«Magnificat».

«Magnificat».

Ogni tanto la nostra stessa vita sembra venirci incontro da spazi inusitati. Sembra che il noi stessi che fummo si faccia avanti a passi lenti ed ampi nel nostro silenzio indifeso, finalmente indifeso, che ha solo orecchie e tiene serrate le labbra. Anche quelle nascoste che si animano del solo non visto pensiero. Allora la Grazia ci scende dentro come un’estasi e abita, Lei sì grande e dignitosa di una Luce di cui non siamo spesso degni, lo spazio discreto del presente con la gioia inenarrabile del ricordo. E’ un miracolo che accade sulle soglie brulicanti del Mistero, presso le quali si schianta l’ininterrotto brusio delle voci di fondo. Quelle che imperiosamente vorrebbero imporsi nel mondo, sul mondo, al mondo. E dentro il mondo anche su noi stessi che lo abitiamo in un margine sconosciuto ai più, certamente ai tanti.

Talvolta quella vita che viene avanti e ci si dona aperta e feriale come l’alba o come lo sbocciare d’un fiore in un inverno di neve, avanza in forma di libro. Ci si depone tra le mani quasi per caso [ma davvero esiste il caso e non è forse il suo più preciso nome proprio Grazia, o Provvidenza?]. Allora le nostre mani nude e ferite che non sono più consapevoli della fermezza dei giusti e sono esitanti, ora che mai più la bellezza le libra come fece un tempo a proteggere la nostra ironia, a sostenere l’anima, a cantare l’amore, ora che le nostre mani si accingono a vivere desolatamente sole e mute, si aprono. In un ultimo estremo incantesimo. E come le nostre orecchie ancora odono, tentano di udire, così le nostre mani accolgono, tentano di accogliere. E si aprono al libro. E lo aprono. Sanno, esse lo sanno, le mani, che l’incantesimo del dono sta sbocciando dentro la loro rugosa durezza che più nulla sembra sapere delle nuda, della gioiosa, della morbida accoglienza che fu la loro giovane speranza. Eppure s’aprono e accolgono.

E’ stato così, è accaduto così anche nei giorni scorsi, quando, in prossimità dell’ormai vicino Natale la vita mi è venuta incontro nella forma di un libro. Uno dei tanti, quello giusto, però, per questo tempo di Natale e per questi tempi.

Forse dire libro è troppo ed è, ugualmente, troppo poco.

E’ un gioiellino nel contenuto nella forma e nel senso del dono. Me lo regalò il giorno di Natale di 11 anni fa la sorella di una carissima amica.

«Questo libretto è quasi un inedito. La prima volta, nel 1953, uscì “pro manuscritto”. La curia milanese l’aveva censurato… Erano gli anni difficili dell’intolleranza e dell’onnipotenza. Padre Turoldo doveva “viaggiare” e ricevere gli amici alla stazione centrale di Milano».

Sono le parole con cui l’editore e curatore, Rienzo Colla, presentò nel dicembre del 2003 la prima edizione de “Il nostro Natale”, di David Maria Turoldo, uscito per i tipi de La Locusta.

L’ho riletto e sfogliato a lungo, nel corso di quest’ultima settimana. Lasciando che il silenzio di me affiorasse, nel silenzio del mondo. Lasciando che un lacerto di memoria facesse luce, dentro e davanti. Aprendo il cuore all’ascolto e la mano ad accogliere l’inusitato, il dono della vita che in forma di libro di nuovo veniva avanti.

Di Davide Maria Turoldo, della sua opera poetica e dei suoi scritti, che ho amato entrambi, conservo tracce sparse, nella vita e dentro.

Un giorno, tanti anni fa, era la Primavera del 1980, lo incontrai e lo intervistai. La sua figura imponente conteneva a stento un’empatia irruente ed una umanità gioiosa. Avevo portato con me il suo «Laudario alla Vergine». Prima di congedarmi, mi concessi una delle rarissime licenze professionali che mi sono mai consentito profittando di un incontro e, per quanto modesto fosse il mio, di un ruolo. Gli porsi il libro: sorrise. Rimase un attimo pensieroso e dopo qualche istante si chinò a scrivere.

Ho letto più e più volte quella sua breve dedica. A ventisei anni, tanti ne avevo allora, qualche residuo di vanità può scioccamente lusingarti: “A Giordano per cantare insieme il nostro Magnificat”. Sono tornato più volte su quelle sue parole, ogni volta con una diversa attitudine interiore e con altra consapevolezza. Ora so con esperienza certa che insieme al dono gioioso della condivisione, al dono del canto, ed alla convocazione ad un cantare gioioso, vi era anche e soprattutto l’affidamento di una responsabilità. L’invito ad intonare [insieme!] il Magnificat nell’armonia feriale, spesso così sapida di note dissonanti e dolorosamente lontane dal senso delle parole che vibrano mentre intoni, tenti di intonare, nel segno di Maria, la tua lode!

La parte che ho scelto, dopo non poche esitazioni, è quella che più riverbera in me e che più risuona, a me pare, in coerenza con il tempo della storia in cui vivo. Lo spirito è il suo, l’ineffabile carisma omiletico, poetico e prima ancora umano che pervade tutta la vita e tutta l’opera di padre Davide. Cito senza enfasi retorica e qui più che mai senza rimpianti. La luce dello Spirito è un filo tenace che resiste ai tempi e, oserei dire, alle mutazioni epocali. La fiammella dell’anima grande è una torcia che giganteggia nel vento avverso delle epoche oscure o al tramonto. Nulla è vivo se la sua eco non è viva in noi e non risuona al diapason di un’identità valoriale pur dissonante ed asimmmetrica della inevitabile, e bellissima, unicità dei singoli, dell’ognuno che noi siamo.

Non è guardando all’indietro che mi permetto di alimentare il presente e la speranza del futuro con op. cit. Padre Davide sorriderebbe degli esercizi retorici, che spazzerebbe con l’intensità della sua gioiosa testimonianza vitale di persuaso.

Natale è prossimo. Non so più chi possa ancor dire “nostro”, impegnando, in quella bellissima coralità dei singoli io che è il noi, tutto il carisma della propria testimonianza. C’è un’orfanezza che sconta la latitanza identitaria. Non quella armata ed impositiva. Quella umile e marginale che dal margine canta e resiste. Attratta dalla Luce dell’Innocenza. E viva in sé del suo solo respiro, infinitamente animato di Grazia: Magnificat!

La singolarità e l’unicità sono doni di Dio e nulla hanno a che vedere con l’individualismo e la centratura di uno sguardo ombelicale posato su se stessi, fondato nel e ispirato dal proprio ego.

Il noi è un raggiungimento nella comunione che si esplica si sublima e si compie solo a partire da una consapevole identità, l’unicità di sé ricevuta in dono da Dio. La Vita.

Ciascuno di noi entra nella stanza della vita con un cuore ed un’anima propri e singolari. Ognuno di noi abita il giorno secondo la diversa intelligenza che ha ricevuta in dono. Posiamo sguardi diversi su microcosmi identici. Ascoltiamo differenti note che giungono a noi in eco ad una musica uguale per tanti. Il nostro entrare nella vita, il nostro abitare il giorno, in nostro vedere il mondo, il nostro ascoltare il silenzio, anche quando per ventura siamo chiamati a vivere per infinitesimi tratti uno stesso spazio ed una stessa circostanza temporale, restituiscono una diversa narrazione di quell’identica enclave esistenziale che ci è stata data per breve o per lungo tempo in comune. Perchè nessuna delle narrazioni è identica ad un’altra?

Fanno sorridere e talvolta sembrano ispirati ad una vaga ipocrisia i tentativi di assimilazione dell’altro per osmosi. Esercizi che finiscono spesso nella tentazione di colonizzare l’anima dell’altro, abitandola fino al plagio. C’è chi dice noi e pensa all’io. Chi si afferma in modo subliminale e dissimulato negando, insieme al dono sublime della singolarità, anche la potenzialità sinfonica di un io intonato all’ascolto e pronto ad offrirsi affinchè nasca il noi in cui anche la sua eco risuona nel canto della comunione.

La povertà, l’altro polo di luce che insieme al noi risuona nel “Nostro Natale” di padre Turoldo.

C’è qualcosa che tiene, nel corpo delle parole, al mutare della scena e dello stesso loro senso interno. Ciò che tiene è flessione della Luce che le irrora e che esse irradiano.

C’è, mi sembra, nelle parole di Davide Maria Turoldo la scintilla di tale Luce, un accento spirituale in esse, che riverbera nel tempo, a partire dai tempi in cui si sono fondate.

La povertà! Una rinuncia virtuosa nella tregenda epocale che ha investito l’Occidente durante i sessant’anni che separano l’oggi dallo scritto di Turoldo? Il plastico incedere [talvolta squisitamente mediatico] dei diversi downshifter, che non di rado sazi abdicano alla virtù della frugalità [alla virtù?], abbracciando la “semplicità volontaria”, dopo avere magari toccato i punti apicali di una bulimia esistenziale, ha qualcosa a che vedere con lo spirito e con la lettera della rinuncia evengelica? E in che rapporto sta, o potrebbe stare, quest’ultima, la rinuncia, con una scelta originaria ed originale di povertà? E di quale povertà? Quella imposta dalla contingenza? Quella virtuosa della rinuncia? E quale virtù è possibile esercitare nella povertà?

Il sentiero tra l’io ed il noi, fra un Natale sfavillante di luci per pochi, ed un Natale colmo di Luce promessa, escatologica, per tutti, è stretto, e passa anche dentro tali domande.

L’orizzonte di un mondo sfinito dai devastanti bagliori prodotti dall’esercizio dell’ego. Il corpo della parola, della parola di Turoldo, ha sensi vivi che sono memoria di una Luce innocente e nativa. L’io che nasce nel grembo di Maria [Magnificat!] è pronto a morire per la grazia del noi. Perciò il Suo Natale è così Nostro, fin dall’origine perchè ci dice che solo la rinuncia, che è fondamento del dono [il vero: non l'accento residuale del superfluo che costa nulla al se stesso che lo compie], è viatico del noi. Lì, su quel confine, riposa la frontiera dell’ego. Il Potere ne vuole censire esistenza in vita, identità anagrafica, entità e terrena misura. La Grazia, che è l’ombra di Luce del divino, la stessa che si posa su Maria e la copre, ci feconda di uno spirito vivo e ci apre alla verità obaltiva. La sola che salva dalla deriva e conduce all’approdo del noi. Ed i poveri che coltivano assiduamente la speranza cogliendone la Luce anche nella apparente insignificanza della marginalità [la culla di Luce è in una grotta povera e nascosta: Magnificat!] lo sanno. Il Natale dei Poveri è la via per il Nostro Natale. Il Natale di tutti.

Op. Cit. Davide Maria Turoldo: «Nostro Natale». Lettera agli amici poveri.

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