Monaci senza status. Poeti.

NEL CAOS DEL COSMO.

Non ha predicati, l’anima del poeta, nel presente a lui storicamente contemporaneo. Vive nell’ontologicamente affine all’io interiore che lo ispira e guida. Incline, spesso, all’eterno. In dialogo con l’infinito. Vicino al Dio delle soglie senza confini certi nella forma. La sua vocazione performativa è l’ascolto interiore. Tutto il resto è cornice, rappresentazione, pulsazione dell’ego febbricitante della modernità, che è il presente ossessionato dalla conquista del futuro in ogni epoca.

Non ha statuti formali che ne denotino l’appartenenza, funzionale anch’essa. E’ privo dunque di status ed il suo canto, come un sussurro, sale nelle fessure dell’invocazione. Vasto come la Speranza, sottile come la certezza di ciò che è stato vivo ora che la memoria restituisce contorni, tracce, profili dei giorni e anime di prossimità autentica e fondata nel sogno. La malinconia è viatico e compagna, sempre, spesso. I festival che spazzano gli orizzonti nella certezza del consenso e con la dichiarata intenzione di una elevazione spirituale di massa, sono fiumi che scendono con gran frastuono a valle nel letto della vita fluente. Il canto è un dolce e fermo fluire di acque, un sostare nell’occhio del ciclone, contemplanti sempre. La fondazione interiore è un distillato di pazienze profonde e durature. Le schegge, i frammenti, gli scampoli di verità sparsi a braccio sono spazzati subito dal vento del Tempo. Solo nel tempio del proprio foro interiore la sillaba matura una forma composta di comunione, radica se stessa ed in sé un domani di relazione aperta.

Le religioni monoteiste scontano l’affronto della velocità e patiscono il continuo incalzare della tecnologia. I poeti sono monaci solitari e senza chiesa: resistono perché non hanno ceduto alla velleitaria tentazione di modellare con la creta della propria parola la forma della storia. Essa è, è stata, nei tempi presenti soprattutto funzione performativa e statuto d’appartenenza. Le ancelle, tecnologia e velocità, sono coerenti e consustanziali ad essi, ne sono artefici e seguaci. I poeti sono al margine del corso. Non fermano la storia. Non vanno contro la storia. Camminano dentro se stessi in favore di un altro domani. Sono lenti, non sono performativi, non appartengono. Scolpiscono con la selce, non importa quale, un Silenzio di pietra che attanaglia il Cosmo davanti al Mistero. Per gran parte del tempo, pregano e sono, sono e pregano. Fermi e senza segni distintivi. Il sacro ed il religioso sono la quintessenza delle soste interiori. Dell’ascolto e del silenzio. L’entropia del cosmo non è, senza tale forma di energia. Le religioni monoteiste sono state per millenni tale Energia: ora non lo sono più.  Sono Chiese, Organizzazione mediaticamente performativa, Enti ampiamente statuiti e i cui statuti denotano appartenenza ed offrono sicurezza temporale. L’inconsolabile dolore dell’uomo sofferente non trova alcun conforto in tali dimensioni. Solo placebo: benessere, riconoscimento, funzioni. Nulla di catartico, come invece accade nel segno, nella parola dei poeti, che è necessariamente divina. Ontologicamente vocata ad essere tale, nel caos del cosmo. Altrimenti privo di margini metafisici, di profili celesti. Di solitari e stellati cieli, aperti ancora oltre l’orizzonte della storia secolare che, onnipotente in sé ed onnipervasiva, oscura la soglia chiara del Mistero.

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