Note nomadi. [2]

Note Nomadi. [1]

Note nomadi. [2]

Le nonnine, come noi chiamavamo le due donne canute che da più di quarant’anni avevano una merceria sulla piazza, proprio poco lontano dal sagrato della parrocchiale, mi avevano rassicurato, l’anno prima.  “Non si preoccupi: appoggi qui la mano. Ci pensiamo noi”. Con la perizia esperta del mestiere e degli anni, mi avevano preso le misure, durante le vacanze invernali. Avevamo scelto la lana. Un bianco panna, di una consistenza secca e calda come di rado se ne trovano oggi. Il loro negozio sprigionava l’attrattiva delle magiche botteghe che ancora popolano i ricordi della mia infanzia. Robusti ed eleganti mobili in legno alle pareti. Ogni angolo stipato all’inverosimile dei più diversi prodotti, colorati e vari come solo accade (accadeva?) nei negozi dei piccoli paesi di montagna, fino a qualche decennio fa, e, spesso, fino alla scomparsa dei longevi gestori anche in anni recenti. Lane raffinatissime e al tempo stesso caldissime. Cotoni dagli improbabili colori, a tinta piatta, si sarebbe detto, senza le nuances che oggi imperversano. Oggetti d’artigianato ricercati. Pentolini di foggia e materiali diversi e d’ogni misura. Persino qualche scatola di giochi, residui degli anni Settanta, se non prima, faceva capolino tra gli scaffali. Un profumo di lana e cotone misto al caldo della stufa scioglieva ogni residua renitenza. Un fascino incantevole ed irresistibile. Mi avrebbero confezionato i nuovi guanti per l’estate successiva, al ritorno, per la vacanza.

Un giorno d’agosto, salimmo alla merceria dal fondovalle. I guanti, rustici e gentili, come solo le cose semplici sanno essere, erano di un’eleganza inusitata. Li indossai con soddisfazione. Se non mi avesse fatto velo l’indulgenza ineluttabile suscitata da un’antica confidenza con le nonnine, con il luogo, con le cose, avrei accettato subito la realtà dell’evidenza. Non erano solo  “un po’ grandi”, come ci eravamo affrettati a dire davanti alle due merciaie compiaciute delle nostra gioia e soddisfatte del proprio lavoro. Erano di almeno una taglia più grandi della mia. Non accolsi nemmeno l’invito a rivedere il piccolo capolavoro, che le due donne avevano subito formulato. Presi con me i guanti sicuro che alla prima occasione propizia li avrei indossati.

Fu un giorno dell’inverno di due anni dopo. Li avevo lasciati in sonno per oltre 16 mesi. Quel mattino, nel freddo aurorale di un freddissimo inverno, la memoria mi incalzò tentatrice. In treno verso Milano, prima, e sulla metropolitana poi, saggiai subito ed insieme le due contraddittorie evidenze. La prima: una sicura e suggestiva eleganza, per nulla esuberante, nella sua nota rustica che smorzava qualche accento dandy, del tutto incoerente con la mia persona. La seconda: impugnare qualsiasi tipo di appiglio sul treno o sul metro in corsa era un esercizio impegnativo, fatto con la mia mano persa dentro la taglia abbondante. Eppure fu un’esperienza gradevolissima, nell’insieme, e mi proposi di riviverla. Lo feci altre volte, in rare occasioni, devo dire. Più per il carattere di eccezionalità che sentivo in quel paio di guanti di lana bianchi, come fosse un vestito della festa dell’infanzia, che non per il minimo disagio procurato della presa.

Li riposi al termine dell’inverno successivo.

Fu qualche anno dopo, all’inizio d’autunno, che mi ricordai di loro. Avevo risalito il lato della Cattedrale dove abitualmente ascoltavo il suonatore di sax. I primi freddi erano già stati annunciati dalla nebbia e dal vento d’autunno. Ero certo che lo avrei prima o poi sentito. Fu quando rividi nella luce del ricordo le sue grandi mani che presi la decisione: i guanti bianchi sarebbero stati suoi. Qualche settimana dopo tornai a Milano per altri impegni. Nella borsa da lavoro, ben confezionati in un pacchettino colorato, i guanti. Accompagnati da un biglietto. Mi recai nei pressi del Duomo fiducioso. In attesa di ascoltare ancora, pur nel freddo della piazza, come già era accaduto in anni precedenti, il suono della sua nota prolungata e dolente. Ripetei quel gesto più e più volte quell’anno stesso e nei successivi. Non incontrai mai più l’uomo del sax.

Ho riposto il biglietto che accompagnava i guanti nel cassetto della biancheria. Lo tengo come un monito: forse se il mio cuore fosse stato più pronto, forse se non avessi atteso così a lungo, forse… i guanti sarebbero giunti al loro giusto destino. Talvolta lo riapro e lo rileggo.  Sulla busta, senza destinatario, due semplici frasi rituali: Buon Natale e Anno Nuovo. Dentro, dipinto con la bocca da un artista, un cielo stellato di intenso blu, una falce di luna bianca che illumina di identico candore il paesaggio invernale ed innevato in cui svettano pochi abeti, uno solo addobbato, e si intravedono, sotto la coltre, i tetti di poche, piccole abitazioni. Avrebbe voluto essere, il mio dono, una modesta finestra aperta sulla suggestione della fiaba. Dentro, avevo scritto poche parole di dedica, per accompagnare i guanti: “2003. Buon Natale. Grazie per la sua musica. Che il Signore le protegga le mani e continui a farle il dono del suo suono. Elena e Giordano”. Lo avevamo firmato insieme, mia moglie ed io.

Sono passati 10 anni da quell’inverno ed io non li ho mai più indossati e spesso cerco di ricordare se mai vi sia stata qualche improntitudine o indecisione, la memoria talvolta non mi aiuta, nel donare al musicista con il sax i miei guanti di lana bianca. E ancora ascolto nel silenzio del ricordo la sua calda nota, traccia dolente d’un eterno assolo aperto al vento promesso di ogni comunione.

 

Aggiornamento.[14 Dicembre 2019].

Ogni cosa ha un proprio compimento. Un destino racchiuso nell’ultimo gesto, concepito in origine sotto il segno della Grazia, in una gestazione eterodiretta sempre, che il nostro minuscolo accento singolare può solo accogliere.

Il più alto compito di umane creature, davanti all’Ignoto ed al Mistero che disegnano l’orizzonte del Tempo, è quello di stare nell’ascolto interiore per cogliere i segni dei tempi e di aprire la mano nel gesto coerente che sigilla le storie accompagnandole fino all’Omega del proprio fine ontologico.

In un giorno di inizio dicembre, i guanti di lana bianca, confezionati tanti anni fa dalle nonnine di montagna, hanno iniziato il loro ultimo e decisivo viaggio. Sono certo che sarà così: nella piccola abside di una minuscola cappella, li ho consegnati nelle mani di un sacerdote dedito alla cura della marginalità da sempre, quasi come fossi in confessione. Non ho fatto molta fatica per trovare la sua comprensione, per sapere che avrebbe colto il senso del gesto, il simbolismo di uno statuto interiore che univa in quell’atto due cuori, quello di Elena ed il mio, in una comunione modesta eppur significativa di intenti. Era l’inizio dell’Avvento. La religione dei cuori ha orizzonti che trovano non di rado angusti quelli della semplice osservanza catechetica.

Il sacerdote ha sorriso, i suoi occhi parlavano per lui, ha voluto leggere il biglietto, che, come gli ho detto, Elena ed io avremmo pensato accompagnasse il viaggio della cosa sempre.

Avrebbe provveduto lui, ed ero sicuro che così sarebbe stato, nel modo giusto e compreso.

I guanti che avremmo voluto donare al musicista stavano intonando l’ultima nota nomade del loro viaggio: in essa risuonava ancora viva l’eco di un canto dolente ed infinito, che aveva trovato finalmente una casa.

Altre mani grandi, in essi racchiuse, si poseranno per tracciare i segni che tengono aperto e leggibile in eterno lo spartito della Speranza.

L’uomo del sax sarà forse oggi una preghiera nel grembo di Dio e certamente il Padre lo stringerà forte come sempre tiene nel Suo abbraccio gli audaci nella generosità di sé. Anche quando la vita, la sua essenza, pare dimenticata o perduta sul ciglio di un marciapiede tra la folla quasi sempre indaffarata e distratta.

 

 

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