ci sostengano, mentre guidiamo l’incantesimo del risveglio dentro i nostri nuovi passi. Accompagnano il nostro cammino. Le braccia che si aprono, si sollevano, le mani che si dispongono all’incontro per stringere altre mani, sorelle.

[Dove, Signore, l’incantesimo si è spezzato e la distinzione da atto d’Amore si è fatto feroce disprezzo, preludio dell’azione belluina che vuole annichilire la mano altra, qualsiasi alterità di noi? Perché, dove abbiamo dimenticato che siamo sempre l’altro di qualcuno? Che l’altro siamo noi?]

Le labbra si dischiudono. Non per violare l’amabile Silenzio in cui Tu ti annunci ogni mattina: nella temperie sei nota misericorde, nella gioia sei come un felice compagno d’avventura. Le labbra si dischiudono per intonare la preghiera che silente ci detta dentro. Le labbra si dischiudono per pronunciare parole minuscole e sufficienti. Mentre cerchiamo di costruire sempre in noi l’orizzonte interiore che ce ne renda degni. Parole unicamente generose di noi stessi e senza spreco di un credito inesigibile: perché l’essere non è mai strumento o funzione ma unicamente un tratto della Creazione almeno pari a noi nell’essere noi la parte migliore di noi stessi. Bisogna almeno tentare di Vivere… [è l’invito del poeta].

La porta di casa si apre come sempre verso un quotidiano sentiero di Libertà. Chi in Origine la donò? Chi la restituì al nostro spensierato esistere per lunghi, talvolta inconsapevoli e irresponsabili anni?

Compiamo uscendo il gesto responsabile di essere nel mondo, rispettosi e grati del mondo [Grazie: il nostro risveglio è stato sempre una tensione alla gratitudine o abbiamo più spesso preferito soccombere alla risentita flessione dell’io che sempre conduce al rancore e nel rancore alla battaglia?].

La Vita pullula intorno alla nostra affollata solitudine di volti estemporanei, ed anch’essa è stata spesso, come può esserlo il Silenzio, una Grazia ed un dono. Nel frastuono delle insensatezze e nell’affollarsi di presenze curiose di tutto ma non dell’Anima, il solo fondamento relazionale essenziale affinché nascano l’incontro e la Vita dei due. [Dove ti sei smarrita armonia del Silenzio, custode attiva e premurosa della Solitudine, amica confidente della Speranza? In quale buio anfratto di noi ti abbiamo smarrita, sedotti dal cinismo o vinti dal terrore?].

Tutto fu composto e là era, in Origine, nell’Armonia creata per noi ed in noi. Nessuno infranse per lungo tempo la compostezza contemplante. Il poco che abbiamo è sufficiente. L’essere che siamo è tutto.

Non possiamo dimenticare che tutto è Grazia e dono e non possiamo fare altro che ringraziare, quando la compostezza armonica del microcosmo in cui viviamo è l’essenziale e l’essenza della Vita stessa. Luce dentro, Luce davanti. [Dove Signore e quando abbiamo infranto l’Orizzonte, da quale feritoia il buio ha fatto scempio di noi, invadendo la luminosa chiarità del tuo dono fino a renderci abisso?].

Perché dunque chiedere ancora, perché desiderare? Perché issarci sino alla più alta e luminosa parte di noi e poi reclamare di avere altro, altro ancora e più di noi? La volontà concupiscente è dunque la feritoia? E il nostro parossistico desiderio di avere, è l’incurabile ferita?

La lunga sosta nel sabato, dentro la soglia dell’Attesa, non è l’incompiutezza dell’Assenza. E’ la primavera di ciò che ora siamo nell’essere ciò che fummo. Il tempo cura tutte le ferite e l’estremo addio viene come un istante fratello dell’ora nascente.

Nessuno chiese nulla e nulla ci fu dovuto.

Tutto è stato dono e come tale si è rivelato il suo avvento.

Restituirlo è un atto naturale, come lo fu l’entrare con sguardo animato e cosciente nel cono di Luce della presenza. La vita si basta di se stessa. Su di essa sorrideva il sole degli stati nascenti, quando è toccato a noi entrare nella presenza al reale. E camminare con il nostro volto e con un nostro nome. Affidato anche quello al Mistero che abita l’anima, un mantello identitario amorevole, viatico di caritatevole compagnia nel cammino singolare eppur vocato alla comunione. L’anima, il volto, il nome, note sinfoniche nell’armonia degli incontri. Nel Coro della Vita. [Dove Signore abbiamo intonato la dissonanza che ci ha allontanati da noi stessi, dalla profondità dell’io e poi ci ha posto nella irriconoscibilità dentro la relazione? Chi di noi ha scagliato la prima pietra, per spegnere l’anima, deturpare il volto, cancellare il nome? Perché lo fece? Perché lo abbiamo fatto? Perché con la pervicace ostinazione del nostro essere la parte più oscura di noi tuttora lo facciamo?].

Fummo accolti e avremmo dovuto essere accoglienti.

Fummo dono e avremmo dovuto essere almeno gratitudine, se non restituzione.

Tu hai redento Signore la parte oscura di noi che prevalse ed ancora diffusamente prevale.

Lasciaci cantare la gioia della Luce che irradi nel mondo. Lascia che come un lampo, come un lacerto, come il riverbero dello statuto originale, che fu Innocente, la nostra umilissima ed inutile parola si alzi ancora nella notte, che pure abbiamo conosciuto, frequentato e talvolta dissolutamente amato.

Lasciaci il Tuo redento perdono.

La fine non è una resa. Il linguaggio armato è poco affine alla Vita semplice di cui stimiamo indegnamente l’essenza. È un artefatto inutile, del quale la Vita vera non ha né nostalgia, né bisogno, né necessità alcuna.

Ci difendiamo da soli ed in silenzio. Poiché le parole dei poeti nascono sempre e solo nella solitudine disarmata a tutto di chi si affida all’ascolto, di Te o del Silenzio.

Vieni Tu, Signore, a scrivere qui la parola Fine sul mio tratto terreno.

Sarà lo so l’inizio di un altro cammino nella storia di sempre.

Che è un atto di creazione infinita e di eterna creatività.

Le labbra che si dischiudono nel mattino al risveglio, gli occhi che si aprono, le mani cercano e spesso riconoscono unicamente, anche in questi terribili tempi, una sola dolente e pur sempre vera intonazione: perché la Tua solenne sinfonia si ispira alla Gratuità. Alla Grazia. Alla Gratitudine.

Prendimi Signore come vuoi e quando vuoi: la Vita Semplice che mi hai donato, è Tua. Il mio minuscolo grazie non potrà mai attingere compiutamente la pienezza della Luce che Tu sei, Luce del mondo. È stato bello tentare di vivere l’avventura della compiutezza terrena, sapendo che il Tuo orizzonte è Celeste.

 

Il 16 Aprile 2022, ore 9.30

 

 

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