L’autore di diritto

giordano 2008

L’Autore di diritto.

 

LA VITA. LA RETE. IL CANTO.

Quello nella fotografia sono io, Giordano Mariani, l’autore di diritto del blog “EXTEMPORALITAS”.

Sono nato a Brescia il 15 Ottobre del 1953. Come mi piaceva scrivere nelle brevissime autobiografie a corredo dei libri di poesia che ho pubblicato, il primo nel 1977, sono tuttora vivo.

Naturalmente, tale flessione autobiografica, forse incline all’ironia, esaltando il paradosso dell’evidenza intendeva porre l’accento sulla preoccupazione d’esser vivi prima di tutto dentro.

Non ho mai amato gli accenti didascalici privi di un fondamento estensivo di senso. Etico, spirituale, antropologico. Non so nemmeno se ne esistano e se una didascalia dell’umano potrebbe davvero essere ritenuta tale se priva di una visione interiore coerente che la sostenga.

Non sono particolarmente affezionato al dato statistico e, pur riconoscendo la potenzialità del crudo elemento anagrafico spesso di semplice ascendenza burocratica, preferisco tentare di avanzare sempre dentro un possibile orizzonte di Senso. Credo che tutte le evidenze siano sintomo di qualcosa d’altro. La forma stessa della Vita, l’essenza eccellente, testimonia di Qualcosa di indicibile. E’ l’accento acuto che spinge i passi dell’umano, quelli dei santi, dei profeti, dei poeti, degli eretici di ogni tempo in particolare, sino alle soglie del Mistero.

CV

Credo che il CV non sia in grado di rivelare granché della persona in sé. Gran parte della verità storica che pertiene il suo cammino singolare, rimane nascosta alla lettura del CV, non svelata dalle pur necessarie denotazioni anagrafiche, istituzionali, di ruolo sociale e no. Fra l’origine di un destino ed il suo compimento, vi sono infinite sfumature narrative, ed anche alcune soglie di senso fondative, ai fini di comprendere la persona in sé. Certo, chi legge un blog non è forse nella gran parte dei casi interessato ad approfondire la conoscenza di chi scrive un blog. E per la verità, tale assunto potrebbe benissimo essere decisivo in chi sa quali e quanti altri contesti comunicativi. Spesso, persino in alcune relazioni non affidate al solo viatico della parola scritta, il chi dell’altro è un’opzione marginale ai fini della condivisione di un cammino. Perché di quello si tratta, o almeno è quello che considero essere tale nel dialogo fra chi legge e chi scrive. Di una relazione.

TRACCE

Non credo siano risolutive ai fini della conoscenza nemmeno le lapidarie e spesso accattivanti descrizioni di sé che vengono offerte da alcuni profili cabriolet. Calcinate nella sintesi sarcastica, in qualche forma precaria di understatement. Non è comunque questo il luogo in cui pubblicare un CV e nulla fa pensare che sarebbe doveroso farlo. Malgrado tutte le convinzioni personali in proposito, mi sembra però necessario presentare qui almeno una piccola parte della mia esperienza. Professionale. Di poeta. Formativa. Alcune Tracce di me.

Avrò tempo e modo di scrivere (di scrivere di nuovo ed ancora) altrove, su questo stesso blog, in merito al senso che personalmente ho sempre ritenuto essere fondamento della scrittura. Della mia naturalmente. Lo farò, forse, da un punto di vista ontologico. Considererò certamente lo scenario mediatico di riferimento. I mezzi, il mezzo. Argomenterò in merito alla mia poetica. Racconterò la cifra antropologica sottesa a tutta l’esperienza di scrittura che, in diverse forme, ho condotto durante una vita intera. Narrerò genesi e svolgimento. Senza dimenticare di descrivere la struttura che sostiene il cammino e senza ignorarne, se una ve n’è stata nel mio caso, una sua declinazione funzionale e per me impoetica.

Concludo questo mio profilo con un commento al titolo. Non sono mai stato troppo interessato al diritto d’autore, anche se ho sempre rispettato il dettato legislativo vigente. Senza mai violarne la lettera. Quanto allo spirito del Legislatore, ne ho sempre apprezzato il fondamento volto a riconoscere la paternità dell’opera. Ho stimato meno la flessione possessiva di chi lo ha impugnato come una certificazione di un proprio mero profittevole diritto. Ho sempre scritto, ed ho sempre coerentemente vissuto secondo tale visione, che l’arte è gratuità. Che l’essere artista è l’esercizio di un talento, qualunque ne fosse l’entità e non mi importa conoscerla e non compete me la presunzione autobiografica di attestarla, la cui grazia si è ricevuta in dono. Scrivere, per me, è un atto costitutivo dell’essere. Ne è essenza ontologica. Non considero l’avere un corollario ineluttabile dell’atto di scrivere. Sento una profonda sintonia ed affinità tra scrivere ed essere. Non riconosco alcun tratto dell’avere in questo esercizio dell’animo umano che vivo da una vita intera. Scrivere.

LIBERO E GRATUITO

Del resto, molto prima dell’avvento della rete, della visione open source che ne ha ispirato e sostenuto la parte originaria, e per me la migliore in senso etico e non solo, ho sempre offerto liberamente e gratuitamente tutte le mie opere di poesia. Donando ogni libro pubblicato, in una relazione che ho ritenuto costitutiva ed essenziale della mia poetica, peer to peer, a lettori con i quali sono entrato prima in profonda risonanza interiore, esistenziale, e poi, in attesa di una eco comunicativa nella lettura, che nei casi più compiuti di relazione si chiama, ed è divenuta, comunione. Era la fine degli Anni Settanta, quando iniziavo un cammino di restituzione della vita nel canto. Accompagnando personalmente ogni singolo volume di poesia pubblicato verso un suo destino singolare. Libero. Gratuito. La rete non esisteva. Almeno, non nella forma di quella struttura fisica che oggi viene ampiamente declinata secondo un’ontologia relazionale. Quella che anche i più avvertiti fra gli informatici hanno saputo e sin da subito voluto coniugare nel vasto e tuttora incompiuto orizzonte di un umanesimo digitale.

Sono stato invece sempre affascinato, ed appassionatamente alla ricerca, di un paradigma autoriale che aiutasse a riconoscere l’autore di diritto. La cui legittimità è statuto identitario ed interiore. E nulla ha a che vedere con la legge positiva, con il diritto dei legulei. Nasce prima, nella parola del canto, e dentro chi la coglie in sé e l’ascolta. Chi se ne fa custode nell’attesa silenziosa di sé. Ne ho scritto spesso e ne ho discusso a lungo, per anni. Mi limiterò qui a ricordare due fatti che possono benissimo costituire le soglie di accesso allo scenario autoriale, nella mia esperienza. Il primo, mi accadde all’inizio degli Anni Ottanta. Ero andato a trovare una persona alla quale avevo regalato copia dei due libri di poesia che avevo fino ad allora pubblicato. Per motivi professionali, avevo avuto rapporti piuttosto intensi con lui, malgrado abitasse a più di 700 chilometri di distanza. Ci incontrammo durante una breve vacanza. Transitai dal luogo in cui viveva e rimasi suo ospite a pranzo. Al mattino, mi invitò nel suo studio. Ci scambiammo il racconto degli ultimi mesi di vita. Poi, all’improvviso, estrasse qualcosa da un cassetto. Sapevo che scriveva egli stesso. Poesia, anche. “Ho scritto un poema in memoria di mia mamma”, esordì. Prima ancora che lo invitassi a farlo, ne lesse alcuni passi. “Ci deve essere qualcosa anche di tuo”, anticipò. Rimasi in ascolto. I miei versi, una loro integrale ripresa nel contesto del poema, quando li lesse, mi vennero incontro all’improvviso, come una frustata.

LA VIOLENZA DEL PLAGIO

Ho sempre avvertito il plagio come una feroce violazione dell’intimità autoriale. Per chi ha fatto della propria vita una scelta risposta vocazionale alla scrittura, la parola è amante, figlia, sorella, amica, compagna. Il suo rapporto con la morte può essere esiziale. E’ comunque decisivo nella biografia di un poeta. La parola creatrice è generatrice. Di senso e di vita in senso proprio. I miei libri sono i miei figli. L’ho detto. L’ho più volte scritto. Per quanto scandaloso possa sembrare, se qualcosa di scandaloso può ancora esistere nella contemporaneità, o può risuonare come tale nell’orecchio dell’anima di una società rotta a tutti gli ascolti, l’equivalenza fra la generazionalità creativa fenotipica e quella fisica genotipica, è per me equivalente. Sì, i miei libri sono i miei figli. L’opera per il poeta totale è anche il suo domani. Compreso quello in cui egli non sarà più. Soprattutto quello. Un destino in cui più che il cromosoma e lo stigma biologico vive l’estrema distillazione di un fenotipo interiore. Che non è e non solo in termini spirituali meno vitale. Vivo. Ho sempre avvertito la violazione della parola, il sopruso su di essa, il suo abuso nel plagio, come una violenza improvvisa subita in ambito confidente. Dove si è esposta, ostesa?, con la serena consapevolezza di chi sa che la bellezza è dono ricevuto. E che la ricerca della sua sublimazione in una relazione tesa alla comunione è restituzione della vita nel canto.

Non ho mai più dimenticato quella mattina. Nemmeno la difesa imbarazzata e balbuziente del plagiario, che davanti, alla durezza della mia reazione, ha avuto l’estrema spudoratezza di tutti i violatori dell’altrui diritto: “D’altro canto le parole sono lì, nel vocabolario”, ha detto. Da quella mattina, in cui ho lasciato il luogo dell’ospitalità, è continuato per me ed in modo sempre più approfondito un cammino di confronto fra diritto d’autore e autore di diritto. Perché, è vero, le parole sono lì, nel vocabolario, come lo può essere la inequivocabile bellezza di una vita, lì, anch’essa, liberamente e gratuitamente offerta. In una disponibilità che è dono. Non invito all’insolente appropriazione. Alla contemplazione di un io generoso di ascolto e, in ciò, bello già di sé, dentro. Non agli appetiti volgari dell’ego sempre insoddisfatto. E dunque? Dunque, la violazione è sempre un atto irrispettoso, delittuoso e vile. Nel 1999, quasi venti anni dopo, ho dato una prima risposta alla mia lunga ricerca, esistenziale e poetica. Ed ho pubblicato “Pensiero Nomade”, un saggio di commento ad un mio volume di poesia uscito in contemporanea, “Luce d’Abissi”. Lì, nel capitolo intitolato “Una sorgente interiore”, mi sembra di avere trovato una risposta composta che, senza delegare tutto alla legge sul diritto d’autore, postula una resistenza innocente dell’autore di diritto. Racchiude e narra la mia marginalità di una vita, nella cui essenza ho tentato di essere poeta: l’autore di diritto delle parole che libere e gratuite ho regalato al mondo. Il dono ricevuto restituito nella forma del canto.

Plagi. Cloni. Specchi.(© Under copyright?)

Negli anni, sono stato vittima di altri episodi di plagio. Quasi sempre messi in atto da chi gode di rendite di posizione tali da poter dissimulare rispecchiamenti, sovrascritture, svelte parafrasi, copia incolla con destrezza. In uno dei miei primi significativi lavori sulla rete, nel 1998, ho cercato sin da subito di sgomberare l’orizzonte da un equivoco al quale non ho mai dato alcuna importanza. Per me la vita è anche la rete e la rete è anche la vita. Vi sono paradigmi antropologici che sanno coniugare con maggiore o minore affinità universi comunicativi diversi. La declinazione diffusa e sempre ricorrente di una relazione oppositiva, fra due supposti mondi, che in realtà pertengono il solo, unico mondo dentro il quale l’uomo vive, non mi ha mai visto partecipe. L’ho sostenuto un’ultima volta ed in modo diffuso anche qui, qualche mese fa. Lo ricordo ora, mentre mi accingo ad esordire con il mio blog, perché il rischio del copia incolla non è uno squisito regalo dei formati digitali, come qualcuno si ostina a sostenere. E’ un’attitudine radicata ben prima e ben oltre l’avvento della rete. E’ nel cuore dell’uomo. L’autore. Non sempre di diritto. Pensare in proprio, è un esercizio bellissimo di dignità. Qualunque livello attingesse e qualunque ne fosse l’esito. Esserne consapevoli, rende responsabili della propria scrittura.