Lettere al silenzio.

Lettere al Silenzio.

Credo che la scrittura, qualsiasi fosse l’intenzione primaria che abita l’interiorità di chi scrive, abbia un destino. Ogni parola nasce sempre per un ascolto in attesa. All’altro capo del suo dirsi, è già in cammino un’intenzione, non necessariamente uguale o  non inevitabilmente diversa. Il destinatario è un soggetto esoterico, un tu (un Tu) della comunicazione in atto, che è, al diapason di sé, comunione.

Lungo la spirale di tale poetica consapevole, la mia naturalmente, ho vissuto tutta l’esperienza di scrittura. Con esiti che, soprattutto in quella professionale, giornalistica, hanno avuto risvolti drammatici.

Quando la vocazione poetica ha chiamato la vita ad inerpicarsi nel tratto più esigente della Bellezza, ho risposto sì. Sono andato con lei, solo e solo con lei per sempre, la parola poetica. Vivendo in lei come sentivo di dovere in omaggio al talento in senso evangelico, ed alla chiamata in senso vocazionale (del resto, fui io stesso che nel 1979, in un’intervista a Giovanni Testori, chiesi a lui se il poeta non fosse sacerdote di Luce).

Ho sempre sentito intenso il richiamo ad una relazione nella parola del canto che fosse fondamento di un dialogo. Uno ad uno. Sono in parte riuscito in tale prassi della teoria poetica adottando una forma di pubblicazione e di diffusione della mia poesia del tutto marginale, e, se posso dirlo, singolare, soprattutto in senso proprio. Non dunque dell’originalità: dell’incontro dell’uno con l’altro. Una bestemmia nell’universo mediatico della comunicazione di massa, della pubblicazione mainstream. Della quale non ho tardato a scontare la pena. Prima con la marginalità nel mondo in cui ho lavorato, poi con un totale e scelto esilio dalla scena mediatica, considerata in quasi tutte le sue forme ortodosse. Dunque, dalla quasi interezza dell’universo totalizzante della società dell’informazione di massa.

Non ho alcun pregiudizio negativo nei confronti della cultura mainstream in tutte le sue diverse accezioni e declinazioni. Si può essere diversi, senza necessariamente essere contro?

In tale domanda, è stata tutta la mia testimonianza, durata una intera vita e che dura ormai da quaranta e più anni.

La singolarità, l’uno, la predilezione identitaria, scelte, hanno significato per me tentare di camminare lungo il sentiero stretto delle origini in un mondo afflitto dal mito di un eterno presente, senza memoria e senza speranza. Disperso, accecato e spesso alienato dalla infinita replica dei cloni in un universo antropologico dominato, nella fase apicale del suo tramonto, da alcuni, pochi residuali lacerti degli ismi. La cui essenza è stata spesso una opzione residuale, priva di fondamento nella testimonianza di sé, ma satura dell’eco di un passato che fu e che da tempo più non è.

L’io non è l’ego e l’abbraccio del noi, la comunione nella parola, chiede e postula la rinuncia a sé. Un fare spazio che è equivalente nella relazione all’intensità della consapevolezza di sé. A che serve dichiararsi paladini di visioni oblative, quando la propria appartenenza è solo viatico per la guerra, in un esercizio di affermazione della propria verità, anche nella parola, che è sopraffazione del diverso da sé, cancellazione del non appartenente? Mi sono lasciato abitare sempre da un sentimento struggente di nostalgia, consapevole che senza di lei nessuna speranza mi avrebbe condotto all’altra sponda dei tempi,dopo il nostos.   

Tali incisi esistenziali meriterebbero un approfondimento, che ho svolto più diffusamente altrove.

Qui mi premeva unicamente delineare il profilo del contesto in cui sono nate, maturate e cresciute (anche di numero) le Lettere al silenzio.

Ad un certo punto, mi sono reso conto che l’orizzonte destinale della mia scrittura ha conosciuto un punto di non ritorno. Che mai più avrebbe accettato la prassi ortodossa, lecita e corretta, ma poeticamente insufficiente, sempre più insufficiente, di una scrittura non solo a tema, ma a preciso destino. Anche se nessuno, a nessun titolo mai, fosse entrato nella scrittura per riorientarne a qualche diverso fine ontologico i passi esiziali. E’ successo a metà degli anni Novanta. O meglio, è stato lì che, sempre più e sempre meglio, ne ho assunta in me una coscienza che pure negli anni avevo sperimentato. Nella sua latenza e non di rado anche nella sua emergenza.

Tenere insieme la poesia ed il giornalismo nell’unità di una visione poetica che per me è stata anche fondamento etico, è diventato un esercizio sempre più difficile e temerario. Ad un certo punto, l’ho già accennato, la poesia con le sue urgenze ed i suoi dolci imperativi interiori (il canto è sempre persuaso e non può nascere mai da alcuna forzatura o violenza, anche se chiede passaggi di una volontarietà spesso radente ed insieme sublime) mi ha chiesto tutto. Anche la parola della professione. Quella che fino lì avevo cercato di impegnare con dignità e coerenza. Ho risposto sì.

Ho scritto, ho scritto ancora e tanto, forse molto più di quanto non avessi fino ad allora pubblicato, a partire dal Settembre 1994, quando ho dato le dimissioni dal giornale.

L’esilio sociale e professionale, la solitudine, l’angustia della necessità, invece di uccidere la parola, l’hanno accompagnata verso un suo ancor più vivo destino di compimento.

Ad un certo punto, proprio in quegli anni, mi sono reso conto, sempre più e sempre più spesso, che riuscivo a scrivere le parole più significative e più alte (non è un giudizio relativo ai tempi sul valore della mia opera: non sono tanto sciocco da formularlo su me stesso da me stesso. So da sempre che non mi compete e mai sono stato tentato dal cadere nell’esercizio di statuire un canone a mio uso e consumo con me stesso incluso), solo rivolgendomi a qualcuno (Qualcuno?) in lettere personali e private, a tu per tu, uno ad uno, senza alcun destino di possibile e probabile, o di attesa, pubblicazione.

Qualche tempo fa, ho superato tale sorta di blocco creativo, e del resto assai fertile, e sono riuscito a rientrare in un solco di scrittura a destino. E’ stato un lampo, forse un lacerto residuale. Certo, nulla è e sarà più come prima. Le relazioni umane, la poesia, il giornalismo, allineate nella visione poetica e sostenute dalla tensione esistenziale. 20 anni sono stati un’epoca ed il filo duro che la tiene, è, per me, nel cuore della parola e dalla vita che si sono reciprocamente sostenute, chiedendo ogni volta una all’altra il meglio di sé. Ora cammino spedito nel solco del tempo nuovo che tanto ho atteso e cui tanto ho atteso. Gran parte della mia scrittura accade qui, sul blog, ora. Per lei  non potrei avere che una parola di transito, precaria e forse non ancora ultimativa ed essenziale.  Mi astengo, almeno qui ed ora.                                     

Dal 1994 e fin quasi ad oggi, l’epistolario degli anni precedenti è diventato parte significativa (di nuovo: un’attribuzione di merito che si formula e muove tutta e solo nell’ambito del mio lavoro, dentro il quale certamente sono ben in grado, e consapevole, di compiere un esercizio critico di distinguo, anche di valore), e forse più significativa, di tanta mia opera, edita ed inedita.

Nel 2007 ho cercato di perfezionare in un’evidenza plausibile e coerente, la convinzione, a lungo maturata, che gran parte delle lettere fossero lembo integrante del cammino di poeta, opera esse stesse.

Così, tentando di dare forma a quello che mi è sembrato, in qualche giorno più triste di altri, un autentico cimitero degli elefanti (proprio così ho nominato la pagina e la cartella sotto il cui titolo avrei voluto raccogliere almeno alcune delle lettere scritte), ho iniziato a rileggerne parte. Ho scelto anche un titolo, diverso da quello dato oggi (e da cimitero degli elefanti). Poi, ho rinunciato, perché, un giorno, del tutto casualmente, ho trovato in rete la scheda di un libro pubblicato con lo stesso titolo. Stamani, come sempre faccio quando evoco sentieri remoti, cercando nell’archivio digitale e di carta tracce di quel lontano progetto incompiuto e lasciato, ho ritrovato l’intera cartella. Il cui nuovo titolo dato allora è lo stesso che ho scelto nei giorni scorsi per questa pagina del blog. Lettere al silenzio. Una continuità sorprendente. Sei anni dopo, non me ne ricordavo io stesso, una conferma incoraggiante.

Perché, dunque, Lettere al silenzio, e a quale silenzio indirizzate? Quale tu è sotteso a tale indizio di destino? Quale intenzione di scrittura ha animato le diverse epistole?

Ho scritto lettere innamorate, nella pienezza di me, della vita, della parola e del canto che attendevano, mai consapevolmente illuse spesso dignitosamente affidate ad un sogno,  un destino di ascolto.

Ho scritto con intenzioni ed attese diverse, sempre con uguale intensità poetica ed identica tensione etica. Volte alla ricerca di una comunicazione che al diapason della relazione fra anime fosse preludio di comunione o la comunione stessa.

Un carattere primario e dirimente di gran parte della mia scrittura, e non solo di quella epistolare, uno ad uno, è stato quello della sua essenza ontologica di gratuità. Intesa  in senso proprio, ma soprattutto non rinchiusa nell’angusto orizzonte che si limita a postulare l’assenza del do ut des in qualsivoglia forma declinato. Non ignoro, l’ho vissuto nel corpo vivo della vita e delle mie parole, che qualcuno ha fatto della relazione fra persone, la relazione primaria ed eccellente, un uso cinico e spregiudicato, al limite dell’abuso e spesso oltre.

Nelle epistole ho cercato e vissuto un’ebbrezza del dono che soffiasse come un vento salutare, come un balsamo a lenire solitudini e cinismo. Un canto, l’ho detto, di comunione. In una relazionalità che fosse reciprocità: viva anche nella gratuità dell’ascolto offerto, ne sono sempre stato consapevole. E nella gratuità del dono di sé, quando, al confine dell’incontro, sulla soglia della relazione, il tu in ascolto si fosse aperto al dono di sé, a sua volta, nella lettura. Nella comprensione. Nella intuizione. Nel fare spazio alla parola che dentro l’incontro costruisse senso. Su, fin dove l’abbandono dell’ego conducesse all’oblatività dell’io.

Chi scrive una lettera a qualcuno che conosce, in prima persona singolare per un destinatario singolo, deve spesso un’infinita gratitudine a colui al quale si rivolge. E non solo se e quando egli leggerà. Il pensiero della persona alla quale mi sono di volta in volta rivolto con le mie lettere, è stato per me dirimente e decisivo. Non sempre, certo, non con tutti e non in tutta la corrispondenza. Spesso, quasi sempre, sì. Non per il merito delle cose scritte. In senso ontologico, per la natura della relazione possibile (o per l’impossibilità di una relazione).

Non so se tale attitudine di scrittura, o tale inclinazione interiore, abbia qualcosa a che vedere con quel che un tempo si definiva ispirazione. Non so quanto la musa sia tuttora dentro tale orizzonte originario, nel senso della nascita e della scaturigine della parola e dell’atto creativo. So che senza la qualità interiore di alcuni miei interlocutori non avrei mai scritto diverse, tante, fra le epistole di cui ora mi occupo qui. Quando inizi una lettera, sono il cuore e la mente, la sensibilità e l’intelligenza di coloro ai quali scrivi, che agitano la profondità del tuo pensiero, muovendo le intuizioni come un vento benigno d’estate che spazza le nubi e fa azzurro di un nitore chiaro a tutti ed irresistibile il cielo. La verità della persona in sé, il tuo interlocutore, esercita talvolta un fascino inevitabile sulla tua vocazione alla parola. E’ stato spesso solo ed unicamente perché conoscevo la qualità umana dei miei destinatari, che ho lasciato fluire ed ho cercato il limite estremo dell’alto di me nella parola scritta. Solo in loro e per loro ho avuto fiducia e speranza, anche quando per me tale decisività ha significato poi tenere il punto. Lasciare che la coscienza modulasse la drammaticità del reale che scaturiva da una visione già coerentemente testimoniata e che preparava altri giorni di eguale, difficile segno. E’ alla parte più alta e più bella della persona cui ho scritto, che mi sono spesso rivolto. Stimolato ad attingere, qualunque fosse l’esito per me possibile, quello più alto e migliore tra quelli a me possibili. E non di rado l’incantesimo di esperienze vissute insieme, di sogni e di speranze condivise, di attese nate e cresciute dentro un orizzonte vivo del già e non ancora, mi hanno sospinto con vivace tensione dentro il fiume del canto. La poesia, in particolare, è stata un fiume senza argine, tumultuoso e dirompente, che ho cercato di condurre fino all’esito di un suo placido scorrere nella vasta pianura di sentimenti vissuti fuori dalla pagina scritta, in amore, con amicizia, nel segno di una fraternità cercata con ostinazione. Spero mai con ottusa coerenza.

Altre volte, e spesso, ho lasciato fluire dentro il testo lunghissimi incisi di apparente divagazione rispetto alla centralità del tema, alla natura della confidente relazione, inducendo sempre un accento di ulteriore speranza che fosse viatico per una più aperta e sempre più aperta relazione. Fidandomi. Confidando nell’altro da me. Sapendo della non essenziale pertinenza poetica, ma aprendo o tentando di aprire soglie dell’umano che fossero viatico anche al cammino dell’altro verso di me. Verso l’incontro nella parola del canto. Ho potuto, così ispirato, scrivere pensieri e sentire verità interiori che mai avrei saputo pensare e sentire nella preparazione di un’opera. Se rileggessi tutta la corrispondenza, sono sicuro che troverei in nuce, spesso nella forma più avanzata di un abbozzo, tutta l’opera alla quale ho poi dato corpo nella scrittura,poetica, critica professionale.

Talvolta ho fallito. Umanamente, prima ancora che nella corrispondenza. Un inutile orpello, un esercizio per retori, e non il canto dei persuasi, quando non è più la vita stessa a cantare nel corpo dei gesti e dei giorni.

Sono rimasti, allora, scampoli e lacerti sospesi nel continuum della mia autobiografia, umana e poetica, senza continuità. Come sentieri interrotti. Come soglie non varcate. Come ponti sospesi su di un futuro in attesa che non è accaduto mai. Che mai più accadrà. La concrezione degli accenti umani e poetici è rimasta lì, con il fiato sospeso, pervia agli accenti di Luce della speranza. Consapevole però dell’illusione e della delusione, della disillusione.

Non amo gli schemi e le semplificazioni. Potrei dire che ho scritto essenzialmente tre tipi di lettere, per tre diversi soggetti destinatari, che hanno incontrato tre diverse declinazioni del silenzio.

Ho scritto lettere confidenziali, indirizzate a persone a me ben note, legate da profondi sentimenti di amicizia e di affetto, di rispetto e di stima. In esse, poesia e vita, vita e poesia, amore ed amicizia, sororità, fraternità e profondità di relazione si sono sempre diffuse in un’osmosi armonica.  Posso dire che la nota lineare di congiunzione fra mondi, quella che le caratterizza, è stato uno sguardo amante, consapevole e sicuro del destino atteso. Qui gli accenti poetici ed esistenziali si sono uniti, si sono spesso ostesi con la certa speranza di un destino di luce calda ed accogliente. Talvolta, all’invio, alla lettura, all’ascolto, è seguito il silenzio. Quale silenzio? Se posso dirlo, uno tra i più belli. Il silenzio delle creature amanti, consapevoli l’una dell’altra, in attesa e senza esitazione. Certe fra loro che l’amore è e che il silenzio fra loro altro non è che un accento sublime, un vocalizzo armonioso dell’amore. Non sempre è stato solo ed unicamente un silenzio proprio. Talvolta, alcuni tra i destinatari mi hanno risposto con la loro stessa vita: un breve cenno a voce, una presenza puntuale nel dolore, un aiuto concreto. La vita non è solo il linguaggio della parola e non  tutti hanno scelto per esprimerne la sacralità la parola stessa. Qualcuno usa il mirabile linguaggio della vita, del corpo, di una qualsivoglia forma esistenziale. Dobbiamo capirci e tradurre. Ho ricevuto risposte memorabili, che sono scritte nel corpo dei miei giorni, a tali lettere. E non sono state scritte in forma di parola.

Ho scritto lettere colme di disperata speranza. Ventre a terra. Quando piegato dalle prove e dal dolore, l’indignazione sale a fil di cuore: quella per cui la tua resistenza sta per cedere, grida nel linguaggio sommesso di un lucido e poetico argomentare, la ferita subita, l’ingiustizia patita. Il limite raggiunto. Lettere di denuncia. Lettere di solidarietà a qualcuno in particolari condizioni di difficoltà. Lettere di condivisione della visione etica e della storia feriale vissuta. Lettere di speranza indicibile ed irrevocabile condivisa. Lettere di sincera ammirazione. Lettere di gratitudine. Lettere di ferma condanna. Lettere volte a costruire percorsi di collaborazione per la preparazione di un lavoro, per la condivisione di un progetto, per la costruzione di un percorso di scrittura, nell’opera, nella professione, nella poesia. Ispirate a vicende poetiche e dedicate alla poesia, in gran parte. Lettere che hanno avuto i più diversi destinatari, soggetti istituzionali, colleghi, collaboratori, persone che, in qualche caso, mi hanno gratificato di una ricambiata confidenza, stima e fiducia.

Alcune tra queste seconde, dettate dal sentimento scaturito da una lunga ruminazione dei fatti e dei tempi, o legate ad uno specifico fatto, non le ho mai spedite. Talvolta, il destinatario era solo un ipotetico tu, plausibile e pertinente e dal profilo noto, scelto in un preciso ambito. Talvolta si è trattato di interventi che avrei voluto compiere di persona, in occasioni diverse e che non ho mai fatto, pur avendo scritto in modo consapevole di un chiaro destino.

Spesso, ho ricevuto in risposta alle mie fluviali epistole, sommari e labili indizi di ascolto. Qualche frugale accento di riscontro. Talvolta, è valso per alcuni interlocutori quel che ho scritto in precedenza per le persone care: nella vita vissuta è assolta anche la relazione di ascolto, e sono io che mi rincresco per loro, per l’angustia in cui li confina la ricchezza del loro impegno. Sono povero di tutto fino all’indigenza, ma ricco di tempo. Cerco solo di fare in modo che a scandirlo sia un metronomo interiore.

Ho ricevuto ampie e diffuse risposte, talvolta inattese,da personaggi pubblici che sono riusciti nel mirabile esercizio di rimanere persone. Rare.

Ho ricevuto risposte colme di silenzi sospesi fra brevi, ma incalzanti argomentazioni: credo di averli bene intuiti e correttamente, con giustizia, collocati nell’ampio affresco delle relazioni. Tali risposte piene di silenzi eloquenti di stima, rispetto, sete di collaborare e costruire sono stati spesso i sostegni più decisivi della mia solitudine, anche quando non hanno dato alcun frutto immediato ed evidente. Lenitivi, come se ogni volta un Samaritano si fosse fermato sulla soglia del mio dolore e non ancora per ferirmi un’altra volta. Per accompagnarmi oltre i confini incontro a quest’altro umanesimo, insieme piegato e di nuovo nascente, verso il quale sin dalla mia giovinezza tento di andare e qualche volta corro. Non di rado sulle ali di un sogno di comunione condivisa. Anche nelle epistole e non solo.

Il vero silenzio incontrato da questo secondo tipo di lettere è però quello che nasconde (o rivela) un mutismo interiore. Una soglia dura e scostante,  della cui natura posso solo immaginare o intuire. Da sconosciuto al destinatario quale spesso sono stato in tali occasioni, non posso che arguire ipotesi. Non so se nel silenzio vi sia stata la puntuta supponenza di chi è consapevole del proprio ruolo e sprezza la marginalità di quello sconosciuto che ha osato tanto. I miei prolissi incisi hanno forse solo lambito il trono di pietra della loro integerrima azione pubblica. Non voglio indulgere ad alcuna minorità. Il loro silenzio è stato spesso il più chiaro crucifige per l’attesa di comunione. Il silenzio muto è stato il più eloquente sigillo sul cinismo dei tempi. Mi ha rivelato per indizi tante piccole verità dei tempi. Non è qui che voglio approfondire il silenzio muto dell’incomunicabilità contemporanea.

Infine e non di rado, ho scritto al Tu eccellente, in ascolto io stesso dell’ineffabile e più espressivo Silenzio, quello di Dio. Il Tu che si nasconde e si rivela al tempo stesso in grembo alla sublimità delle creature amanti. Le rarissime. Le date per sempre nel cuore dei giorni. E’ stata un’esperienza bellissima che ho vissuto sempre al diapason delle due condizioni estreme dell’umano, la felicità piena di creatura innamorata ed amante, e il dolore inconsolabile dell’innocente colpito dall’ingiustizia trionfante e vincente, annichilito.  Sono lettere che puoi scrivere con tali accenti unicamente a chi ami ed hai amato di un amore anche del corpo dei giorni, la sublime ferialità di un’epica condivisione della vita e del suo senso, rivelato e nascosto. E che solo chi ti ha amato così, nell’amore e nell’amicizia, che pure sono due condizioni distinte ed entrambe sublimi dell’animo umano, può comprendere di te. So che lì dentro c’è la soglia della mistica, quella verso la quale il poeta si sente attratto e tenta di camminare dopo averne varcate molte altre, fuori e dentro di sé. Lì, in cima alla scrittura di quelle epistole, c’è il Silenzio perfetto, quello al quale attingono e verso il quale sono debitori anche i due precedenti silenzi, quello delle creature fraterne e quello caritativo e caritatevole dei compagni di vita in cammino. E’ dopo ed in cima a tutti gli altri e consola anche tanto del silenzio muto dei tempi che ho vissuti. Quando lo raggiungi, cerca di non voltarti troppo spesso. La vertigine del cammino compiuto potrebbe stordirti. Certo, se lo avessi conosciuto prima non saresti mai salito.

Strozza il canto e accende l’anima di una passione indicibile. Nessuna parola lo può contenere. Per questo il canto dei mistici inclina al Silenzio e all’ascolto del Silenzio di Dio o di un Dio silenzioso, qualunque fosse il nome o la forma in cui l’Ineffabile esprime l’incanto.

Sono stato tentato in diverse occasioni di attingere alcune di tali Lettere al silenzio, di pubblicarne parti o versioni quasi integrali. Nel rispetto dei miei interlocutori, naturalmente, e traendo unicamente lo svolgimento di qualche rilievo nel contesto di una poetica o di una lettura critica della poetica. Posto che tanti indissolubili legami potessero rescindere le soglie di accesso, rendendole una diversa dall’altra. Non l’ho mai fatto. Fra le tante lettere, ne pubblicherò forse alcune sul blog, scelte unicamente tra quelle che non ho mai spedite. Che io stesso ho deciso di lasciare nel silenzio delle mie intenzioni, pur consapevole di un loro possibile destino. Che io stesso ho sottratto ad un talvolta incerto eppur reale tu.

2 thoughts on “Lettere al silenzio.

  1. Merci, Lan Lan [ça va?], pour votre précieuse lecture. Oui, le chemin intérieur des mots trouve parfois son destin quelque part dans le monde: ici, en vous, une écoute précise et soignée …

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