[...] O voce/ all’inutile canto. [...]

[…] O voce/ all’inutile canto,[…]

In “Exsultet”, Thanatos, Canto XI, Brescia 1990

 

Eccomi. Nella postfazione di “Exsultet”, l’opera scritta in tre anni, Emo Marconi al mio fianco, ed io al diapason di me stesso, quello che l’età insieme donava e chiedeva. Avevo 36 quando venne pubblicata. Era il 1990, un’epoca fa. O forse era già un domani che ancora non c’è.

Due anni dopo, nell’agosto del ’92 salii fino a Tavertet per portarne una copia a Raimondo Panikkar. Camminavamo dietro la sua casa in un pomeriggio d’estate. Aveva appena terminato di leggere la lettera dedicatoria con la quale accompagnavo la copia del libro. Ad un tratto si fermò, smise per un attimo di riflettere ad alta voce, e mi disse: “Un uomo, giunto a 40 anni, ha tutto bruciato. Tutto lasciato alle sue spalle”. Mi sembrò un’affermazione bellissima e terribile. Come del resto è spesso la Bellezza tutta, terribile.

Ne ruminai a lungo interiormente il significato. Lo compresi nella sua pienezza e del tutto quasi due decenni dopo. Quel giorno d’agosto di 21 anni fa, l’incendio di me stesso, del profondo io, mi sembrò essere una Luce che si faceva avanti, gettando chiaro dentro. Spargendo un vento di bene che solo gli iniziati sanno infondere nelle proprie parole. E Raimondo Panikkar certamente era (è stato) un iniziato. Insieme e tra le tante altre cose, seppi che era stata la vanità ad ardere nel fuoco degli anni. Quella stessa vanità che avevo sentita calcinare lentamente nel crogiolo dell’anima durante la scrittura di “Exsultet”. La tempra dei metalli nella fucina interiore è il compito di una vita ed è sale e lievito del canto. Anni dopo avrei scritto: “Arde il monaco nel canto”. Un altro verso, un altro tornante lungo l’ascesa che conduce il poeta al Silenzio. Il suo destino più bello, più terribile e compiuto. Non scriverò qui della pagina bianca. L’ho fatto altrove e vi tornerò, forse. La mia vita è scampata all’afflizione borghese, alla sua pagina bianca, sudario d’angoscia e specchio di vanità. Camminando lungo l’erta salita, per lunghi e duraturi scarti interiori di senso. Tutto bruciando di sé. Fino all’ardore raggiunto nella parola. Fino ad ardere non solo la vita, l’esistenza già tutta bruciata, secondo la sublime intuizione di Raimondo Panikkar. Anche i passi silenti le orme le tracce che l’ambizione e la vanità disseminano e dissimulano nel tratto più duro della resistenza nella vita nella parola e nel canto.

Oltre se stessi. Verso l’altro. Fino all’Altro da sé. L’Altro di sé.

 

Postfazione

È sulla mistica della gratuità che si fonda l’inutile poesia. Nella sfida della sua parola, che erige l’io deserto di passioni e di intenzioni, sconfinatamene donato nella navigazione estrema che sola lo condurrà alla terra dei vivi, si manifesta il Sublime. La poesia che esprime il nostro tempo deve rivelarsi affrancata da qualsiasi progetto funzionale ad una contemporaneità sempre più stanca. Deve essere dunque inutile rispetto ad essa, anche se generosa nel riconoscerne il volto e nel mutuarne il travaglio assunto su di sé nello sforzo, che si spera compiuto, di trasfigurarla in ciò che diverrà. E un canto che si affida ad una forza bianca che sublimi, senza lasciarsene contaminare, l’essenza.

Il poeta è folle perché sfida tutte le ragioni del proprio tempo, anche le più ragionevoli, per affidarsi, più vicino al Dubbio, alla consapevolezza del Mistero che conduce alla soglia sublime. Niente da più sicurezza allo sfiduciato uomo del nostro tempo che la palese concretezza, ritenuta sempre degna di stima anche se in essa alligna l’irragionevole gramigna del sopruso. Quanto più amore serve, invece, per affidarsi alla mano bianca dell’Ignoto, in essa confidando totalmente, senza calcolo. Alla follia dell’egoismo che sorda impone la propria forza, non si può opporre altro che la grazia folle di un amore stanco delle evidenze elevate a misura di un futuro possibile e, incredibile, persino bello. Io non ci voglio credere. E nello stabilire una relazione tra questa irriducibile resistenza in prossimità di ciò che è vicino a svelarsi e ciò che invece si da abito di ragione plausibile, solo dentro le evidenze accettate e accettabili, che sta il compimento del sublime. La necessità di una sintesi attuata fra queste due visioni della vita, che in esse si compie espressa nel segno di una coerenza, genera il seme della parola nuova, poesia, virgulto d’un tempo futuro.

Il poeta pone la propria intelligenza in ascolto del Mistero e cerca di esprimerne, nel compimento del tempo che vive, l’eco. Nessun consenso è consolante quanto la coscienza consapevole di questo destino. La grande frustrazione, la sconfitta, stanno nella necessità di tradurre la poesia in un progetto strumentale a qualcosa di diverso dalla rarefatta essenza dell’uomo che più lo avvicina a Dio, la parola. Compito del poeta è custodirla pura e pronunciarla vera. Nella assoluta inutilità dell’intenzione egli fonda il proprio stato, la propria grazia. Il proprio canto.

Una preghiera che si eleva è sempre una vittoria riportata sull’oscurità del senso. Similmente il canto è un’intuizione che si compie sopra l’acerbo frutto del silenzio che ci consola a tempo, ma non rivela e non dispone ad ascoltare dell’Eterno il vento.

Febbraio 1990

 

 

Exsultet”, Postfazione, Brescia 1990.

 

 

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