L’obolo della vedova. [Un paradigma etico].

L’OBOLO DELLA VEDOVA. [UN PARADIGMA ETICO].

Lo sguardo di carità che vorremmo dedicare agli ultimi si trasforma, consapevolmente ma non di rado involontariamente nei portatori sani di flessioni interiori innocenti, in una possibile complicità con il cinismo dei primi. Dove gli ultimi ed i primi non hanno declinazione evangelica (almeno non solo, non primariamente, non necessariamente tale), ma sono (vorrebbero essere) secondo una nuova antropologia distintiva, classi eticamente fondate nella storia contemporanea. Nuova, o meglio di nuovo in movimento, in relazione a canoni etici arcaici. Forse gli unici veri e possibili all’uomo (umanamente possibili), e sempre in cerca di resurrezione nella storia stessa. Come? Con la testimonianza personale e coerente, prima di tutto. Che, spesso, non scampa però l’eterogenesi dei fini. Ciascuna coscienza civilmente, o anche religiosamente, ispirata cerca di sottrarvisi con cammini storicamente fondati. Ciascuno ne cerca nel proprio tempo di veri, di leali, di adeguati. O almeno intraprende quelli che egli ritiene essere tali, pur nella consapevolezza della relatività di ogni scelta. Ciascuno ha diritto –dovere?– di credere fino in fondo nell’assoluto di una propria visione singolare: tale convinzione è l’inizio, lo stato nascente di ogni vero dialogo, con se stessi e con gli altri.

La propria verità, quella creduta tale, non esclude mai l’altrui: anzi, non di rado l’abbraccia o stimola chi vi crede a farlo. Si comincia a combattere quando si finisce di credere in qualche verità interiormente fondata, quando la propria visione, interiore, è sopraffatta da qualche ambizione, esteriore. Quando si è del tutto sconosciuti a se stessi e, come ciechi all’umano che è in noi, si brandisce la clava dell’ego (l’arma primaria è sempre uguale, da millenni), invece di affidarsi all’io. La fede, anche quella laica nell’uomo, non ha necessità di alcun istinto di sopraffazione per affermare se stessa: al contrario, ogni offesa all’altro suona, per chi crede nell’uomo, come una diminuzione di sé. Perciò è così arduo per i miti difendere se stessi: non per una presunzione di superiorità che si fondi in mente dei, bensì per una necessità esistenziale che attinge la storia personale.

Il genius loci del brain è nel cuore, il luogo spiritualmente più tempestoso, singolare, vero?, ma anche il meno culturalmente incline al combattimento inteso come scontro con finalità impositive. Un’inclinazione che potrebbe forse apparire naif agli sguardi contemporanei afflitti da materialismo storico o da secolarismo religioso, o più semplicemente smagati a tutto. Distinguere è un atto d’amore, non l’inizio di un conflitto. Non è impossibile, ancor oggi, comprendere quale differenza vi sia tra un uomo che difende un ideale ed un altro che persegue un interesse. Gli ideali valgono e sono veri per quel che costano (di sé), gli interessi sono tali per quel che rendono (lucrato all’altrui). A partire dal microcosmo feriale che ciascuno abita e di cui è anche artefice. Scegliendo tanti piccoli no in luogo di molti interessati smarcamenti interiori da se stessi, che tutti, e quelli di tutti insieme, costituiscono il grande smottamento spirituale di ogni organizzazione viva e vitale. Pronunciati, i no, soprattutto quando ci si trova di fronte ad un ideale (stato di coscienza profondamente creduto in sé) che confligge con l’interesse personale. Succede spesso e ad ognuno di noi. Perché l’obolo della vedova è, nel senso della rinuncia e non solo in quello dell’offerta, il fondamento di ogni paradigma etico. La cui tensione è un fatto personale e singolare che chiede, prima di tutto, una risposta a se stessi. L’etica è irrescindibile dalla testimonianza. I pronunciamenti che corrono svincolati dall’anima, al pari di una volatile finanza priva di consistenza socialmente e legittimamente fondata anche nel rispetto delle leggi non scritte di una convivenza matura, sono vibratili moralismi. Urlanti e vincenti, forse, in scena, certamente inutili dove ciascuno è chiamato a tracciare un consuntivo del giorno (e della vita). Forse tale bilancio interiore e relazionale, che ognuno dovrebbe essere in grado di fare, in coscienza, non sistemerà il PIL. Certamente aiuterà a comporre senza demagogia, e almeno nella parte imperfetta che compete storicamente l’uomo, le questioni morali che affliggono il Paese. Le annose, dalla corruzione che si apre all’associazione a delinquere, alla pratica clientelare, e le nuove, che ancora, spesso, non sappiamo vedere, riconoscere, alle quali non possiamo dare un nome, ma che già sono vive in noi e tra noi.

 

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