Litanie dell’incontro/1.

Litanie dell’incontro/1.

Tu non sai se nel profondo Silenzio degli addii, lungo i sentieri interrotti dei congedi che affollano ogni singola vita e le comunità di destino, alberghi una domanda inevasa.

Di te a te stesso, di te ad altri. Di altri a te, di altri a se stessi. Di Senso. Di cose, chissà, ancora. Il non detto è forse talvolta un desiderio innominato, un senza nome?, o un fiore reciso o mai compiutamente sbocciato? Quale davvero è la volontà di Dio, quando la vita si scioglie dall’abbraccio innamorato che la pose nel sentiero del giorno?

Urla il tuo volto, ora, nel mio profondo sé e la memoria non ha né carità né scampo. Smemora o accoglie? Chi davvero è andato via da te stesso, recando con sé una minuscola orma di te e del noi che foste insieme? E tu, dove te ne sei andato quando hai esercitato il passo degli addii? Verso quale, altro nuovo incontro? O sei migrato nell’attesa, in quel palpito di vita a tratti struggente, spesso malinconico? Hai scelto la solitudine, il vertice alto della vita dal quale in silenzio contemplare? Attendi forse un Altro per sempre, il diverso da tutti? In quale anima ancora vibra la traccia degli istanti condivisi, nella Luce di un Valore e dunque di un Credo, qualunque esso fosse, anche laico, che non tramonta mai?

La libertà di ciascuno esige il rispetto e tu non sfiori e mai sfiorasti, nemmeno nella forma discreta di un’acuta divagazione sul tema dell’incontro, prima che osi la comunione, il punto dell’assenza. Un passo che non compi e mai compisti oltre la soglia muta dei commiati. L’indifferenza non ha nulla a che vedere con la responsabilità dei cammini scelti, accolti, attesi, condivisi e no. Se il silenzio celi una decisione o l’indolente dissimulazione è tema dell’arte di vivere da sempre, sapida intuizione nell’incontro. La verità di sé. La verità di te. La verità di un noi possibile. Se il Silenzio sia una latenza leopardiana di felicità, una cristica attesa di resurrezione, il memorabile regesto di un originario Indicibile o il nulla desertificato della vita interiore che si è spenta nell’esercizio situazionista di un opportunismo attendista e sempre disponibile per le opzioni vincenti, solo tu ed un Dio amico, amante e confidente potete conoscere e sapere.

C’è forse là un ascolto, una dolente voce dissimulata nel no di tutte le cesure?

Il canto dell’incontro e dell’addio, la Vita stessa, non vuole in prima istanza condurre nessuno in alcun luogo. Non ha, nella parola poetica, corpo della parola e gesto del poeta, unità destinale, alcuna intenzione impositiva. Se mai, nelle più nobili intenzioni dell’attesa, la speranza di avvento, dell’incontro innocente. La Litania che prelude ed accompagna l’incontro e l’addio, non vuole essere, ma è, il luogo in cui insieme abitano il poeta e la parola di Dio, o il Pensiero che precede ogni silenzio, laicamente detto. Il luogo in cui potrebbero stare insieme, per un tempo indefinito e misterioso nelle sue premesse mai con certezza date e mai date per sempre, l’attesa e l’ascolto, nell’incontro.

Le parole furono, per l’Adamo universale, le cose, e lo sono sempre, lo sono tuttora, per la creatura innocente. Che cos’è la solitudine, se non l’Assenza di uno sguardo Altro su di noi, che abbracciandoci ci accarezza e ci narra, nella levità di una rivelazione di sé a se stesso, di noi ad un sé altro ed a noi stessi, in una composizione armonica di note singolari ed amanti?

 

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