Non avere paura, poeta. [L’identità di sé].

Non avere paura, Poeta. [l’identità di sé].

Lunghe apnee di Silenzio. Solo il respiro di Dio, sommesso, alita nel canto. Al ritmo di un tempo infinito ed immenso. Solitario e solo, il destino del segno e della parola. L’anima indugia e riposa. Tu dici allora che l’io ed il mondo sono una cosa sola. Eppure nessun compagno si incammina con te, in quella dolce e deserta ora. Ed è giusto sia. Tu ti attardi nel tempo, distendi l’orizzonte all’infinito. Solo così la cosa prende nella mente e nel cuore il suo pieno profilo, dice il suo senso.

Ti seduce la casta nominazione, la rivelazione della cosa nel nome. Tu vedi la nuda cosa rivelarsi nel tuo sguardo innocente, o poeta. La sua forma farsi presente all’occhio interiore. Il dio del nulla che abita il secolo, la contemporaneità dei moderni, ti ha cacciato dal suo paradiso onnipervasivo. Sei straniero alla terra. La tua è quella di nessuno. Sei in esilio dal suo confortevole paradigma. Il cielo in cui il bene è divenuto per lievi ed inesorabili scarti di senso benessere. Sei nessuno, senza nemmeno la consolazione del paradigma degli ulissidi. Uno stratagemma che il tuo io persuaso non vuole abitare sin dall’origine. Il mantello sacro dei retori, il loro cavallo in legno, con cui espugnare le coscienza dell’Occidente. La terra dei padri, come una Troia contemporanea, al ferro ed al fuoco dei metalli metafisici. La finanza. Il teatro in armi, il mercato. I feroci conquistatori, paladini del consumo e delle sofisticate iperboli finanziarie. Metafore perfette della contemporaneità.

L’intuizione verrà poi. Sarà grazia ed insieme ineluttabile dono dell’esperienza. Il sé coerente diverrà il testimone. La parola e la cosa, aperta alla terzietà della relazione. Dal tuo minuscolo pertugio di luce. Abitato da una divinità silente il cui fiato ti giunge da una Fessura. La tua coscienza sarà un accento lieve di canto.

Sulle pianure gelate da anni di corruzione fiorirà non visto il senso. Una corolla semplice, a margine dei campi, lungo rivi incolti. L’asperità del rito come una religio. Fra terra e cielo. Fra te, il Cielo, la Terra. Un petalo d’infinità e d’eternità nel canto.

L’Innocenza ti ride nel cuore e fa chiaro il volto. Non avere, o poeta, paura. La tua ombra è calcinata sul muro dei tempi dal fuoco barbaro della consumazione di ogni esoterismo della prassi. Non temere, il tuo cuore è vivo e la sua luce ardente è più intensa della fiamma che ha riarso memoria e speranza. Bruciate insieme nel crogiolo in cui gli apprendisti stregoni dell’ego hanno buttato i metalli. L’Oro della parola attinge altre sorgenti e non si spegne e non distrugge. La sua fiamma è povera nell’essoterismo dei giorni. Sublime e luminosa sull’orizzonte degli infiniti e degli eterni. La sua pietra focaia è l’Essente.

Tu stai in un silenzio di neve, lontano da orme risapute ed al riparo dalle fiere. Il fuoco sacro non si estingue e la sua fiamma distingue.

La pianura respira. Non è giunta se mai sarà la sua ora.

E tu sei in lei, nel suo grembo ancora fertile di domani, Parola intatta ed innocente.

La mano tesa al tuo sussurro non ha forse ancora volto o si accomoda dolcemente accolta dai rari.

Il suo destino è stato ed è a lungo fuori. Nella tempesta di vento e di silenzio che hai traversato. Al riparo da presagi oscuri.

Sotto la neve bianca solo.

Ora il tuo tempo ha incontrato il suo eterno volo.

Non avere paura poeta.

Vai, nella tua nuda e solitaria parola.

Vai ed ancora e per sempre, nel Silenzio di un Dio senza modernità e senza nome, vola.

***

Il contesto è [anche? Solo?] sfondo di relazione, sempre. Ancor più lo è lungo i pellegrinaggi che hanno sete di Assoluto. I tuoi, per esempio, poeta. I vostri, monaci e mistici. Tutti prossimi, come nell’ontologia dell’umano, alle soglie del Mistero. Qualunque fosse il suo nome. L’essenza del suo essere [Essere? Sì], tale. Tu ne senti vibrare nel segno l’eco. La vena malinconica del dolorosissimo transito, muta la tua parola, eco interiore di te, al mutare della scena. E non è identico l’orizzonte del senso se l’afflato stempera Bellezza come un distillato di prossimità al virgulto dell’Innocenza o è la rapinosa idiozia di un barbaro dedito al furto di sogni con destrezza. Il tuo dolore, poeta, è. Ed è qualcosa nel Qualcosa. Anche l’idioma laico [ma non necessariamente tale] del romanticismo non è un accento di maniera su vite rovinosamente perse. Se vibra, l’eco, e quando vibra, intona magnificat ed incipit stremati alle soglie del turbamento. Tu che mi leggi, angelo dell’ascolto, lo senti. Lo so. Lo sentirai. Altrimenti è altro. Altro da me che fui. Altro da te, poeta. Altro dalla parola.

Il distillato della vita. Di una vita. La mia. Sono cose che si possono dire [confidare?] dopo averle per una vita intera confidate [scritte?].

Gli scherani verranno a prenderti una volta ancora [ancora una volta?] nei pressi dell’ultimo, estremo confine. Il dolce limite della mia sera. Cosa potranno offrire mai [più] le mie nude mani, le stesse [nell’identica nudità] della mia giovinezza, che già non hanno dato [detto?]?

Tu stai [ancora di nuovo?] rannicchiato nella tua parola, poeta. Non più come lo fosti nell’origine innocente, alle sorgenti [in grembo alla lingua madre?]. Ti disponi così con flessione senile. E come gli occhi dell’infanzia lambivano il futuro con inenarrabile curiosità di destini, così la fessura dei tuoi occhi è ora accesa di un passato memorabile che infuoca lo sguardo. Nostalgia e speranza, sorelle omozigoti anch’esse, abitano la tua anima. Insieme e contemporaneamente. In esse sei tu che vive, uomo e poeta, identico a te stesso da un’Eternità indicibile che forse nemmeno tu sai.

Perché la relazione tra l’io osteso nella parola ed i tempi è quasi del tutto consumata e la prossimità della Soglia convoca l’abisso di te alla Sua Luce. Sei quasi giunto e come Simeone nel suo canto inizi a pronunciare il tuo “ed ora lascia…”. Lo fai da tempo con animo persuaso.

Il vento dei giorni ti scuote ed è ancor bello il sole delle aurore. Lo è più il mare che hai amato ed il suo segno d’immensità, un irrequieto stigma d’onde, ancora ti chiama talvolta. Ma tu poeta t’incammini a spalle mute e cieche all’orizzonte, mentre vai verso l’estremo nonsodove. E la risacca che t’insegue ha note di nostalgia e di lieve incantesimo mentre narra la favola bella del tempo che fu e che sarà. Mentre tu intoni un canto a labbra mute ed il suo ritmo tende la corda del Silenzio fino all’abisso dell’ascolto. Mentre tu inizi il tuo ritorno. L’Eterno.

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