L’arte. La poesia. La mistica.


L’arte. La poesia. La mistica.

À Élaine, poète

Nella stagione storica della pienezza, dell’opulenza, di una bulimia antropologica esercitata senza dignità né remissione per decenni, suscitata e stimolata dall’idolatria dei consumi, la rinuncia e la spoliazione sono state dimensioni esistenziali quasi del tutto scomparse dall’esercizio di un atto volontario. Invisibili nello scenario dell’Occidente in corsa e quasi assenti persino nella loro flessione retorica. Nell’esercizio della nominazione. L’unica vera bestemmia, nella parossistica ebrezza areligiosa che ha guidato i destini di almeno due generazioni. Eppure la sola forma di leggerezza, il poeta direbbe meglio di levità, possibile e sostenibile nella verità del canto, quando la parola attinge la sorgente spirituale che rischiara l’umano, è quella della sottrazione. Persino la memoria è divenuta sede di uno stoccaggio compulsivo che non restituisce quasi nulla quando al dato congelato dalla storia si chiede di tornare ad essere senso nel presente vivo. Un’infinita teoria di archivi smemorati giace dimenticata ed inattingibile. Regesto di un’epoca afasica, seppure forse mai così satura di messaggi.

Il sentiero quasi impraticabile di una spoglia levità è il solo che possa restituire oggi il filo di una continuità interiore, lievito di un futuro possibile. La parola che lo anima, attinge l’estrema povertà del Silenzio. Vive del respiro che lieve come un vento d’annuncio solo si offre e si dona, accolto, all’udito innocente dell’arte. La croda mistica di un tempo nuovo è il sito in cui la poesia attinge ancora e di nuovo la parola estrema.

E’ il sentiero lungo il quale, sin dalla mia prima giovinezza, mi sono inoltrato. Chiamato dal Signore di tutti e di ciascuno, incurante del Suo Nome: l’avrei ascoltato ed amato anche se fosse stato Nessuno. E’ la chiamata alla quale ho risposto nel canto. La storia che ho accolto ed accettato, abbracciato nella vita. Scartando ogni frontiera, prima fra tutte la sola forse veramente tale, quella interiore. Escludendo così ogni profilo di appartenenza che rimandasse all’esperienza dell’orto concluso. Avendo quale unico, solo vero confine, l’ultimo, quello che attinge la stessa sorgente e che una volta incontrato si apre, ed apre il poeta, per sempre, infinito ed eterno. Preludio di vita alla Vita. Lo stesso che abita l’uomo, l’artista, nello stato nascente.

«Qualunque sia il significato del termine mistica nell’antico vocabolario cristiano o dei suoi usi correnti, dal XVII secolo in poi esso indica in verità una ricerca molto precedente. Si tratta del desiderio e dell‘esperienza, nella preghiera, di un’unione d’amore con Dio al di là delle parole, dei concetti, delle immagini e dei sentimenti, il che implica dunque uno spogliamento radicale della preghiera, persino dell’intera esistenza. Questo itinerario spirituale è nato, tanto nel cristianesimo che nel giudaismo e nell’islam, da un incrocio tra la fede monoteista e le religioni neoplatoniche, mediante alcune inflessioni imposte a queste ultime. Per mezzo di queste, essa può essere avvicinata a esperienze unitive presenti in altre religioni. Non è, dunque, sorprendente il fatto che alcuni attribuiscano alla vita spirituale un significato antropologico, o che si affermino la sua presenza e il suo carattere estatico al di fuori di ogni credenza religiosa. Mistica agnostica, in questo caso, ma che comporta ancora una trascendenza o piuttosto un atto del trascendere, foss’anche semplicemente dell’aprirsi all’«altro» in se stesso o ad un assoluto che non risplenderebbe se non nel qui e ora della bellezza.[...]», Jean-Pierre Jossua,«Forme di linguaggio mistico nella poesia», 2002.

 

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