“Ma dove sono le nevi di un tempo?”.

“Ma dove sono le nevi di un tempo?”

Nuda danzava e sola l’eterna verità fasciata unicamente dall’umile parola. Il vento le muoveva intorno e tutto cospargeva col fiore dei ricordi. L’alba indulgeva alla speranza. La sete performante degli astanti spegneva nel deserto i fuochi fatui di Morgana. La rosa rifioriva all’infinito. La spina dolorosa confitta nella Vita, nel suo ordito. Téchne regnava muta sopra il mondo, irresistibile artigiana di Sublime. Tesseva la bellezza più inclusiva, tracciava nell’origine del senso il suo confine. I Mistici e i poeti indugiavano alla soglia dei Misteri, stringendo fra le mani le trame dei veggenti, di tutti i destini, mirabili i segreti. L’angelo ripiegava il proprio lembo. Sdrucita carità, nel suo mantello.
L’Età dell’oro, diceva. La stagione del Sogno smarrita. L’infanzia per sempre innocente. La verità in sedicesimo. Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo? Si sentiva ogni giorno di più morire dentro. Nasceva al termine di ogni notte radioso di fuochi fatui, subito spenti all’incalzare del reale. La flessione etica, quella che faceva della tattica opportunista la strategia di una generosa durata, gli era ignota. Il paludamento di quel linguaggio paramilitare era per lui il solo indizio vitale. La profezia, una sintassi articolata dentro le certezze della forza, una contraddizione priva di alcun principio fondativo.

Gli idoli pagani lo accerchiavano, la morsa sul collo dei suoi tempi. Lui, il rispecchiante eccellente, non sapeva integrare in sé alcun profilo alto. Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo? Gli faceva eco solo il silenzio. Nessun maestro era sopravvissuto alla sua notte interiore. Di quale Luce sarebbe stata accesa l’alba del futuro possibile, senza alcuna memoria persuasa e viva dentro di sé? Si era tatuato nelle mente un retorico selfie, le cose buone di una volta, ma nulla della confidenza domestica sembrava più funzionare. Un delirio di innovazione lo aveva travolto, fradicio di prodotto interno lordo. Le vetrine parlavano un linguaggio sempre più ignoto al suo passato, difficile per il suo presente, sconosciuto al futuro. Ubriaco di cose, si inginocchiava al dio del consumo e si stendeva esausto sulla panchina del grande centro commerciale in saldo perpetuo. L’unico luogo in cui, in preda ad uno spleen baudelairiano, si concedeva al privilegio di un’affollata solitudine. Pregava con la forza dell’ultimo meme, da lui stravolto, storpiando il Poeta, nell’ebrezza di una preghiera in similpelle: Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo?

L’invocazione sembrava placare per un istante il delirio, come se la storia inarrestabile, un ordigno da lui stesso innescato in tempi dei quali non ricordava più l’argomentata origine causale, si potesse fermare in quel nuovo tempio. Un luogo nel quale gli sembrava di respirare qualcosa di affine all’ormai smarrito senso del religioso. L’intercambiabilità dei riti, funzionale al ruolo sociale, lo aveva perduto. Unicamente i comici, così gli pareva, potevano essere, o sembravano essere, nell’ilarità smagata della finzione, seri. E solo la parodia nella rappresentazione sapeva incutere l’atavico timore riservato un tempo alla tragedia del vero.

Tutte le istanze amanti dentro le quali era appassionatamente nato, sembravano svanite nell’essenza, e dunque persino nel nome. Rimaneva lui, abbarbicato nella tempesta del transito, a quella memoria in fiore, viva dentro lacerti sbocciati tardivi all’apice del tramonto.

Le dame silenti svanivano una ad una, dalla vita passata, cancellate nel presente, prive di qualsiasi futuro. Senza memoria e senza speranza. Mentre il Barnum mediatico degli imbonitori tentava di spacciare pillole statistiche esauste come fossero venti di profezia,rimaneva lui, al margine dei tempi, con l’accorata domanda che lo teneva in vita: Dove sono, chiedeva, le nevi di un tempo?

 

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