Note nomadi. [1]

Note nomadi. [1]

Il basso dolce della sua nota struggente. Un ossimoro, lo so, e forse un’eresia musicale. Ma cosa di ortodosso e di lineare ci può essere in una dolente mendicanza? Quale armonia nascosta suscita limpide risonanze in te se l’io che chiede pare arreso a tutto della vita?

Mi sorprendeva ogni volta, sin dalla prima in cui lo udii, anni fa. Mi serrava la gola. Le gambe rese ferme in un’inconcepibile attesa. Allora, scendevo piano lungo il portico, volgevo le spalle al grande magazzino, dal quale talvolta ero appena uscito. Percorrevo a passi lenti il largo marciapiede, fino all’estremità. Lì, mi fermavo. Nell’estasi ipnotica dell’attesa. Di una nuova nota. Che puntualmente giungeva, con pause scandite da chi sa quale metronomo, interiore o divino, non so. E lo vedevo, come la prima volta. Come fosse ogni volta la prima. Stava semi sdraiato in una posizione innaturale e forzata, il grande sax impugnato, una spalla reclinata sul marciapiede, l’altra pronta a sollevarsi per accompagnare lo strumento in un idillio senza scampo, quando la nota, un accento senza tempo, frantumava la frenesia del qui ed ora per ricomporla nell’unità sublime della carità.

Sostavo a lungo in quell’ascolto, in quell’attenta attesa. Tutto svaniva intorno a me. Eravamo soli nel flusso inarrestabile della folla, appena dietro il lato sinistro della Cattedrale. Io, lui, la sua musica, se così la si poteva definire, e la mia anima pronta ad accoglierla per ricomporla nell’unità di un impossibile, perché improbabile, ricordo. Colma sempre di speranza. Che il canto si facesse da un istante all’altro disteso suono, eco di una energia scaturita da chi sa quali profondità a me ignote. Le note seguivano l’una all’altra in una sequenza  atona, lontane tra loro nel tempo e nel ritmo. Eppure ogni volta cercavo il filo di un’armonia che potesse tenerle una all’altra unite in qualche forma plausibile di composizione. Ma erano belle comunque, così solitarie, e disgiunte, così aliene alla moltitudine che passava accanto e all’apparentemente scanzonato paesaggio intorno. Distratto. Nessuno si fermava e l’uomo del sax sembrava non avvertire la presenza di alcuno. Lo avevo sentito una prima volta da lontano, nella primavera dell’anno precedente. La nota, una, la stessa, allora, ripetuta e scandita, mi aveva irresistibilmente convocato all’ascolto. Ero andato alla ricerca della sorgente musicale, che non riuscivo ad intravedere. Finalmente lo avevo scorto. Lo avevo raggiunto. Mi ero fermato poco lontano da lui. Volgeva le spalle. Come sempre lo avrei visto anche le successive volte. Guardava verso il Duomo e, apparentemente, verso i passanti. Un gomito sul marciapiede. Indossava abiti invernali. Credo avessero conosciuto tempi migliori e denunciavano un’origine poco coerente con il destino di quegli istanti condivisi nel mio sguardo. Aveva mani immense e, penso, o almeno a me così pareva, bellissime. Forti, impugnavano il sax con memore maestria. Mi assalì la suggestiva immagine di uno scenario diverso. La nota e quella figura che portava in sé l’eco di una nobiltà incancellabile mi sospinsero verso altri orizzonti. Oltre la quinta del dolore così esposto in quegli istanti arresi ma indomiti, mi apparve in un lacerto di visione il teatro del grande jazz. Al centro, il sassofonista teneva il posto che le note, profonde e così tuttora evocative di una musica alta, le sue mani, la sua persona, lasciavano legittimamente immaginare. O forse solo sognare. Avevo tentato di rivolgergli la parola. Pareva non sentisse nulla. Avevo aggirato la sua postazione musicale per tentare di rendermi più facilmente percepibile ai suoi occhi. Mi ero chinato su di lui. Sembrava non vedere nulla. Era intento alla performance musicale che pareva riassumere nella nota tutta intera la sua vita ed il mondo.

E così avevo fatto per qualche tempo. Fino al giorno in cui mi arresi alla maestà del suo canto e lo ascoltai da lontano. Sostavo sul lato opposto del marciapiede, nel punto mi aveva raggiunto la prima volta una sua nota. Giunto al limite dell’orario che il treno mi concedeva, traversavo la strada, posavo la moneta nella custodia del sax, lo salutavo e me ne andavo. Avevo imparato che non mi avrebbe mai risposto e che non avrebbe mai nemmeno percepito la mia presenza, il mio passaggio. L’energia spirituale è la sola che non ha bisogno dell’apparenza e della sostanza materiale per giungere a compimento.

Una sera della prima estate sapevo che non sarei mai più tornato. Il mio impegno era terminato quel giorno. Sostai più a lungo del solito. Traversai, salutai, posai la moneta e me ne andai. Sentivo la tristezza che pervade il cuore degli amanti nell’ora del congedo.

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