Ora et Labora. [Canto dell’artista errante lungo i sentieri del mondo.]

Ora et Labora. [Canto dell’artista errante
lungo i sentieri del mondo.]

Scrissi l’articolo che segue nei primi mesi del 1993, venticinque anni fa. Venne pubblicato dalla rivista Madre, presso la cui redazione lavoravo dal 1978, nel maggio di quello stesso anno. Il testo era parte di un numero monografico che io stesso avevo in gran parte pensato e curato, su incarico del direttore, in collaborazione con i colleghi, scrivendo anche una breve presentazione che intitolai: “Europa, le leggi e il sogno”.

Ogni volta che rileggo i due testi, raramente, e ripenso all’esperienza di quegli anni, una identica commozione mi assale e pensieri diversi e sempre più consapevoli mi abitano, in una sintesi che duro fatica a contenere e la cui essenza ultima si dischiude come una luminosa ferita. Qualcosa di dolente, che pure tuttora rischiara ed illumina il mio cammino umano. E mi aiuta a compiere una rievocazione dignitosa di quello professionale, ormai da tempo sostanzialmente estinto, almeno nella sua forma agita di ortodossia della scrittura contrattualizzata. Perché malgrado tutto, o forse proprio grazie a quegli anni bellissimi, tempestosi, drammatici, ho continuato a scrivere. In Rete, sulla carta, poesia, prosa, saggistica. Assistito da una inesauribile Grazia, nessuna formalizzazione istituzionale l’avrebbe potuta garantire, che solo uno statuto interiore rispettoso di una vocazione e di un talento, piccolo o grande che fosse, avrebbe potuto accogliere. A condizione di non seppellire la moneta del dono ricevuto sotto la terra arsa e sterile della corruzione di sè ed in essa della parola stessa.

Dieci e più anni fa, ho scansionato gli originali, battuti un tempo con la macchina da scrivere. Ho riposto i file in una cartella che ho nominato “Archivi di carta”. Insieme ai due testi dedicati all’Europa, avevo intenzione di raccogliere anche altri scritti pubblicati, in vista di una eventuale riproposizione, in qualche spazio digitale, i due soli, che negli anni ho curato. Nel 2013 ho aperto il blog. Un anno e mezzo dopo, tra i “Sentieri di Senso”, ho creato “Scritti a mano”. Pensavo che se un giorno mai avessi deciso di condividere gli scritti, lo avrei fatto in quell’ambito, o nell’ultima nuova pagina aperta, intitolata “Fatti a mano”.

Stamani ho riaperto dopo tempo la cartella degli “Archivi di carta”. Sono solo tre gli scritti che ho scansionato. Oltre ai due citati, c’è un pezzo intitolato “Il volto umano della forma”, l’introduzione ad un’inchiesta in tre puntate dedicata ai beni culturali. L’avevo pensata, progettata e realizzata, lavorando per oltre un anno, tra il 1991 ed il 1992, settembre la data di pubblicazione. Non vi sono invece i tre testi dell’inchiesta, perché il lavoro di ricognizione sulla memoria è centellinato dal passo interiore di una consapevolezza dolente.

La stessa che anche stamani mi ha colto, quando ho riaperto la cartella, con la ferma intenzione, questa volta sì, di pubblicare il “Canto dell’artista errante sui sentieri del mondo”. Un insieme di sensazioni, al limite tra la nostalgia e la speranza. Tra la memoria consapevole allora di ciò che sarebbe stato poi, l’evidenza talvolta scandita oggi con uno spirito del presente, partecipato non già con l’arte dei persuasi, i testimoni, bensì con l’artificio dei retori, coloro che leggono la forma del presente nel compiersi di ciò che accade. Quelli che spesso ho definito i profeti del giorno dopo.

Lo sguardo aggettato sul futuro da chi accoglie ed ospita una visione di lunga durata, pare, al compimento dei tempi, la sinopia di un’opera tracciata nell’oscura solitudine creativa di chi già pensa una realtà che ancora non è.

Sono affezionato a quei lavori, a quelli in particolare, perché in essi ho vissuto con dedizione, anche sacrificale, una precisa vocazione professionale. In essi, mentre sentivo montare la sempre più evidente impossibilità di vivere con coerenza estrema, dunque ultimativa, l’armonia fra parola poetica e parola giornalistica, avevo esercitato tutto il talento nella fatica di tenerle insieme, senza tradire mai l’una per sostenere l’altra.

Sono tanti e diversi i motivi per i quali, al diapason della mia esperienza professionale, di autodidatta privo di appartenenze, alla ricerca ed alla coltivazione delle quali del resto non ho mai dedicato un solo istante della mia vita, me ne sono andato dal giornale, un anno dopo quegli esiti che furono per me ricchi di gratificazioni, nel 1994. A quarantuno anni, nel pieno della maturità umana e professionale.

Ho salvato così la parola, poetica, ma non me stesso e nulla della mia particolare condizione sociale. So essere questo il fondamento decisivo, ontologico, di ogni altro all’apparenza incomprensibile abbandono. Malgrado la biografia professionale disponga di sostanziosi segnavia per motivare il corollario istituzionale di una diversa e pur vera motivazione.

Qualcuno, pochissimi, mi ha chiesto in questi anni la ragione del mio salto nel buio, incomprensibile a tutti. Io stesso, ben consapevole dell’atto di coscienza originario a sostegno del mio gesto coerente, non sono spesso andato oltre nel motivare la profondità del senso. Nella sua integra ed intera complessità.

Ogni volta che leggo e rileggo quei testi e rivivo alcuni tratti del sentiero personale, affacciato su uno scenario storico di vertiginosa transizione, integro nel corpo dell’esperienza un altro segno di quella intuizione. Amo, è la parola giusta, quegli scritti perché riverberano l’orizzonte storico, sociale, umano, creativo, artistico e religioso che ha fatto da sfondo al mio minuscolo, eppur sempre lucido e cosciente, cammino. E’ come se dai diversi pensieri e dalla loro composizione insieme si staccassero particole di futuro, allora già dato, ma non ancora accaduto. In qualche modo indicibili, all’epoca nel loro fondamento di senso, seppur esposti nella forma della parola che declina visione e pensiero, sentimento dei tempi.

Non voglio essere l’ostinata barriera che si erge ora nella deriva senile a tutela di inesistenti e mai cercati privilegi. Sono l’uomo nudo e disarmato a tutto che ho sempre cercato di essere, al meglio di me stesso, qualunque cosa possa voler significare all’ombra del mio inqualificabile talento [il giudizio del quale è sempre affidato ad altri ed è per natura etica postumo]. Sono, sono stato e sempre ho cercato di essere il monaco vivo nel canto. L’integrità esistenziale dell’uomo che arde nel canto del poeta. Forse la parola poetica staccava troppo dall’orizzonte della cronaca. La licenza visionaria è uno sfarfallio nella pur poetica traccia che depone la cronaca dei tempi nell’orizzonte del Tempo.

Spesso, in questi anni, sono stato tentato di riproporre i due scritti dedicati all’Europa. Un giorno, in un impeto di diligenza interiore a cui sono educato da sempre, ho scritto persino al giornale per chiedere se nulla ostasse in punto di diritto a che io pubblicassi lavori miei realizzati durante la mia ultra decennale esperienza in redazione. Di tutte le mie intenzioni ho fatto nulla. Ho scritto ancora e con accenti diversi dell’Europa. L’ultima volta in cui l’ho fatto è stato qui. Con riferimenti meno espliciti, ne ho scritto anche qui.

La crisi epocale che ci attanaglia ha radici profonde e lontane. La sua gestazione era in atto da tempo. Ora fiammeggiano gli esiti, lampi sull’orizzonte del tramonto. L’Europa non è l’enclave di un Occidente esteso che si spegne sull’orizzonte globale. Ne è stata la culla e mantiene in sé tuttora i fenotipi della sua nascita nella Modernità.

Spesso avrei voluto pubblicare i due testi sollecitato dall’enfasi retorica che la militanza armata a difesa di usberghi ormai vuoti di senso sparge strumentalmente. La bellezza, svuotata dei fondamenti di valore che ne hanno animato la vita viva, è un dolente sarcofago, metafora declinante di una storia che fu. L’ostentazione del potere è l’opposto dell’ostensione sacrificale.

Ho appreso una consapevolezza diversa dell’essere monaco. Il claustrum che ha abdicato alla prevalenza organizzativa, non ha più nulla dell’organismo orante, il quale si basta di se stesso nella ferialità di un pellegrinaggio orante.

Avrei voluto pubblicarli quando retori di altra natura, nati sotto lo stesso segno imperativo, hanno da versanti opposti combattuto una stessa strumentale battaglia. Nessuna civiltà nasce avendo quale garanzia una moneta condivisa. Nessuna strumentalizzazione da parte degli oppositori restituisce la dignità di un limpido umanesimo ai militanti del dissenso. Unicamente la nascita di un nuovo orizzonte di senso, che alberghi prima di tutto le anime innocenti dei suoi testimoni, genera una nuova unità spirituale. La cui continuità con il passato non è data dalla consistenza delle armate di cui si dispone e nemmeno dalla perfezione con cui lo stile retorico si appropria della verità profonda di un’anima. Le civiltà hanno inevitabilmente ed indubitabilmente un’anima la cui eredità conosce un solo provvidenziale destino: la predilezione del sacrificio, il sacrum facere.

Ora et labora”. Qui ed ora. Nel tempo storico che ti è dato in dono di vivere, con l’anima aperta all’Eternità e lo sguardo posto verso l’Infinito. Solo allora risuonerà in te l’eco degna e dignitosa del passato che ti è stato madre e culla. Pur se tu fossi, creatura del margine, fuori dalle mura belle del chiostro. Il tuo foro interiore, l’unica nota acuta che sigilla l’armonia del canto. Al diapason di risonanze di tempi lontani e diversi ma non mai divisi, anche lungo la drammatica erta di una transizione senza apparente fine.

Canto dell’artista errante
lungo i sentieri del mondo.

Armonia e disordine per le arti e la comunicazione in Europa è stato il tema di un incontro che si è svolto nel febbraio scorsoa Venezia. La sintomatologia che anche questo appuntamento ha rivelato, è quella della grande malattia che, come ormai ognuno sa e dice, secondo il tam tam del conformismo di massa, prodotto dalle ideologie madri della cultura di massa, diffuso dai mass media e diligentemente ripetuto dalla massa stessa, affligge l’Occidente: la decadenza. Sono abbastanza note le origini dell’attuale stato delle cose: più che la diagnosi preoccupa la cura, la cui ricetta è tuttora ferma e si affida alla montaliana denuncia di “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.Un grido la cui poetica, storicamente riferibile al contesto italiano ed europeo, fascista e nazista, si eleva oltre tale orizzonte. Quando ci si spinge a dire, finalmente, ciò che siamo e ciò che vogliamo, cisi scontra con la tragica evidenza della contemporaneità, capace solo di rimedi burocratici, nuove leggi, invocate sempre, ed economici, richiesti con insistenza. Ma una società ingabbiata nelle maglie strette di nuove e sempre più numerose leggi e di un maggiore e sempre più ambito profitto, perde il senso dell’assunzione responsabile del rischio. Perde gli elementi vitali della creatività, dell’arte, che sono libertà, non libertinaggio, e gratuità, che non significa solo sacrificio, ma soprattutto, anche, assenza di qualsiasi finalità speculativa.

Forse gli artisti, i grandi assenti ampiamente giustificati ai convegni, dovrebbero iniziare a dirci cosa siamo e cosa vogliamo oggi, o almeno e soprattutto cosa vorremmo essere e che cosa oggi sia l’arte.

Kirill Razlogov, direttore dell’Istituto per la ricerca culturale di Mosca, intervenuto a Venezia in rappresentanza dei Paesi dell’Est, ha dimostrato come il lungo digiuno dalle libertà democratiche abbia aguzzato l’ingegno e l’inventiva, cercando il cuore del problema. La prospettiva aperta sul nuovo futuro, e non chiusa sul particolare del proprio passato, rappresenta una buona risorsa, segno appunto di vitalità non sopita, anzi, a forza trattenuta sotto la cappa chiusa della cortina di ferro. Ora, magari per inesperienza, rivolta all’indirizzo errato, però eloquente nella sua proposizione. Che ha detto Razlogov? Se si vuole, nulla più di quanto una strategia attenta alla cultura planetaria, e perciò corretta nel momento storico che viviamo, avrebbe potuto dire in una scarna sintesi del passato. Però qualcosa di sufficiente a sbilanciare in avanti l’appassita contemplazione di sè nella decadenza che ci consuma. “Credo – ha detto Razlogov – che non si sia discusso molto della cultura mondiale. La situazione mondiale sta cambiando molto più di quanto non pensino gli Europei. Per comprendere le ragioni di questo cambiamento, dobbiamo risalire agli anni ‘20. Negli anni ‘20 il centro della cultura più ambito era Parigi”. Una breve ricognizione per ricordare come l’isolamento prodotto dal socialismo reale avesse bloccato le avanguardie sovietiche negli anni ‘30, e Razlogov ha proseguito: “Il centro mondiale della cultura nel 1956 era fermamente istituito a New York: per la prima volta l’Europa perse il primato. Fino all’85, la situazione non cambiò molto: Mosca divenne un polo d’attrazione per l’Est e, agli inizi degli anni ‘70, il centro mondiale si trasferì dapprima a Los Angeles poi a San Francisco. Negli ultimi dieci anni abbiamo visto nascere i movimenti del Sud-est asiatico. Ora la situazione è molto più complessa che non ai tempi dello guerra fredda”.La percezione corretta di questa fluidità, insieme alla denuncia del pericolo che una fuga verso Est possa rappresentare una grave perdita per la cultura europea, è un passo in avanti rispetto alla dolente e sistematica ricerca di un punto di forza nello statico, e decadente, panorama della cultura europea. Razlogov non si spinge a tratteggiare soluzioni possibili, rimedi, ma pone una pietra angolare nello sviluppo della riflessione. Dove si trova ora il centro della cultura mondiale? Capire questo, significa anche capire e riorientare il significato della tutela dei beni culturali: se la cultura contemporanea muove dal vecchio continente, quale ruolo attivo può mantenere l’Europa stessa?

Un’analisi più accurata, orientata verso il cuore del senso, non può oggi che affidarsi all’affermazione del dubbio, a parole quali sradicamento, erranza, esilio. II milieu, il centro cioè, che fu parigino, e rimane nella memoria nostalgico segno del tempo che fu tuttora e per numerosi europei, oggi,è nomade e vive nel cuore degli artisti, che sono vivi nella e della propria arte. Il resto è attendismo istituzionale, dal quale prima gli artisti si affrancano, ammesso che un autentico artista e non un funzionario della cultura che si atteggia a tale possa rimanere impigliato nella sua rete, meglio è per tutti. Per gli uomini, per gli artisti, per l’arte e per la nozione stessa di bene culturale.

La legittima distinzione che viene operata tra bene culturale e arte contemporanea, infatti, non può significare una cesura netta tra passato e presente. Esiste un continuum, un filo d’oro, sottile e tenace al tempo stesso, che lega memoria e speranza, ed è l’occhio percettivo che il presente, cioè la contemporaneità, destina ai due orizzonti, passato e futuro. La separazione è una mistificazione arbitraria ed è demagogico cercare di accreditare una nozione di bene culturale che prescinda dalla presenza. Non ha senso parlare di bene culturale se non lo si definisce secondo una concezione di arte contemporanea. Fosse essa pure, come è, espressione critica di una decadenza, di una dissociazione.

Sarebbe certo corretto e lucidamente coerente con l’ispirazione della materia di cui si parla, l’arte, se si cercasse nella comprensione del presente la luce alta che rischiara passato e futuro. È giusto che non si debba e non si possa assimilare alla nozione di bene culturale la contemporaneità.Il bene culturale è tale anche perché vive del nobile, quando lo è, valore aggiunto della storia. Ma una qualche nozione di ciò che l’arte significa nel presente è indispensabile per avvicinarsi al senso del valore della storia. Ciò rimanda ad una inevitabile notazione etica.

Come è possibile, in assenza di una qualunque percezione e significanza etica, comprendere ed apprezzare quella figurazioneche si esprime nella parola sintesi di stile, che è appunto etica ed estetica insieme?

Arte e artisti sono, dunque, i grandi assenti. Se si esclude almeno una qualche dichiarata eccezione, lo sono stati anche a Venezia, dove, tra i pochi, il professor Andreas Wiesand, presentandosi nella molteplice veste di scrittore, di imprenditore editoriale, di direttore dello Zentrum für kultur – forschung di Bonn e di relatore sul tema del diritto d’autore, si è lasciato andare ad una accattivante, e piuttosto scontata, battuta sul ruolo dell’artista, preoccupandosi di sottolineare interesse per il rilievo economico del proprio lavoro. “L’artista – ha detto Andreas Wiesand – non è un santo”. E perché no? A parte la plateale semplificazione, più demagogica e conforme al clima ed allo spirito del tempo, mi chiedo perché non potrebbe o non dovrebbe esserlo. Me lo chiedo a partire dal Cantico delle creature, di Francesco d’Assisi. Forse, parlando di Europa, di arte, ci si dovrebbe interrogare più diffusamente e più a lungo sullo spirito e sulla lettera del lavoro e della vita del santo di Assisi.Senza indulgere, poi, alla considerazione meno gratuita secondo cui poche forme di operosità sono più dell’arte pensate e vissute in prossimità di una qualche rarefazione delle cose per fare spazio al dettato interiore, la prima cosa che vorremmo sentirci comunicare da un artista, oggi, è il desiderio di affrancamento da ogni tutela burocratica ed economica.Se non hanno questo coraggio gli artisti, almeno gli artisti, chi ci affrancherà dallo servitù della decadenza?

E del resto, come ormai da più parti e da tempo si dice, il passaggio epocale, il crollo, vero, presunto o paventato, ma certo verosimile, di una certa cultura Occidentale, non affonda le proprie radici nella incultura, una nuova barbarie, che sembra ripetersi secondo i canoni del crollo di un altro imperialismo, quello romano?

Quale il ruolo, dunque, in tale contesto, dei beni culturali, e quale il modo con cui tutelarli? Per quel che possono valere le affinità delle diverse epoche storiche, qualcosa si può dire. Chi salvò, consegnandola al futuro, la tradizione culturale del passato nel tempo buio dell’Alto medioevo? Chi, confondendosi allo spirito della barbarie, presunta, certo, pose i virgulti di una nuova civiltà salita al sublime del Basso medio evo? I monaci e non altri. Qui si salda la concezione secondo la quale la creatività ha molto a che vedere con l’ascesi,con la mistica del dono. Ristabilire la gratuità quale fondamento del creare, e del vivere, è indispensabile. L’arte e la cultura non sono mai troppo lontane dal proprio tempo: o ne anticipano di nuovo, e sono allora vive e profetiche, o scimmiottano il passato, ed allora sono la decadenza.

Sotto la maschera delle metafore tecnologiche ed economiche, attraverso le quali il nostro tempo controlla, o suppone di controllare, l’arte, c’è, nemmeno troppo nascosto, il germe di quella che si può definire nuova barbarie. Un paradigma che trova nell’Est asiatico, e forse qui potrebbe trovare una qualche sintonia la sintesi di Razlogov, la sua espressione più eloquente: chi compra, cercando di rubarne l’anima, tutto ciò che è in vendita dall’Occidente? La nuova barbarie, la sottile e insinuante violenza dell’imperativo economico, un primum che presiede, ciecamente o no, ogni scelta. La mistica dell’economia, che celebra i suoi riti adottando ed elevando a simboli gli strumenti tecnologici, tra questi le armi, sembra non avere compagni di viaggio, dell’umano viaggio, intendo, credibili: perché, infatti, come ognuno si chiede, la guerra planetaria del Golfo e l’indifferenza o il timore di Sarajevo? Chi, allora, ha il dovere di preservare il vecchio che muore nella continuità del nuovo che stenta a nascere? Come lo deve fare? È nell’ambito di questa visione, che, senza pregiudizi, ma con una leale cultura dell’alterità, possono nascere una risposta ed una nuova civiltà.

Il Medio Evo nacque e si sviluppò dall’incontro di due culture. Una nuova forza nascente, detta allora barbara, che era a proprio modo colta, ed un imperialismo morente, ma fiero della dignità passata, Roma. Fu un passaggio che avvenne nel segno della forza. Ma se qualcosa vive ed è nato non lo si deve certo alla spada di Brenno. Se è viva presso di noi la cultura e se una nuova civiltà è nata, lo si deve alla dedizione dei monaci. Essi preservarono dalla decadenza il sublime tesoro delle civiltà passate e disposero il terreno sul quale poté nascere, secoli dopo, l’uomo sintesi di un’epoca nuova, Francesco d’Assisi.

In questo passaggio, che può sembrare paradossale, si incontrano la gratuità, qualità dell’arte e della vita, e un nuovo monachesimo dedito a saldare la frattura, la lacerazione che si apre fra una cultura disarmata, ma forte e viva del suo passato, e la nostra, una tecnocrazia burocratica economicamente forte, ma culturalmente ormai inespressa. La gratuità richiede la presenza di un uomo profondamente religioso: non consacrato istituzionalmente, ma religiosamente dedito alla sacralità di un suo compito, sì. Dove siano i nuovi monaci è difficile dire. Certo, chiunque accostandosi all’arte la svincoli dal giogo di una appropriazione funzionale alla economia o strumentale ad un disegno di potenza esponenziale che ha nella tecnologia il suo punto di forza e nella burocrazia la sua ancella fidata, la riconduce nell’alveo della gratuità.

Se non si è animati da un pregiudizio demagogico ed anti aristocratico (anche i monaci erano i pochi, ma avevano una sincera cura ed attenzione ai molti) che una pseudo cultura di massa ha cercato, fallendo, di introdurre, ci si può avvicinare a grandi passi alla meta: una nuova civiltà che, nata dalla salvaguardia del passato, sia terra fertile per una vita possibile.

Mediazioni per raggiungere un affrancamento radicale? Lavorare di giorno per creare di notte. Una metafora che forse condurrebbe gli artisti alla sudditanza cosciente, e perciò sulla via di liberarsi, della schizofrenia. Ma che consentirebbe loro di smettere i panni ormai stinti di una stucchevole commedia nella quale devono interpretare in pubblico il ruolo dei contestatori di quel potere, secondo una tradizione che va dal Principe, alla borghesia industriale, allo Stato, che in privato segretamente amano, come fa un figlio un poco scapestrato con il padre indulgente, sedotto da una secolare attitudine che ne tollera il genio ed il servizio che rende di nobilitare la propria ottusità.

Sarebbe il primo passo per cercare e dire ciò che siamo e ciò che vogliamo.

E finalmente l’arte, ancella più o meno oltraggiata del potere in cambio della lusinga della gloria, arcaico e non scambievole orpello, potrebbe trasformarsi in compagna di viaggio e, perché no, dovrebbe tornare ad essere, come in origine fu, un sentiero percorribile per una nuova umanità possibile. Altro che nuovo ordine mondiale mantenuto a filo di spada (atomica).

L’Europa, culla millenaria di civiltà, lungamente abdica. L’arte non abita più qui. Ora si dispone ad essere figlia di un nuovo Occidente. Quale? L’indirizzo sembra sconosciuto. Indicarlo, cercare di comprenderlo, rimanerne in qualche modo culla originaria con un millenario sapere, può essere il compito degno e non privo di fascino che permane nel cuore del vecchio continente. Non già con la forza esponenziale della propria volontà di potenza, conquistatrice annichilente il proprio nemico, quanto con la propria alta lezione di civiltà, di libertà tradotta nello spirito dell’incontro con il diverso. Lo stesso che, giova ripeterlo, animò la nascente cultura dell’Alto medioevo, sulle orme di quella presunta barbarie da cui trasse linfa una nuova vita. La civiltà, come la vita, nasce sempre dall’incontro, se non dalla comunione, con il diverso. Purché nella relazione ciascuno mostri una qualche identità, non la volontà decadente dei suicidi. È invece l’Europa, la vecchia Europa cristiana, illuminista, libera e tollerante a perdere, dai tempi delle conquiste imperialiste, suicidando le sue migliori qualità sull’altare sacrificale di un’armata di cinici ad Auschwitz, e con denaro e burocrazia nell’ultima degenerazione in un delirio di onnipotenza. Una questione antropologica? Soprattutto. Sforzarsi di mantenere viva la realtà di Caino, pur di dimostrarne vero l’archetipo, significa non consentire alcun destino. Se i due poli permangono in Abele e Caino, si capisce perché da più di un secolo, e nelle sue frange più inquiete, negli ultimi decenni, l’Occidente abbia ripreso a guardare ad Oriente. Dove la violenza archetipale, e non solo armata di grossolani ferri, ma soprattutto, invece, di sottili ed invisibili distinguo, trova l’inquietante silenzio del Buddha.

L’arte, almeno l’arte, deve spogliarsi di ogni volontà invincibile, per mostrarsi nuda nella sua inutile, ed inutilizzabile, vocazione al Mistero. Per infaticabilmente aprire lo spazio che accoglie, non quello che alimenta il mito del nemico, fino ad inventarlo per sopprimerlo. L’innocuità dell’arte si basta del suo segno. Povero, sempre, e sempre, comunque, amante. Se l’arte contemporanea, perché questo è il punto, riuscisse in questa cerca del varco a passare l’insidioso vocativo all’autodistruzione, nella frammentazione, ritroverebbe voce per sé e per la storia. Ad Occidente, dove la modernità balbetta, ad Oriente dove un nuovo, e forse inutile, milieu stenta a nascere. Perché il centro non sorge dove è il dominio di una visione che annienta l’altra, bensì nell’armonia, anche errabonda, nomade, od esiliata nel silenzio che grida la propria impotenza a farsi canto contemporaneo di comunione, dei diversi nel cuore dell’uomo. Il lievito del segno, per un artista, cresce anche nel gelo dell’inverno che lo circonda, il silenzio del suo tempo. Egli può morire, ma non così il virgulto del suo canto, sepolto e nato dentro una Terra dove nessuna geografia ha vanto.

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