Maestri d’amore. [Testimoni coerenti].

Nella mia accidentata vicenda personale, credo di poter dire, ed ho sempre sostenuto, di avere avuto pochi maestri. Almeno se con tale definizione si identificano coloro che, al di fuori dell’ambito strettamente familiare e di prossimità, anche scolastica, talvolta, si considerano figure decisive nel proprio cammino di crescita, di maturazione e di formazione. Se invece, come io credo sia giusto, l’orizzonte maieutico si apre ad una visione più alta e si fa più vasto, allora vale quanto sosteneva, come scriverò fra poco, Emo Marconi.

Per quanto poco rilevi la mia storia personale anche in tal senso, devo dire che tutti i riferimenti educativi si sono per me eclissati presto e forse è anche per quello che posso sostenere di avere incontrati pochi maestri, in senso canonico.

La mia famiglia è andata in frantumi all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso. Ero un bambino. Tra le figure che hanno avuto un ruolo non residuale e duraturo, e che certamente è stata per me maestra di vita, ricordo mia nonna materna, classe 1896, semianalfabeta, come non era raro accadesse tra i suoi coetanei. A scuola, sono stato un primo della classe fino al terzo anno delle scuole superiori, all’inizio dei Settanta, con corredo di borse di studio per merito. Sono naufragato, e forse mi sono salvato come persona, poco dopo l’avvento del Sessantotto e soprattutto con i postumi di tale piccola rivoluzione, cooptata in origine dal Potere, e perciò in gran parte reazionaria nella sua essenza più vera all’epoca e più affermata nei decenni successivi.

Ma non di questo, né della famiglia né della scuola, voglio scrivere qui. Piuttosto dei soli veri maestri, che ho incontrato tardi, nella vita adulta. Del senso del loro essere tali,

Emo Marconi, soprattutto, del quale ho scritto spesso ed al quale ho testimoniato quando ancora era in vita il senso ed il merito di tale mia consapevolezza.

Nella temperie dei decenni scorsi e fino ai nostri giorni, forse ancor più, il compito degli educatori ed il profilo dei formatori hanno subito spesso fieri assalti. La tempesta di un tempo al tramonto ha divelto sicuri e conosciuti approdi. Ha indugiato spesso nella deriva, con la speranza che fosse infine la terra promessa di un altro senso nuovo ad accogliere quale porto sicuro. Non poteva che essere così. Un’epoca di transito non offre certezze, e, se mai l’uomo ne avesse di definitive e di assolute, non sarebbe certamente questa la condizione più favorevole per cercarne ed attestarne i fondamenti.

Qualche anno fa, nel 2004, il Centro Studi Erickson propose di scrivere alcune personali riflessioni sul tema dell’educazione. I contributi di coloro che risposero, vennero pubblicati sul sito della Erickson, dove rimasero disponibili per qualche tempo. L’anno successivo, il 2005, vennero raccolti in un volume dal titolo “Dalla parte dell’Educazione”.

Fu in quell’occasione che scrissi “Maestri d’amore. [Testimoni coerenti]”, il testo che pubblico di seguito, dopo un lieve editing, e che ora torna anch’esso a casa.

Maestri d’amore. [Testimoni coerenti].

Diceva il mio indimenticato maestro Emo Marconi, docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo e di Tecnica dell’Informazione, all’Università Cattolica di Brescia fino agli anni Ottanta: “Gran parte di ciò che conosco della vita l’ho appreso da qualcuno o da qualcosa e tutti e tutto mi hanno insegnato. Anche da una semplice foglia ho potuto sapere della bellezza e, al momento del suo distacco, della caducità o di un altro nuovo destino di ogni forma”.

Quando parliamo di educazione, prima che su merito e su metodo, non dovremmo forse porre l’accento sul senso dell’apprendere, su quello spirito sapienziale che informa di sé, o che dovrebbe informare di sé, ognuno e ogni cosa a partire da una profonda consapevolezza interiore? Forse dall’anima stessa, quella fonte sorgiva di attesa e di incontro dentro cui si forma la scaturigine della conoscenza, il desiderio di comprendere. Davanti ad ogni persona, ad ogni cosa, ad ogni evento della vita, ad ogni foglia che prima si mostra ferma nella solare lucentezza dei giorni e poi danza nel vento e cadendo ci indica destino e tramonto, è l’anima che si pone in ascolto ed in attesa. Lì nasce, o lì soltanto può nascere, uno spirito [sapienziale?] che genera conoscenza prima e quindi relazione. O, al diapason del suo compimento, una conoscenza che è essa stessa relazione. Uno stato dell’essere che, pur partendo da chi educa, dovrebbe correre libero nelle vene di educatore e allievo, su fino all’indistinto, in cui entrambi crescono secondo l’unica legge fondamentale dell’apprendimento: si apprende davvero solo ciò che si ama, si può insegnare solo ciò che si ama ed amando.

E’ stupefacente vedere talvolta come una persona dotata di scarsa istruzione, ma che abita con coerenza il proprio spazio interiore, risulti capace di comunicare, di entrare in sintonia empatica e profonda con il proprio interlocutore, trasferendogli insieme all’informazione anche una nozione arcana della cosa in sé. Vorrei dire istruendola. Ciò accade, sempre più di rado purtroppo, con alcune creature anziane che narrano di sé e del proprio mondo. Ed è altrettanto stupefacente vedere come alcune persone ricche di personale talento e di strumenti di conoscenza vari, stimati e riconosciuti, non siano in grado di trasferire che poche, fragili nozioni al proprio interlocutore. E quel che è peggio, durante un dialogo, non sappiano cogliere se non in modo sommario e parziale, attraverso una ricognizione unicamente strumentale, e dunque esteriore, l’essenza più vera, la visione trasparente dell’uomo e del suo messaggio, vorrei dire del suo mondo. So che qualcuno potrebbe voler sintetizzare tutto ciò in un’unica parola trappola, esperienza. Vorrei invece osare il senso più alto di tale condizione, definendola conoscenza o, meglio ancora, sapienza. Perché non vedere che in ogni forma di comprensione autentica permane viva una sospensione di senso e di significato che, senza togliere nulla alla compiutezza del percorso formativo in atto, lascia sullo sfondo l’inconfondibile traccia di un non detto? Dell’Indicibile? Dell’Indecidibile, forse? E perché non lasciare che sia il germinare dell’intuizione a flettersi su quell’abisso di silenzio per tentare, almeno tentare, di saldare la distanza, di abitare il crepaccio dell’ignoto con la dignità di una forma interiormente statuita, nata appunto nel ponte d’amore che si tende fra maestro ed allievo [e fra allievo e maestro] nel compimento del cammino?

Non intendo però indulgere in favore dell’una, la sapienza, per annullare l’altra, la conoscenza. Intendo dire che a fondamento di un cammino di conoscenza si pone (si dovrebbe secondo me porre) l’una piuttosto che l’altra. Solo un maturo allineamento interiore consente la sintesi sublime dell’una e dell’altra.

Il miracolo che brilla negli occhi dell’uno, il suo tacito “ho capito”, è un dono di reciprocità, non l’attestazione di una solitudine. Ogni comprensione, e dunque ogni conoscenza trasferita dall’uno all’altro, è una reciprocità. Una relazione. Un miracolo d’amore. Anche nella sua forma più indicibile, la relazione di prossimità con il divino, l’essere creativo, che cerca, e che trova!, nella sua esperienza di vas spirituale della forma, è un allievo. Forse il prediletto. Forse l’artista è l’allievo imperfetto di un Dio che gli canta dentro l’inno di una perfezione impossibile a dirsi nei limiti dell’umano. Eppure, detta, per un atto d’amore che salda lo iato.

Chiunque sia impegnato nel compito di educare, dovrebbe essere, al pari di quella foglia, un segnavia di senso, un indicatore di piccole o grandi verità non importa, purché vive della speranza feriale che davvero innerva i suoi giorni. Ponendosi così quale testimone di una conoscenza fondata nell’essenza di sé, prima di tutto. Non v’è che un modo, infatti, di indicare la via, trasmettendo conoscenza o sapere: essere il più coerentemente possibile un’unità indivisa fondata in un valore. Non per praticare l’assoluto dell’intolleranza: per offrire un segno che indichi valichi e/o confini, uno fra tanti, non integralista, ma integro, che attinga alle fondamenta dell’uomo la credibilità delle verità proposte. Affinché l’unità fra le parole dette e le cose fatte trovi la via aperta dalla personale coerenza di chi si propone. Affinché il senso delle cose, chiaro nel distinguo, sia aperto con occhi di pietas e di carità: la sapienza (il sapere?) le chiedono entrambe.

L’occhio attento di chi ascolta e sta crescendo perdona molte cose, ma soffre il disincanto di parole sospese sul vuoto pneumatico dell’assenza di un sé che le abbia vissute. La bulimia oggi praticata dei premi, delle gratificazioni, qualunque esse fossero, non sazia la fame d’amore e di sogno che abita l’uomo. Raggiungere con fatica la vetta, insieme o dietro ad una mano salda che ci guidi, almeno fin dove toccherà a noi, è gioia infinitamente più grande che avere tutto e tutto subito. Forse si potrebbe tornare ad insegnarlo (a testimoniarlo?) con l’esempio personale prima di tutto. La coscienza di sé, anche nella sconfitta, è più fondativa del sapere rispetto ad un’idea vincente e cabriolet buona per tutte le occasioni, quasi che l’anima fosse anch’essa ridotta ad un supermercato da rifornire senza posa e senza alcuna consapevolezza interiore.

La disciplina (materia) e il metodo (visione pedagogica), quando verranno, e dopo certamente verranno e forse insieme nei casi sublimi e più pieni di Grazia, troveranno il fertile terreno di un’empatia sapienziale dove ogni seme andrà a dimora, ogni fiore verrà colto, con le sue spine certo, ed ogni foglia sarà virgulto o annuncio di nuovi frutti sull’albero della sapienza. Imperdonabile in chi si pone a guida dei cammini non è infatti l’errore, ma l’assenza di speranza, la sola che strozza sul nascere ogni vita che si apre all’orizzonte del domani, ne spegne la maturazione e ne rende angusta la visione interiore. E nulla più dell’assenza di una testimonianza, che sia viatico e limite insieme, uccide, nell’ipocrisia e nella menzogna, la Speranza e suo fratello il Sogno.

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