Notte interiore.

Notte interiore.

Urge la nota, dentro. L’incantesimo che sorge dall’intatto Silenzio. Il tuo tempo, uomo, creatura cosciente del suo senso divino, scandisce la tua notte interiore. L’abisso di Luce cui attingi il senso.

Hai traversato l’orgia di cose, la feroce, la silente guerra, muto ed indifeso, a mani nude.

Hai pregato, contemplando, solo.

Raccolto sulla colonna a margine del giorno, stilita moderno.

Sei passato tremando mentre la vita intonava il suo superbo coro. Glabro, nel tuo inutile canto.

La carità delle mani ferite ha scampato il digiuno d’amore celeste. Non so se la parola, povera e spoglia, ha salvato altre vite.

Hai sentito l’ardore svanire nelle notti più intense, il coraggio tradire.

La decenza, un retaggio di epoche antiche, fu per te la scialuppa felice. Nel naufragio che non sente infiniti, tra gli scogli degli dei secolari, nei lacerti confitti alla gioia che abbandona gli eterni, hai trascorso i tuoi giorni d’inferno.

Hai sentito la notte farsi dolce cruna al destino: il chiarore di una luna ignota, compagna tenera al cammino. L’ira aspra che tenace frantuma l’io, nella sua polvere deserta, una distesa d’ego, ti ha serrato nella morsa un istante soltanto. Sei scampato al silenzio, alla solitudine, nella cella del canto, il tuo ignoto pertugio.

E mentre la storia flette nella sua utile finzione, tu, ribelle, hai dato ritmo, respiro e fiato all’inutile Bellezza, alla tua sublime, di sempre, alla tua sola tentazione.

Chi sa più quale sia l’istante che ti decide, quando la parola cessa ed il gesto accade?

Chi, nell’oblio, sente la gestazione spoglia del semplice che nella sua feriale gioia ancora ride?

Chi ti decide e cosa, uomo moderno, orfano d’Infinito, fuggiasco dell’Eterno?

L’eresia, lo sai, è un estremo canto d’amore. Forse il solo, persuaso, e più vero, che concilia l’Eterno ed il giorno, l’Infinito e lo spazio più angusto dentro il limite umano. E’ la porta del Cielo, la fessura silente in cui passa in un soffio la Luce del Vero.

Le composte verità della storia che ti è scorsa accanto, che ha pervaso ogni istante senza scenderti dentro, mostra faglie scomposte nella terra del Nulla che ti è stata contesto.

La tua sete è inevasa. La tua folle domanda di senso, la Sua opera rara, è rimasta dischiusa, posta al ciglio dei tempi, distesa e raccolta nell’amara ferita.

La tua croce un Golgota che scompiglia i destini.

Voi sapete quale soffio di vento porterà l’ultima foglia verso il suo compimento?

Voi sapete dove attinge l’amata parola il suo ritmo e il suo senso?

Voi sapete se Dio muove ancora nella traccia rarefatta del canto? Se il Suo nome è un diritto all’umano acquisito per sempre? Voi sapete perché un poeta cammina da solo anche in mezzo alla gente?

L’orizzonte ribolle di un fuoco futuro. La parola è un Mistero che trema nella luce vibrante dell’estremo orizzonte.

Voi sapete se la muta preghiera è un segreto che tutto dirime, nella vita e nel gesto del profeta sublime?

Sto, con la mano protesa sulla nuova parola che dal cuore mi affiora. Sto, mio Dio, per sempre in ascolto? E’ il Tuo volto quel fiore che sboccia inatteso, nell’infanzia del mio ignoto candore innocente?

Sulla nuda e deserta mia Terra in un sogno felice che profuma d’umano i fratelli che ho amato si sono dati la mano.

So che il tempo ha leggi crudeli. Che i fedeli chiedono pane ed insieme circensi e le regole certe tesi al dio secolare che li accoglie bambini senza alcuna innocenza dentro l’imo seccato del deserto interiore.

L’Amore che sento e che canto non ignora le soglie. Tutte insieme le accoglie come un grembo di madre in un tempo che ignaro non conosce del canto le doglie.

Comments are closed.