Limen.

 

Limen.

Gli anni non hanno spento il senso. Al confine salso del giorno, gli istanti innocenti dell’infanzia lontana, tracciano giochi di luce e di ombra. Fosti il bimbo inquieto nella traccia dell’uomo che sei. Nulla scampa i propri tempi. La chiamata ad essere vissuti come tali. Nessuno sfugge il proprio destino, nemmeno quando tenta di inventarsi un altro se stesso. Che tu abiti con ipocrisia una maschera o faccia il vuoto di te o dentro te stesso, è lo stesso, uomo. E più ti fuggi, e più sconfini nella perdizione e nel tradimento.

C’è un limen che è soglia. Oltre, la partita è aperta con Dio soltanto.

Se è quello che temi, stai nel secolo. Se è quello che cerchi, vai. Apri il varco. Lasciati tentare dall’ascolto del Silenzio. Lo sentirai dapprima come una brezza lieve, venire da una fessura. Poi sarà un vento caldo e pieno che farà della tua anima un ceppo ardente. La follia! Nulla è più folle che tentare di fuggire se stessi. L’impresa impossibile. Tra le braccia di Dio, se tu ti accomodi nel rito scontato e confortevole di una forma inconsapevole del rischio di amare, stai da incompiuto nel cammino di poeta. Se segui il ritmo folle della Sua continua chiamata e ricerca, v’è alcun pericolo. L’apparenza non è garanzia di alcunché, quando la vocazione è una convocazione al credo o alla parola del canto. I poeti, i profeti, i mistici, non trafficano metalli e non sono negoziatori impenitenti di evidenze. A vent’anni può essere difficile comprenderlo e durissimo accettarlo. Un poeta, però, come una madre, lo sente. Dentro sé. A sessanta, è una consolazione sapere, pur senza mai voltarsi, che alle spalle c’è un abisso di Luce vissuto e dentro il quale si è varcato il transito. Disseppellire i talenti, non è solo una risposta al monito evangelico. Non può essere certo un’orgogliosa esibizione di sé. La vanità non ha scampo lungo i cammini della Bellezza, spesso belli ed insieme terribili. Trafficare i talenti è la sola cosa che un poeta possa e sappia fare, senza mai alienarsi a se stesso o fuggire il principio di realtà. Il canto nasce da una relazione assidua e profonda. Il bimbo che contemplava per ore un ramo d’albero sapendosi guardato dalle gemme nascenti era già il poeta che tende la parola sull’abisso del reale, mentre il secolo pietrifica l’anima in un concerto muto e stordito di occupazioni vincenti, manu militari, di tutto lo spazio e di tutto il tempo vissuto qui ed ora, nella storia. La quotidianità profonda è il territorio dei veri resistenti, e quelli feriali sono i soli eroi in un tempo immolato sull’altare dell’inverosimile che alimenta la società della rappresentazione e dello spettacolo. Il situazionismo non salva nulla e nessuno: è solo una forma stilisticamente più astuta dell’opportunismo e, in qualche caso, di un sagace nascondimento che fa impallidire gli emuli di Ulisse. Comunque, i suoi epigoni nella modernità sfuggono il Ciclope della rappresentazione abbarbicati sotto il ventre inconsapevole delle greggi che pascolano gli eventi. Il talento dissepolto affronta la sferza dei tempi. Invoca ed evoca su di sé gli arcani. Nella cella monacale di una solitudine convocata al centro della vita vissuta, abita la nicchia di un tempo nascente e non visto. Tutto in lui e di lui è persuaso. L’atto in potenza che precede il gesto. Il pensiero che ispira l’atto. Il sentimento dell’Alterità originale che dimora nel pensiero. Oltre e prima. L’esercizio retorico della rappresentazione, anche di sé, soprattutto di se stesso, è un abito interiore che non gli appartiene e non lo caratterizza. E forse nulla gli appartiene davvero. Se non forse l’eco residuale di un io che sconfisse l’ego, postulato nella visione del canto e declinato con discrezione anche esistenziale nella parola poetica. Non serve evocare o annettersi origini primitive posticce, né sono necessarie cancellazioni della memoria per andare oltre. L’innocenza non risponde di una sintassi che ignora. Al contrario. Il respiro primordiale e di nuovo innocente nasce dentro ed al diapason della civiltà e della tradizione di cui siamo figli legittimi. Traversare il fiume tumultuoso della transizione epocale in atto portando in salvo sé e la risonanza interiore dei segni originali è un’impresa che chiede un allineamento sublime fra il sé ed il mondo. La mano tesa nella parola del canto forse sfiora dita d’altri tempi, d’altri luoghi, di epoche altre. Non qui ed ora andrà a dimora il seme dissepolto del talento. Sotto la neve del silenzio che ci ha ospitati, il pane di una storia cui altri daranno un nome ed un volto. Forse, anche un altro segmento di religio, di religazione fra la terra dei tempi ed i cieli del Tempo. Certo non sarà l’eco miserabile di uno stordito ripetersi del retorico ritornello che garantisce rendite di posizione a segnare la via del talento. Certo, non sarà l’evocazione retorica ed interessata di bellezza pretesa inimitabile a scandire il passo del canto che verrà. O a redimere nell’ascolto quello di chi varcò solitario in anni lontani il Limen. Scontando l’abisso.

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