Olocausto di sogni.

Aureamedia, un archetipo
della modernità

 

I contemporanei scrivono a se stessi (riflessione postuma di un uomo mai nato alla vera vita).

 

“Il giorno in cui abbiamo iniziato ad amare il nostro destino di mediocri, come tale ed in se stesso, ci siamo resi conto del fatto che era ormai tardi per poterlo fare con persuasione interiore. Siamo stati a lungo un sogno antropologico, un icastico esemplare. Un caso di studio nella modernità, la scheggia miracolosa e miracolata del boom economico. La bolla ante litteram, profetica, e come tutte le profezie inavvertita, incompresa e mai pienamente capita fino al suo avvento compiuto, l’essere appunto bolla. Un paradigma politico, forse quasi ontologico, di una cultura del diritto assurta a culto del diritto nella più annichilita istanza dei doveri, cancellati via. Spazzati dalla geografia sociale cresciuta nell’imperio dell’ego. Vetusti, non solo di storia, ma perché vecchi dentro. Senza l’autorevolezza che viene naturale dagli anziani, per virtù d’età e d’esperienza proba.

Troppo a lungo lusingati dall’eccellenza necessaria della nostra condizione, abbiamo coltivato il culto ossessivo del diritto, di tutti i diritti, fino a crederci eccellenti, molto al di sopra di quello che eravamo, che siamo sempre stati e che siamo. In un crescendo parossistico, senza remissione, lo sguardo fisso ad un orizzonte di senso pervio unicamente e chiaro solo nella soddisfazione di se stesso. Il bene comune percepito soltanto in tale flessione condivisa del diritto. L’ideale del cinismo ci ha tenuti uniti, il solo, stretti uni agli altri, nella comune intuizione e nella stessa intenzione primaria: godere del diritto, istituendone una sempre più ampia estensione, qui ed ora, non importa a quale prezzo per il futuro. Devastando relazioni, identità, territori di comunione, risorse e luoghi della memoria, del presente e del domani, spazi celesti di religazione e di utopia. Il secolarismo è solo la faccia più nobile della nostra deriva. Più primitiva che primordiale. Nessun virgulto che non sia passato nella forgia, nella tempra dell’ego, nella cooptazione iniziatica della nostra convenzione ha avuto futuro, l’avrebbe mai potuto avere.

Ora sogniamo una sosta indolore, un arretramento delle soglie che si attui senza contraccolpi, per noi. Chiediamo di poter godere della nostra consapevolezza mediocre, come della condizione di eccellenza che il benessere raggiunto ci consente. La torsione interiore che ora la storia ci impone, ci flette e ci piega, è incurante di noi e del nostro passato. Ha preso ad agitarsi in modo forsennato, per noi imprevisto ed inatteso, incontrollabile. Tutto è ora fuori dalla portata della nostra capacità di comprendere, di intuire, di includere. Snudati dell’esperienza vissuta, inutile al suo cospetto, siamo coloro che sempre fummo. Senza scampo. Veri, e, purtroppo per noi, finalmente visibili nell’essenza di noi, ben occultata da illusioni, promesse, falsi ideali, da un bene manipolato nella pasta molle del benessere, fino al ripiegamento al grado zero della sua soglia etica. Praticata, non solo percepita come tale.

I nostri diritti sono entrati in una centrifuga infernale e noi, dopo averlo tanto umiliato, agitato e corso in lungo ed in largo ben abusandolo, vorremmo godere ora dell’ultimo, dell’estremo diritto. Quello di fermare il mondo o almeno quello di poter scendere da tale toboga indemoniato che sembra non rispettare più alcun diritto, nemmeno il solo, ultimo a noi rimasto: essere, sapere e riconoscere di essere, coloro che sempre siamo stati, mediocri eretti ad eccellenti nel tempo della superfetazione dell’ego. Atterrare, in modo da poter godere in santa pace, ne avremo pure il diritto!, di tutti i benefit che abbiamo accumulato. E’ tardi, terribilmente tardi e il nostro animo, piuttosto frastornato, non sa più a quale santo affidarsi per continuare. Come vorremmo, come se nulla fosse mai stato e mai potessimo essere considerati coloro che non siamo mai stati. I meritevoli di attenzione, di cura, i soggetti di diritto, ben al di sopra della soglia di necessità primarie. Assurti al cielo in virtù di apparenza ed appartenenza, in un loop inarrestabile e virtuoso che si autoalimentava, alimentandoci fino a renderci lievi, di una levità prossima alla trasparenza, vicini all’evanescenza storica. Prossimi alla pace. Ecco, sì, lasciateci in pace, è un nostro diritto, dunque…

La bolla, non solo economica in tutta evidenza ora, iniziata qualche decennio fa, non è soltanto scoppiata. Si è dileguata. Nemmeno i gas che la componevano hanno lasciato traccia del nulla che la gonfiava. Il nichilismo ha avuto strascichi lunghi, nella modernità. Abbiamo dato corpo, e gloria e fama alla sua ultima propaggine. Lasciateci andare, lasciateci colare via, dal fuoco intenso del presente. Lasciateci godere nella piena ricchezza guadagnata il nostro essere stati per sempre prossimi ad un niente. L’aurea mediocrità non fu una scelta: fu un’eredità ed insieme un dono. Nessuno o pochi seppero dire no e di loro non vi è traccia alcuna nei brogliacci onesti della storia. Forse qualche nota a margine ne racconta i gesti oscuri e mendicanti. Noi fummo i forti, noi la maggioranza, noi fummo i tanti. Ora lasciateci andare, su per il nostro camino. Lasciateci solitari godere l’ultimo tratto del nostro mediocre destino. Lasciate che lo spirito informi l’umano, che almeno la morte e l’ultimo tratto abbiano un sapore divino”.

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