Oggi.

Oggi.

Il Cielo di Austerlitz. [“Un Paese senza”].

Ciò che solo ancora ci rimane, del nostro antico sogno, ad occhi aperti [sul Cielo], i pugni serrati nella dolente stretta dell’estrema, dell’ennesima disillusione. Mentre già i nani si avvinghiano alle spalle dei giganti, per un’altra escursione opportunista nella landa della Storia maiuscola, turisti per caso, e le ballerine volteggiano nel vasto ed ininterrotto barnum mediatico. Come fosse la vita tutta un concorso di bellezza e, da decenni ormai, secondo una declinazione esistenziale ed antropologica che o la misconosce o la irride,  la serietà un’enclave disabitata o una riserva per esemplari in via di estinzione.

 

«Occorre il senso di una rivelazione. Come quella che, in un attimo di spessore esistenziale, sorprende il principe Andrey di Guerra e Pace sul campo devastato dalla battaglia di Austerlitz. Ferito e dolente, steso immobile sulla terra si volge con chiari occhi a un cielo “alto e infinito” solcato da placide nubi bianche. E così inappellabile gli appare quella indifferenza, e così profonda l’impassibile verità di quel cielo, da convincerlo che nulla è vero fuorché quella visione, che tutto è “vuoto ed inganno” se non si paragona su quella irraggiungibile lontananza».

 

Mino Martinazzoli, Il cielo di Austerlitz: scritti e interventi politici, [Città e Dintorni, 1987, Brescia]

 

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