Manufatti. [«La Luce postuma del Canto»].


Manufatti.[«La Luce postuma del Canto»].Il cofanetto con i tre volumi de "La Luce postuma del Canto".

 

Quando, in un pomeriggio d’inverno, sono entrato alla TipolitoTAS per vedere la prima copia del lavoro ultimato, il cofanetto de «La Luce postuma del Canto» sembrava sorridermi, nel chiarore delle ore pomeridiane. L’immagine si è fissata indelebile nella memoria. Solo le epifanie di senso hanno tale potere, delicato e maieutico, durevole e rivoluzionario. Sigillano, insieme e per sempre nel ricordo, nostalgia e speranza, nell’ora redenta di ciò che accade scandito da un passo interiore innocente. Così, quando ho deciso di dedicare un post alla cosa in sé, al libro, che è l’opera, il testo messo in forma, non ho avuto alcuna esitazione. Avrei utilizzato la stessa foto, la prima e la sola, che, pochi istanti dopo averlo visto, dopo i saluti ai presenti e ripresomi dal felice stupore, avevo scattato. Avrei potuto mettere in posa il lavoro nella quiete esperta di qualche altrove, affidarlo a mani di più sicura efficacia estetica nella ripresa. Di più ferma competenza, nell’esercizio sapiente del ritrarre le cose. Ho preferito così. Ogni volta che riguardo e rivedo quella prima fotografia, la stessa che ho pubblicato qui sopra, un tumulto di sensazioni intatte, di volti e di esperienze vissute, mi nasce dentro e sale fino a ricomporsi nell’unità glabra, spoglia e dimessa di quell’immagine che, a me, dice tutto: del testo, del libro, dell’ambiente in cui insieme abbiamo lavorato per trasfondere il senso dell’opera in una sua forma compiuta.

“… Per ambiente intendo qui quel contesto produttivo che ha connotazione primariamente umana, di esperienza e di valore, di continuità e di qualità. La memoria, anche quella di se stessi, può essere talvolta ostacolo all’innovazione [stilema magico che qualsiasi cosa significhi non ho mai amato troppo, nella sua convenzionalità rivelatasi spesso sterile, quando non anche reazionaria]. A me serviva la mano sicura di chi parlava del lavoro tipografico, pur esperendolo ora nella sua modalità più avanzata del digitale, con cognizione di causa e con fondamento nella propria dimensione cognitiva. C’è stato e c’è molto fumo nell’avventura del transito. C’è stata è c’è un’indole vocata all’apparenza priva di sostanza, che ha mietuto tante vittime, professionalmente parlando, negli ultimi anni.

A me premeva chiudere la mia vicenda poetica nell’alveo sicuro di una artigianalità capace di tendersi fino all’arte, dove la riproduzione multipla dell’opera sapesse coniugare e conservare con pazienza il valore della singolarità. Solo chi come te ha respirato l’atmosfera del piombo in un ambiente sapido di pazienza creativa, può guidare il mutamento verso l’avvento pieno del digitale senza dissipare l’anima di una poetica. Senza dissipare la poetica dell’avventura editoriale.”.

Mi sono permesso di attingere queste poche righe al testo che ho scritto per Roberto Colosio, il titolare della TipolitoTAS, dedicandogli una copia de «La Luce postuma del Canto», perché non avrei saputo esprimere meglio i sentimenti e le convinzioni che hanno ispirato la mia scelta di tornare da lui, a distanza di undici anni dal mio ultimo libro, pubblicato altrove. Roberto Colosio ha realizzato gran parte dei miei libri di poesia: il primo, trent’anni fa, fu «Il viaggio di Sisifo». Insieme a lui, ho cercato di mantenere vivo un profilo esperienziale che ho molto amato nella sua essenza professionale, quello del tipografo, tentando fino all’ estrema possibilità. «Vigilie in esilio» è l’ultimo libro che, nel 1996, Roberto Colosio realizzò per me, utilizzando la linotype e stampando in tipografia, con macchina piana, credo. Gli devo qualche scelta di merito che, anche in quest’ultimo lavoro, ha permesso di dare vita al cofanetto nella forma in cui poi è nato. Solo un occhio innamorato del proprio lavoro, sa vedere prima l’aspetto che sarà poi, l’anima viva della cosa in sé. E solo una mano esperta sa scegliere le sfumature di colore e la consistenza di una carta, scampando le insidie, le tentazioni seduttive delle molteplici possibilità che si aprono davanti al profano.

L’ardente fervore operoso che stabilisce l’ora artigiana, è potentemente dissimulato [forse artatamente nascosto o più semplicemente inconsapevolmente ignorato, anche quando viene sparso con generosa e muta abbondanza] dalla scansione all’apparenza dimessa dell’ambiente. Non c’è la fascinosa eleganza della bottega d’antan, magari ricostruita con smagata sapienza da un progettista d’interni. Non c’è l’ossatura rustica, risuscitata in un surrogato di maniera, fra vintage ed iperrealismo tecnologico, che tenta di restituire per sottrazione un’asettica cifra dall’apparenza semplice. Un simulacro spesso spalmato di bianco, sugli eccessi del formalismo. C’è la verità snudata di una fatica esperta, sapiente ed antica, c’è la spoglia evidenza della tecnica sparsa un poco ovunque.

La trama dell’esperienza sorveglia ogni spazio e ispira ogni gesto, restituendo a tutto l’anima non vista di una calda e duratura competenza, che è la cifra distinta del lavoro artigianale silenziosamente trasmutato nell’avvento di un’altra sintesi produttiva. Un’alchimia difficile sempre, al limite dell’impossibile, in un’epoca di tumultuoso ed interminabile transito quale la nostra è stata e spesso tuttora è. Ci sono l’essenziale ed il necessario.

Non si tratta solo della pur rilevante rivoluzione funzionale, che l’avvento della sintassi digitale ha comportato. Uno sconquasso antropologico l’aveva preceduta, per qualche verso anticipata, in un certo senso postulata. Quando la forma dell’umano tracima l’orizzonte storico in cui è nata, è cresciuta, si è diffusa, è maturata sino al compimento nel proprio tramonto, la sua onda dilaga nell’ampio orizzonte del futuro ignoto. Conoscere il punto fermo delle idee, delle cose, della forma dentro tempi che si compiono fra tramonto e gestazione è, più di sempre, un’aporia destinale del limite umano. Non v’è che cercare, la ricerca, camminare senza conoscere il sentiero. E così tracciarne uno che sarà segno e guida, ricompreso dagli stati nascenti del domani.

Beppe Comelli, con il quale ho lavorato alla conclusione tipografica de «La Luce postuma del Canto», come di altre mie opere precedenti, è al desk digitale di TipolitoTAS. Sa cos’è un font, ma ha studiato sulle pagine dei suoi antenati, i caratteri tipografici. Impagina con la più evoluta sintassi digitale del DTP, ma sa cos’è un punto tipografico, il suo occhio non si lascia ingannare dall’apparenza. WYSIWYG è un acronimo insidioso, per chi non ha mai visto un pantone e non ha mai conosciuto la sua esigente evidenza. Beppe sa che cosa davvero succederà sulla carta e sa metterti in guardia prima che la seducente illusione visuale, a schermo, ti restituisca la propria forma talvolta diminuita ed impoverita nella stampa, digitale, su carta. Se serve, come un proto attinto all’epica di un giornalismo tramontato, ti risveglia all’evidenza di un allineamento sfuggito, sul filo millimetrico di un’attenzione sempre pronta. E se la scelta dei caratteri, tipo e corpo, si è presa qualche licenza di troppo, proprio come faceva un tempo il titolista con caratteri a mano in tipografia, distoglie lo sguardo dal monitor e, con accenti interrogativi sul volto, ti fissa fino al tuo risveglio consapevole dell’errore. Aiutandoti con qualche insinuazione dubitativa, se proprio vede che resisti nella tua ostinazione errante.

Un testo si può, e forse si deve, scrivere da soli, in solitudine. Un libro, l’opera, ha bisogno di sguardi esperti e di mani artigiane sapienti per nascere nella forma attesa. Talvolta, ammirevole oltre la stessa bellezza immaginata. Così nasce lo stupore incantato della prima vista, appena dentro la soglia della tipografia,in un pomeriggio d’inverno. “Abbiamo bisogno l’uno dell’altro”. Nessuno si salva umanamente da solo. Nessuno avanza da solo nella temperie della storia, che sconvolge l’umano nel transito. Avanzare è la sintesi di un coro armonico delle diversità. Anche quelle delle diverse competenze esperite e vissute. L’anima digitale del tipografo artigiano, dispone di un’antica sapienza, attinta all’arte della forma nascente.

 

 

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