La parola interiore

La parola interiore nasce in un alveo di confine. Tra luce di speranza e luminosi abissi. In un luogo che ho personalmente ed a lungo esperito in me. Che ho tentato di vivere. Che ho atteso e coltivato nella relazione, in ogni relazione. Spesso in estrema solitudine, ai margini della vita. Lontano, in un duro silenzio, che non è quello risonante d’armonie sublimi che abita, talvolta, i monaci, i poeti, i mistici prima durante e dopo l’esperienza della preghiera, della creatività, della contemplazione.

In un silenzio che è il mutismo spoglio degli innocenti sconfitti e ingiustamente condannati. Un silenzio che è l’impotenza dei marginali schiacciati ai confini della storia. Senza memoria, senza voce, senza speranza. Il mutismo che, non visto, pervade solitudini disancorate da ogni narrazione, da ogni scena mediatica, da ogni possibilità di dire almeno un lembo di se stessi. Il mutismo degli scomparsi alla vita, in uno scenario occidentale contemporaneo in cui chi non appare non esiste. Il mutismo dei vinti per sempre. Un mutismo che è stato anche mio nei giorni senza destino inchiodati ad un margine la cui irrevocabilità sembrava essere senza scampo.

Al diapason dell’esperienza umana e professionale, ha risuonato anche per me, in certi giorni sconfitti, la nota aspra e muta dei crocefissi al silenzio. La Grazia è lo stato creativo dei poeti ed è solo in virtù di Essa che il poeta, anche nell’ora terribile, può ascoltare il canto della vita che nasce. Luminoso o disperato, talvolta luminoso e disperato, in sé. Fermarlo per se stessi ed in sé, e per tutti nella parola.

Ho scritto spesso di come e del perché ritenga che la crocefissione al silenzio sia una delle sequele più fedeli al viatico del Cristo, in questo nostro tempo. Sia la sola via per chi cerca, nell’umiltà del proprio limite, di abbracciarne l’esempio. Mi sono chiesto che cosa potesse davvero significare oggi essere cristiani. Quale la koinè della cristianïa. La nuova via del cristianesimo. O il sentiero stretto della nuova religio. L’antropologia che religa la Terra ed il Cielo. L’uomo e il divino. L’origine e il destino.

Due forme di potere estremo e totalizzante hanno caratterizzato ed attraversato tutta l’Epoca al tramonto in cui ho vissuto, in esilio dal tempo antropologico dato alla mia generazione, l’intera vita adulta. Quella finanziaria e quella mediatica. Una ancella dell’altra, di volta in volta assurte ed assunte dall’umano contemporaneo, flesso nella sua coniugazione vincente, quali espressioni assolute. Fino ad una forma di totalitarismo, nemmeno troppo dolce, che ha avuto per gli oppositori due soli destini. L’esilio fino alla marginalità estrema. La povertà, fino alla miseria indigente.

Salire il Calvario, essere nella sequela del Cristo in Croce, ha sempre significato, nella sua essenza sublime e dunque attingibile nelle diverse epoche storiche indipendenti dalla forma, seguire altro dai tempi e tentare di essere oltre tutte le forme di potere incarnato nella storia. L’incarnazione estrema ed assoluta del potere è detta secolarizzazione. Una via terrestre priva di aperture alla terzietà celestiale. Ha dunque significato, nella nostra epoca, essere al margine della scena mediatica ed essere poveri di tutto. Spogli, anche di se stessi. Dell’effimera potenza di un io che trascolora presto nella sua caricatura. L’ego. Il cui paradigma vincente ha trovato dimora nei santuari della contemporaneità.

La ricerca della verità di sé ed in sè, nei tempi che ho vissuto, è stata ed è inversamente proporzionale all’attitudine mediatica della rappresentazione impositiva di sé. Ho cercato di coerentemente seguire l’allontanamento da quest’ultima, fino alla quasi totale scomparsa dalla scena professionale prima. La relazione, nella sua essenza duratura e viva, è fondata solo ed unicamente nella verità di sé, non nel potere della rappresentazione di un io elevato ad ipertrofico ego. Un sé che non può essere straniero ad un fondamento ontologico di valore, e che dunque non può essere avvilito e poi annichilito nella necessità primaria di conquistare il messaggio per tentare di essere. L’avvento di tale paradigma, che non è stato solo ed unicamente comunicativo, ha avuto esiti devastanti sulla qualità ontologica dell’essere. L’apoteosi di tale deriva comunicativa ha avuto la sua quintessenza nella necessità di spettacolarizzare ogni istanza rappresentativa. Anche del sé singolare. L’ineluttabilità dell’evento è divenuto il paradigma dell’esistenza in vita. Senza abilità performative in ambito comunicativo, qualsiasi essenza di valore e qualsiasi abilità responsabile e forte di mature competenze, anche esistenziali, è diventata un accessorio inutile.

Ho scelto la sequela del margine. Fino ai confini del Silenzio. La solitudine, il silenzio, la marginalità mediatica, l’afasia rappresentativa di sé, denotano una condizione apicale della povertà contemporanea. I vinti sono coloro che non sanno d’esserlo o, che quando ne hanno coscienza, non sono in grado di comunicare in modo efficace la propria condizione. Non hanno nemmeno la possibilità di rappresentarsi come tali o di farlo in modo comprensibile a coloro che vivono la vita sull’altra sponda del fiume. Perché chi vince in un’apoteosi di segni, nella spettacolare evidenza di sé, e nella spettacolarizzazione di tutta l’informazione che lo riguarda, difficilmente riesce a concepire l’esistenza di qualcuno che vive nell’assenza. Schiacciato dall’inesistenza di un qualche sè che abbia capacità di rappresentazione. Che possa dirsi almeno a se stesso e, nei casi più felici, possa e sappia tentare di dirsi all’altro da sé.

Dopo Duemila anni è mutata la forma dell’impero. Anche Pilato indossa spesso panni insospettati ed insospettabili. La folla acclama Barabba, e lo vuole libero. Non importa quanti delitti abbia commesso. Il suo lasciapassare è spesso la sola fama. Anche se manigolda. L’innocente, colui che si muove ai confini dell’impero compiendo miracolosi esercizi di sopravvivenza, non piace alla massa plaudente. L’innocenza deve buttare il sangue della sua parola inutile. Che non di rado coincide con la parola interiore, con l’essenza poetica, con la testimonianza muta.

Il circo della rappresentazione, che sia nel cuore dell’impero o in una sua provincia mediatica, non può trasgredire la Legge. Il comandamento dell’apparire è appunto tale: un comandamento. Ed ha valore primario. Anche i farisei scelgono talvolta il silenzio. Ma solo quando debbono coprire la menzogna. Non per sfuggire la Legge scritta dell’apparenza.

La cristianïa attinge oggi verità nascoste. Le non dette. Le sussurrate. Alla soglia del Mistero. In solitudine. Le parole che non lucrano consenso, ma amano il proprio destino. Le parole che, nate nel foro interiore, vis-a-vis avec Dieu, hanno una sola vocazione: essere vive dentro un altro statuto interiore. In attesa. In ascolto. In dialogo. In relazione. Un silenzio cavo che, nel vuoto di sé, ne riverberi l’eco, intonandone la vita di nuovo ed in essa il senso originario ed originale.