Diario inutile. 9

Diario inutile. 9

In Cielo fioriscono i ciliegi.

Lan Lan Huê tiene alto il filo dell’incontro nel dialogo interiore che serra lo spazio ed estingue il tempo. Siamo vicini da lontano, in una scansione temporale che conosce unicamente la fedeltà nel reciproco dono della riflessione condivisa.

Era il 25 Marzo quando Lan Lan scandiva l’eco delle mie parole nelle sue e restituiva luce nel canto:

il rollio del tempo/ nella risacca delle sue onde/

i colori delle brume /e la loro eco incessante/

il ragno del giorno/ all’angolo del muro/

che fila l’acqua viva/ nei suoi riflessi del mezzogiorno/.”.

[“rouleau du temps/en ses vagues ressac/
brumes couleurs/sans cesse échos/
araignée du jour/au coin du mur/
qui file l'eau vive/de ses reflets midi/”.]

 

L’acqua, nella sua corsa impetuosa, colta nelle immagini che ne accompagnano la corsa verso il destino: tra le rocce, nei salti dei sassi feriali, dei talvolta grigi abissi, giù, fino alla quiete raggiunta. Dove l’acqua si placa, nella verdissima pace di un’oasi raccolta. Di meditazione. Di solitudine. Di silenzio. L’impeto della corsa e l’Armonia del raggiungimento stanno insieme, nell’ultima immagine, chiara di una Luce umbratile che filtra, dolce e tersa, dalla fessura che apre sul cielo tra i rami.

Le fleuve parle-t-il toujours dans la douleur et le Silence? L’âme du monde continue-t-elle de s’épanouir dans les belles fleurs de votre jardin?, ho chiesto a Lan Lan. Mi ha risposto così. La certezza della Vita che tuttora fiorisce, nell’orizzonte dolente che non concede ciniche indulgenze, ha ancora, nella gratuità che divina sboccia, una promessa di Bellezza.

Dopo avere tradotto con l’acuta precisione intuitiva che la distingue il punto dell’ultima pagina del Diario inutile, con parole poetiche si è inerpicata lungo i sentieri di un presente che chiede [anche] la semplice spoliazione da tutto, nella contemplazione della Vita che accade. Attesa e maestra di semplicità nel dono di sé.

sulla terra come in cielo/

i ciliegi fioriscono/

ed io tossisco/ ( nomiyama asuka )”.

[“sur la terre comme au ciel

les cerisiers fleurissent

et moi je tousse ( nomiyama asuka )”.]

 

la loro attesa, di anno in anno/

effimeri/

semplici sono i vostri nomi/” (Lan Lan Hue).

[“leur attente tous les ans/

éphémères/

simples sont vos noms/”(Lan Lan Hue).]

La caducità della Bellezza, che sempre ritorna ad ogni anno, con la forza semplice della forma e dei nomi. Il miracolo della vita che nel mistero del suo eterno ritorno manifesta la fragilità del limite in sé. Nascere e morire. L’umano che sale sino alla soglia smemorata di sé, che più non ricorda e non conosce l’interezza del proprio compimento in cui si racchiude ab origine il limite nella forma terrena. Mentre i ciliegi, anche in Cielo, continuano a fiorire in eterno…

Il tempo [la coscienza è il tempo, autocit., Exsultet, 1990] passa al setaccio la vita. Solo la grana fine di ciò che ha fondamenti interiori nella verità [le fondamenta del vero] passa attraverso la rete sottile dei tempi. Verso l’approdo del Tempo [tempi e Tempo, Paul Celan]. Solo la verità delle promesse conferisce loro statuto duraturo. L’amore. L’amicizia. La confidenza nella trasparenza del dialogo. Senza strumentalizzazioni e senza infingimenti. La verità di sé si espande ed accoglie nella relazione con l’altro da sé unicamente se gli statuti interiori del dialogo sono aperti uno all’altro e sono stabili nella autenticità dei propri fondamenti.

La distanza, lo spazio, i tempi, la durata, gli strumenti, i mezzi, non hanno alcun vanto nell’osmosi rivelatrice della Relazione [la Relazione è rivelazione, autocit. Vigilie in esilio, 1996]. Nelle Relazioni Spirituali.

La comunità, la comunione dei due, non ha alcuna necessità contestuale della presenza fisica. Del corpo. Come avrebbero potuto, è solo uno fra i tanti esempi possibili, trovare destino epistolari colmi di infinita empatia, se così non fosse stato sempre? Al contrario, vi sono presenze fisiche, prossimità feriali, assidue che non generano alcuna comunione. Dentro le quali il dialogo si infrange, se mai nasce. Quale è dunque lo statuto ontologico delle relazioni umane?

Ogni volta che mi accingo ad entrare in dialogo con i lontani [come con i prossimi], così come con Lan Lan ora, sempre mi chiedo, chiedo a me stesso se i fondamenti dell’alienazione, l’assenza della verità di me stesso, o della gnosi, qualche indulgenza all’inconciliabilità tra spirito e corpo, abbiano corrotto la purezza della mia attesa di comunione. Se il dubbio persiste o si radica in me, significa che la soglia dell’essere inclina all’una, l’alienazione, o all’altra, la gnosi. Se la via del dialogo è pervia, significa che il sentiero dell’attesa e dell’incontro è pieno di luce e di speranza. Aperto. Allora la parola, con qualunque mezzo ostesa, anche nessun altro che non fosse il semplice e primario, la bocca, non è altro che ciò che vorrei sempre fosse, viatico e promessa di comunione.

Accade unicamente per Grazia. Quando la persona ha posto in essere tutto il proprio talento, agostinianamente, e tutto il proprio carisma, qualunque fosse il valore dell’uno o dell’altro, a ciascuno il proprio dono, allora il Cielo dell’incontro si dischiude. I ciliegi regalano una nuova fioritura. E non importa che il corpo del poeta, chiuso nella propria leopardiana e consapevole ed ontologica finitudine, abbia qualche colpo di tosse… L’attesa è per l’eternità del tutto, che, nella semplicità dei nomi, annuncia diuturnamente il Suo per sempre.

Diario inutile. 8

Diario inutile. 8

Il capitombolo della modernità. [Damasco è lontana].

Il rivo sottile di una relazione carsica, che lenta negli anni si spegneva, d’improvviso s’insabbia nei silenzi abissali delle forre. L’acqua abbondante cessa di fluire alla luce della superficie, dopo la sua corsa folle tra rocce e sconosciuti anfratti. Persa nell’incantesimo oscuro di qualche nascosta grotta. La verità di ogni singolo sé impegnata nella costruzione di un noi, spesso un’ipotesi dell’irrealtà alimentata solo dall’indefettibile speranza dei cuori generosi e dei sognatori, si schianta contro il muro dell’Assenza. Non la nascosta. Non l’Ineffabile di tutte le origini e del Mistero. La reale e tangibile, anche nella sua dimensione impropriamente definita come virtuale [?]. L’ipocrisia. La reticenza. La laboriosa ed instancabile opera della minorità interiore, conosce il proprio memento apicale. La verità di sé, snudata dalla prova, si svela nella pienezza icastica della sua essenza. Fossero pure la menzogna e l’inganno le uniche verità di sé da sempre poste in essere. Vissute. La Storia rimane un’impronta calcinata sul muro del Presente. Un fotogramma epocale. Quasi una nemesi per tempi che avevano assunto il presente a paradigma esistenziale. Quasi un assoluto necessario.

La violenza con cui il dramma incombe, non lascia scampo all’identità. Siamo coloro che sempre siamo stati. Che abbiamo scelto di essere, istante su istante nell’impegno senza remissione del libero arbitrio. Che abbiamo abbracciato, nella comunione di un destino vocato. Ci sorprende qui, e talvolta qui ci confina coatti, in limine alla nostra minuscola verità di creature vissute. Secondo volontà. Coerenti ad una coscienza. Fedeli ad un Segno spirituale, l’orma di un nostro credo.Persino nella chiamata del nome. La nostra responsabile storia. Affidata in prima persona singolare a ciascuno di noi sin dall’origine in forma di dono. Il Dono per eccellenza. L’eccellenza del Dono. La Vita.

L’orizzonte si stringe. Il campo visuale interiore mozza il respiro. Chi sono io? Chi sei tu? Chi avremmo potuto essere insieme, nel Noi che ci elegge [che ci avrebbe potuto eleggere] nell’alto di noi stessi, quando a sostenerne la nascita e la crescita è un ideale e non un interesse?

All’improvviso non c’è via di fuga. Da se stessi. Dalla menzogna. Dall’evidenza della nostra storia. La solitudine ed il silenzio, che credevamo dei monaci, dei mistici e dei poeti, sono all’improvviso le ospiti indiscrete ed indesiderate della nostra ferialità. Sopraggiunte per coazione e non per vocazione, come fu da una vita e da sempre per i mistici, per i monaci, per alcuni poeti.

Damasco è lontana per coloro che sono stati fedeli ad una sola luce: quella della ribalta, minuscola e feriale o vasta non importa, che genera consenso. Prima che condivisone. Prima che, al diapason delle anime nell’incontro, comunione.

La conversione comporta l’ascesa lungo il sentiero erto di una coerente ascesi. Cambiare etichetta, il nome alle cose, l’abito esteriore senza alcuna attenzione all’interiorità di sé, il foro in cui Dio ci visita e dove Egli ci abita, alla sorgente di ogni relazione, significa continuare nella stessa prassi ontologica che ha segnato numerosi cammini nella storia recente, anche in quella minuscola e feriale in cui la responsabilità del destino pare più fievole. Eppure l’etica dell’obolo della vedova dovrebbe informare una sintassi antropologica condivisa.

La pietà laica, la carità e la misericordia inducono a chinare l’orecchio dei servi inutili verso l’ascolto. Anche l’esercizio della nominazione, il primo gradino verso la purezza della verità delle cose, di sé ed in sé, il compito caro ai poeti, stenta, quando la tragedia pare offuscare i nomi, le cose ed occludere il respiro dell’anima stessa.

L’incontro claudicante, sostenuto dall’infingimento e dalla speculazione attiva e strumentale dell’uomo sull’uomo, cede quando il suo solo destino è unicamente il silenzio. Resiste la verità oblativa dell’elezione gratuita nel dono di sé. Non c’è più nulla da prendere. Nulla da spartire. L’organismo vivo dura, la vita tributaria di qualche declinazione organizzata secolarmente esogena, inclina al tramonto. I demoni dell’abuso altrui praticato con destrezza, hanno preparato nuove maschere. L’onda della meschinità s’infrange e cessa, quando l’innocenza è il loro approdo.

Il Bene. Il Male. La Bellezza. Un catechismo elementare, religioso e laico, risorge sotto le coltri di una smemorata opulenza. Gli ipocriti ed i retori a gettone tentano di impugnarne il vessillo, per provare a porsi ancora una volta alla guida del Destino. Dei destini. La conversione è una provvida sincope interiore. Non c’è più tempo per la vita bugiarda. Non c’è più orizzonte per gli imbonitori del pacco vuoto di tutto e solo colmo del proprio devastante ego.

La sinopia dei giorni che viviamo era già tutta disegnata nelle solitudini che non viste hanno scontato una vita intera ai margini di un tempo al tramonto.

All’improvviso tutto si è fatto chiaro. La tempesta di menzogne snudata dall’impotenza nella prova. La carità del vero eretta a testimone di un tempo che verrà. Nel segno della comunione tra i viventi. Nella caritatevole preghiera dedicata ai morti dentro di ogni tempo.

Si perde il fiume lento di relazioni povere. Si schianta la feroce ipocrisia di chi specula sulle altrui vite nel nome delle istanze più belle, l’amicizia, l’amore. Si perdono le lallazioni adulte degli approcci privi di fondamenti interiori. Una gioiosa speranza si accende di Luce pura, finalmente alta sull’orizzonte terso del domani. Un’opportunità per le anime elette dal dono nella gratuità. Una condanna per i pervicaci numi tutelari della speculazione. Il fuoco che arde il monaco nel canto, si alimenta nella rarefazione. Lo Spirito induce alla levità.

Non esiste gioia più grande, da condividere nell’amore e nell’amicizia, spoglie di tutto e nude di cose, di quella che si alimenta negli stati nascenti. Nella Solitudine e nel Silenzio. L’onda lenta frange la corsa. La memoria torna lieve a campire la vita. La speranza aggetta sul futuro. Rende lungimirante e duraturo lo sguardo. Apud Deum. Dove tutto e non solo la Parola nasce e dove tutto sta nel suo per sempre.

 

 

 

Diario inutile. 7

Diario inutile. 7

Ippocrate.

Il dolore di chi muore solo, privo del conforto degli affetti più cari. La parola, lo sguardo, la mano, tutti strumenti sublimi della sororità dei gesti che ci sono prossimi e familiari. Smarriti nella cesura rapida e violenta di una quotidianità calda di esperienze a lungo condivise, di sogni insieme vissuti ed ora bruscamente spezzati nel breve volgere di pochi istanti.

La generosa dedizione e l’amorevole competenza di chi vive con loro nella cura, chinandosi sui corpi con la speranza della guarigione e poi, spesso, nel gesto estremo dell’ultimo saluto, quando la stessa cura assume l’altro orizzonte dell’umano, l’anima, come nuovo e ultimo esercizio della propria umanissima attenzione. Nella dolenza degli addii.

Sono le due prese strette, il morso sui giorni che vivo, che non mi lasciano mai, in questo drammatico esistere nella fortezza Bastiani della mia ferialità, in attesa, e nel timore, che il nemico invisibile e subdolo si decida ad attaccare anche me e chi mi è al mondo più caro. Compagni indiscreti che sempre fanno capolino, in limine alla speranza e alla discreta letizia con cui il giorno si scandisce e continua. Nella preghiera, nella contemplazione. Nei dialoghi da lontano. Loro, le tracce di sentieri altri e provati sono sempre lì, accanto al vissuto e fanno sgomenta compagnia.

Non ho mai amato scrivere del [sul?] dolore degli altri. Una forma di irrevocabile pudore mi ha sempre indotto ad alzare la penna. Per rispetto. Perché il silenzio nella presenza di chi soffre un dolore non direttamente esperito possa levarsi come una preghiera, ai margini di una condivisione tutta interiore, sebbene non ripiegata su di sé.

Così preferisco indulgere al racconto in prima persona singolare: non per narcisismo. Per senso di responsabilità: scrivo solo di ciò che ho vissuto e conosco. La testimonianza come esperienza senza la quale la parola mi pare orfana del vero, di una sua declinazione attestata nello statuto interiore di chi scrive [e ha vissuto]. E’ un esercizio che nella prosa discende per me da una poetica che ho posto da sempre a fondamento della vocazione a scrivere. Umana. Professionale. Poetica, appunto. Fa molta pulizia. Nel pensiero e nell’opera.

Eppure sento come mio lo sgomento di chi muore solo. Lo sento vivo dentro di me. Mi abita e mi accompagna in diversi momenti della vita. Da più di un mese e mezzo. Da quando questa prova è iniziata, poco dopo la metà di febbraio. La Grazia di essere qui, vivo e sano, sconta la consapevolezza di una precarietà più vera di sempre. La consapevolezza di chi sa che da un istante all’altro potrebbe varcare la soglia e separarsi dalla persona che ama. In modo definitivo, senza la carezza di un addio, inatteso e forse imminente. Senza il compimento di tutti i sogni che ancora ci abitano. Senza una parola di condivisione dell’ultimo, dell’estremo atto di fede pronunciato insieme. Senza la dolcezza dell’arrivederci a presto in cui crediamo.

Qui si incontrano l’attesa e la speranza dell’altra presenza assidua di questi giorni, la generosa dedizione e l’amorevole competenza. Non è una certezza. E’ una speranza, forte ed intensa. Radicata in me da tempo e nata da lontano. Dentro la quale si è fatto strada in me il ricordo di una poesia che scrissi tanti anni fa.

E’ intitolata “Ippocrate”. La scrissi un giorno di 21 anni fa. Non v’è alcun nesso causale con una specifica circostanza, come spesso accade, almeno a me, quando scrivo poesia. Sono certo però che essa attingesse qualche dialogo intercorso tra me ed il mio medico di famiglia. Quello che per 32 anni si è preso cura di me.

Mi è tornata alla mente in modo insistente quando ho ascoltato per la prima volta un religioso chiedere al personale degli ospedali di farsi esso stesso “ministro” in prossimità dell’estremo congedo. Ministro e umanissimo interprete nella cura degli addii, laici ed affettuosi. L’ultimo baluardo di empatia nella solitudine di chi muore. Mi è tornata alla mente quando ho letto le numerose, commoventi testimonianze di chi, tra medici ed infermieri, si è fatto prossimo, in una dimensione della sororità e della fraternità che dovrebbe essere la nota interiore più alta dell’umano, di persone fino a pochi istanti prima sconosciute.

C’è speranza. Il canto degli addii. Il culto degli addii.

Nella ricomposizione di un destino divaricato fra tecnica e anima, così a dimora nel nostro tempo e forse ancor più in quegli anni, cercai con le parole del mio canto una sintassi interiore rispettosa della prima, la scienza, dedita con persuasione laica ed interiore alla seconda,l’anima.

Verrà un giorno, presto [e forse è già venuto] in cui anche i tanti indifferenti si chiederanno perché e come è potuto accadere che l’anima sia stata lasciata, sempre più e così a lungo, indietro nella vorticosa corsa verso l’onnipotenza del corpo, inteso nelle sue espressioni meno dedite ed affini alla cura. Declinata spesso come derivata e non come primarietà nell’essenza dell’umano.

Quel giorno di settembre in cui scontavo la dura emarginazione dell’anima, scrissi “Ippocrate”. Speranzosa come una preghiera. Dell’uomo fiducioso di morire tra braccia umane, sororali e fraterne.

Ospitaletto, 30

09

’999

 

 

 

 

Ippocrate

 

Giura che in questa mia prigione

dove indifeso e solo non sono

che un ricordo, un’ombra senza fede,

comprenderai il dolore. Giura

che poserai placebo lo sguardo

tuo di uomo sopra il mio corpo

stanco e sulla sua rovina. Giura

e non importa allora quale sarà

il tuo nome, amara medicina.

Sento che in tanto mio soffrire all’imo

del respiro saprò il Suo nome udire.

 

Giordano Mariani

 

 

 

Diario inutile. 6

Diario inutile. 6

Nomadelfia. 39 anni dopo.

Nella temperie dei giorni drammatici che all’improvviso hanno investito le nostre vite, fino a spegnerle o a travolgerle, solo l’essenziale resiste in noi e di noi.

Ci abita, ci stabilisce e ci guida, anche verso l’Eternità aperta per sempre dall’istante estremo, e più di sempre e come non mai, schiacciato sull’orizzonte esistenziale dei tempi, ognuno di noi è solo ed unicamente la verità di se stesso. Di ciò che è stato. Lì, se mai vi sarà, cantano la promessa e la speranza di un tempo nuovo e di un uomo diverso, se la Grazia assisterà il corpo e la Luce guiderà, insieme al corpo stesso, l’anima delle cose. L’istanza spirituale dell’umano.

Per me, l’essere me stesso significa essere noi. Sono nato e rinato a me stesso 39 anni fa, al termine di un lungo cammino di rinascita ed all’inizio della vita nuova. Il 5 Aprile del 1981, Elena ed io ci siamo sposati a Nomadelfia.

Nei giorni scorsi ho ripreso il testo che avevo scritto per quel giorno e che, al termine del pranzo, nel clima festoso e amabilissimo del gruppo familiare che ci ospitava, avevo letto.

Per una singolare coincidenza, che mi venne confidata da un nomadelfo al termine del pranzo, la mia breve lettura, nella quale esprimevo i motivi che mi avevano condotto al nostro sì a Nomadelfia, non era stata registrata. Un incidente tecnico, mi era stato detto, che aveva interrotto la registrazione su nastro dei momenti più intensi della giornata.

Tra coloro che avevano partecipato al nostro matrimonio, c’erano anche alcuni miei colleghi. Fu uno di loro, Fulvio, che al momento di congedarsi, mi chiese di inviargli il mio testo in redazione. Era il responsabile della pagine giovani e, così mi disse, aveva intenzione di dedicare il numero in preparazione al tema del matrimonio. All’epoca non esisteva la posta elettronica ed il solo mezzo a mia disposizione era la corrispondenza tradizionale. Qualche giorno dopo, durante il viaggio di nozze, spedii a Fulvio il mio breve testo. Uscì sul numero di Giugno: i tempi di preparazione e di lavorazione si svolgono in un mensile con largo anticipo.

Nei giorni scorsi, sono andato a cercare l’annata rilegata che conservo insieme alle altre, memoria di 16 anni vissuti al giornale. Fulvio se ne è andato, giovane, quasi 13 anni fa: prima di aprire le pagine e di rileggere, l’ho rivisto parlare con me, in quella primavera lontana, così colma di luce, di bellezza, di speranza. Al giovane collega con il quale ho condiviso gli esordi, ho dedicato più di una pagina dei miei diari, ma non ho mai pubblicato nulla. Le nostre strade si divisero presto ed il suo destino professionale fu affatto diverso dal mio. Non ho mai voluto millantare confidenze o intonare elegie postume non suffragate da una vita condivisa. Preferisco il pudore della scrittura privata.

Il testo che lessi quel giorno a Nomadelfia è la filigrana delle nostre vite, mia e di Elena. Tutto sembra scandito con la precisione di una sinopia, il disegno che precede e prefigura l’opera. “Il perché del mio sì con te a Nomadelfia”, è intitolato. E’ una lettera a Elena, mia moglie. C’è una frase, una sola, che più di tutte campisce la mia memoria commossa, mentre leggo e rileggo: “Ma al dolore sapremo resistere, talvolta anche durante quello sorrideremo, ma dopo senz’altro troveremo il sorriso. Uguale al primo, nel primo istante, nudo anche lui come le mani, duraturo”.

Dio solo sa quale e quanto dolore abbiamo condiviso, Elena ed io. Quale prezzo abbiamo pagato insieme alla dignità delle mani nude, la verità di noi, ciascuno per sé nella reciprocità del dono.

Potrei indulgere alla memoria tracciando il profilo che spesso restituisce l’esperienza. La quantità degli anni ed il suo corollario, la stanchezza. Non è così. Sento solo ed unicamente la levità del dono, la Grazia cui va il mio grazie, di un tempo duraturo vissuto insieme. Un valore inestimabile dentro il quale non accampare alcun personale merito.

In una delle omelie in Santa Marta, nei giorni scorsi, Papa Francesco ha parlato della Fede come di un’alleanza. Tre, ha detto, sono i caratteri distintivi del cammino condiviso con Dio [la Relazione per eccellenza, la Relazione eccellente]. Tre i momenti. C’è una promessa, ha detto il Papa. C’è l’alleanza. C’è la fedeltà. Mentre leggevo commosso il testo che scrissi allora, mi sono tornate alla mente le parole di Papa Francesco. La relazione con Dio è una Relazione d’Amore. Solo l’Amore è in grado di sostenere un’alleanza fedele. Duratura. Per questo forse l’amore dei due è l’archetipo dell’amore di Dio. Anche noi abbiamo vissuto una promessa, abbiamo stabilito un’alleanza. Le siamo stati fedeli. Ho sentito scorrere in me l’eco dei giorni più duri, quando la nostra mano nella mano, quella di Elena e la mia, la nudità delle nostre vite indifese ed impotenti nella prova, erano tutto ciò di cui potevamo disporre ed erano tutto. La nostra alleanza si rinsaldava, al fuoco lento della prova e le mani nude e serrate recitavano l’evangelico ut unum sint di Don Zeno e di Nomadelfia. Rinuncia a possedere e resistenza nell’alleanza. Perché il mio sì a Nomadelfia…

Del resto, il nostro minuscolo tempio domestico, è stato anche il luogo dell’esercizio della democrazia. “La democrazia comincia a due”, scrisse Luce Irigaray. Non c’è nessun altro luogo di apprendimento della democrazia che non sia la comunità di chi convive. L’esercizio feriale del rispetto, dell’osmosi continua di vita, del confronto trova nell’alleanza d’Amore una culla di senso e di significato che solo la Grazia può e sa sostenere. Perché solo nell’amore si impara. E si conosce.

Nulla intorno, nella ferialità vissuta, mi parla e mi ha parlato quasi più di Nomadelfia. Solo lacerti di fraternità e stremate e dolenti resistenze nell’alleanza hanno reso conforto alla solitudine. E’ giusto così. Non ci sono né premio né prezzo per il cammino della Grazia. Perciò è ed è stato tutto inesorabilmente giusto così. Don Zeno, sento, ancora e per sempre ci sorride, dal grembo della Terra in cui riposa e dove ci accolse un giorno per riconoscere la nascita della nostra promessa e della nostra alleanza. Nella fedeltà.

 

Diario inutile. 5

Diario inutile. 5

“Nessuna croce manca[…]”.

Le parole respirano piano, nel grembo dell’alba. Mormorano. Hanno il ritmo interiore di un pudico fiore, sbocciato nel silenzio dei tempi dolenti, sul ciglio di un rivo nascosto.

Al margine, i nomi andati via nella solitudine del loro per sempre, senza il caldo addio delle mani che avevano strette, a lungo, negli istanti feriali di una propria piccola grande storia condivisa.

Un Vento d’amore, implacabile e memore di una calda ed eternabile passione, spazza l’insidiosa polvere dell’oblio, che lieve e repentina si posa nell’affanno della lotta e sull’urlo degli addii.

Ma nel cuore/ nessuna croce manca/ è il mio cuore/ il paese più straziato”.

Il poeta del Porto sepolto, ha offerto sin da subito le parole con cui accordare il metronomo interiore. In quest’altra drammatica vicenda che tante similitudini accampa, nel suo essere, al pari della guerra, una catastrofe.

Era febbraio, verso la fine, quando annotavo nel diario per la prima volta i versi con cui Ungaretti scandiva la precisione della tragedia imminente: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”. [All’improvviso, l’incerto destino esistenziale sembrava essere diventato il solo signore delle fondamenta interiori, commentavo in quei giorni].

Poco prima, l’amato poeta dell’adolescenza aveva offerto un’ancora di consapevolezza al sempre più incalzante sgomento ontologico.

Mi sono riconosciuto/
Una docile fibra/
Dell’universo”
.

[L’onnipotenza, veloce e funzionale, della modernità vincente ed impositiva, messa in ginocchio. L’uomo, rannicchiato nell’impotenza del proprio limite ontologico, a lungo dimenticato e misconosciuto, ferito e piegato, ritrovava all’improvviso in se stesso la nota interiore della propria essenza, umana ed insieme divina, lInfinito, l’Eterno, scrivevo ancora nel diario: erano i primi di marzo. La grande, la lunga corsa iniziava a fermarsi. Un brusco, violento arresto mozzava il fiato ai competitors vertiginosamente lanciati sul ciglio dei tempi. Il sentiero della ferialità dimenticata, lungo argini sapidi di altre e remote memorie, diventava all’improvviso la sola strada che la Storia avrebbe potuto intraprendere. Per un tempo lungo o breve, ormai non importava più tanto sapere. Esistere, Essere?, era divenuta all’improvviso l’unica strada percorribile dalla speranza di un domani].

Una sera d’estate di tanti anni fa stavamo tornando a casa. La notte e la confidenza ci rendeva inclini a conversazioni meno convenzionali. Avevo poco più di vent’anni, a metà dei Settanta. Un’epoca fa. Le nostre storie profumavano ancora dell’eco di una memoria contadina, che aveva in parte scandito anche qualcuna delle nostre infanzie. Almeno uno dei nonni di ciascuno di noi, ce ne aveva trasmesso i canoni aurei con la forza esistenziale della testimonianza. La prossimità con la Morte come evento naturale e non rimosso dalla familiarità feriale, non era già più un fatto scontato, ma non era ancora divenuto un tabù da consegnare alla mediazione di contesti e competenze altre. La geografia interiore di ognuno di noi recava nomi e luoghi segnati da lacrime amabili e dolenti insieme. Quella sera, mentre giovani percorrevamo una delle tante strade calme e lente della nostra pianura, rispondendo ad una mia considerazione sulla morte, Silvio, qualche anno più di me, disse, quasi per darmi sostegno e conforto: ” Credo che per una persona sensibile, indipendentemente dall’età, sia giusto interrogarsi sulla morte. Troverei più strano non parlarne”.

La solitudine di chi muore solo, i tantissimi, stringe come una morsa al collo dei giorni. Non lascia mai la presa e risuona come un basso continuo anche nei momenti di stacco, i rari, che il dramma condiviso concede. Perché la morte, come scrissi nel 1990 in Exsultet, il poema nel quale dedicai 11 canti a Thanatos, è per me porta di Senso”, [“o Morte, o varco sublime del Tempo/ o porta d’Altrove e di Senso[…], Thanatos, Exsultet, 1990”, ]. Cui giungere lungo i sentieri di un paesaggio feriale nel quale si contemplano l’amore, gli affetti, la condivisione delle domande e delle risposte. Soprattutto di quelle estreme.

Il vulnus di questi giorni [mesi, ormai?] attinge e stabilisce la forma più dolente degli addii. La più dolente tra le forme.

Canto memoria e preghiera. La compagnia, un’eco delle domande e delle risposte a lungo scambiate nel passaggio terreno condiviso, una traccia degli sguardi, la carezza di una parola lieve come una stretta di mano d’addio, nell’istante più duro del cammino di chi ci lascia. Mentre nella solitudine e nel silenzio percorre il tratto verso la Porta estrema. Nessuno muore solo, nel coro di parole dedicate che amorevoli lo accompagnano, lo sostengono, lo innalzano. Anche se pronunciate lontano nello spazio e nel tempo.  Oremus.

Diario inutile. 4

Diario inutile. 4

Nessuno si salva da solo. [La cucina del poeta].

Mai avrei immaginato che la dimessa ferialità di parole nate quasi dieci anni fa nella cucina del poeta, sarebbero risuonate identiche nel drammatico silenzio di una piazza, consegnate alla sacralità epocale di una Benedizione universale impartita Urbi et Orbi.

28_03_2020_3Il messaggio in bottiglia che nella solitudine della mia stanza, a lungo resistente nell’indigenza della disoccupazione e nello stigma della marginalità sociale, ho sommessamente e più volte sospinto nella camera senza eco del loro destino, sembra avere trovato ieri l’elezione persuasa di un ascolto diffuso e conclamato. Spero sia anche duraturo e profondo, nella singolarità interiore del tempio che ciascuno costituisce davanti all’Eterno.

Ciò che nella storia, maiuscola o feriale, ha destino, nasce unicamente dall’Amore. Sotto il segno della forza, anche quella coatta alla paura, si accendono solo fuochi fatui.

La conversione contempla una mutazione dello statuto interiore, se un’interiorità è sopravvissuta nella tregenda secolarizzata che ha costituito per decenni la scena Occidentale. Il modello Globale. Altrimenti, della commozione epifanica di un Altrove, scaturigine e fonte di comunione, a lungo in se stessi dimenticato, non rimarrà che la stilla mediatica. Ancora una volta, solo un titolo in prima pagina.

 Repubblica_28_03_2020

Nessuno si salva da solo attende il proprio compimento nella conversione di sé che prelude il cammino dall’io al Tu divino e a quello fraterno insieme. Non è dato l’Uno senza l’altro. Al diapason di se stessi. Altrimenti non rimarranno, a campire la scena di uno stato nascente, che le memorie dei tanti primati di appartenenza che hanno scandito tutta la storia recente. Con fondamenti radicati nella memoria di un passato bene attestato. Prima l’ego. Il principio della forza consapevole della propria potenza.

28_93_2020_1L’Amore, il carattere oblativo della salvezza, che si consegna ai giorni indifesa a tutto, consapevole della propria qualità originaria di essere soltanto dono, e dunque inappartenenza, dovrà attendere, ancora ed ancora una volta. E questa sarà per l’uomo contemporaneo occidentale davvero l’ultima. Il sigillo epocale sulla fine. Della fine della sua forma storica.

Spes contra spem, il poeta intona il bellissimo ed insieme dolente in quest’ora Magnificat. Forse l’ultima, la volta estrema. Nel cuore, il Cantico di Simeone, una polifonia di perfetta simmetria interiore. L’addio alla Terra proprio mentre, finalmente!, la a lungo attesa Speranza, [Nessuno si salva da solo], inizia nel futuro, già e non ancora, il proprio diffuso compimento.

Consapevole che, con o senza l’eco mediatica, le sue parole, le inutili sempre, saranno e rimarranno le inutilissime, in assenza di una coerente testimonianza personale. Persuasa. Duratura. Singolare.

Diario inutile. 3

Diario inutile. 3

Dialoghi nella dolente Primavera.

Qualche anno fa, sul finire dell’esperienza che avevo voluto vivere su Twitter, tentai di perfezionare il dialogo nato con alcune persone incontrate sul SN. Nacquero così le Relazioni spirituali.

Non me ne sono mai dimenticato, malgrado alcune di quelle strade siano parte ormai di una geografia esistenziale tracciata da sempre più numerosi sentieri interrotti.

Almeno uno fra i dialoghi ha continuato a vivere, seguendo, come spesso accade, l’andamento carsico che accompagna talvolta l’acqua viva nelle forre. Conoscendo talvolta vertici di Luce e di confidenza.

In questi giorni, in cui la fragilità dell’umano rivela più di sempre l’evidenza del proprio limite e la consapevolezza della propria precarietà terrena vocata all’Eternità, nel cuore del dramma che viviamo, le nostre voci, quella di lan lan e la mia, si sono ritrovate, senza essersi mai del resto troppo a lungo lasciate.

«Ce matin, pendant la Messe, Papa Francesco a dit que nous, les fidèles, pourrions recevoir la communion spirituelle, en l’absence de la ParticuleAlors, je me suis rappelé de ces tests là, même vous y étiez, Huê, in Relazioni spirituali».

Così le ho scritto nei giorni scorsi. E così Lan Lan ha proseguito, dialogando con il Diario Inutile:

«printemps néanmoins/couleurs juste écloses/éclats dans le cœur de la main

transparence/nudité/de la lumière».

Lan Lan Huê

primavera, nondimeno,/nei colori appena sbocciati/dischiusi nel cuore della mano

 trasparenza/nudità/della luce»].

Diario inutile. 2

Diario inutile. 2

Preghiera.

L’ossimoro della Vita urla dolente, oggi: qualcuno soffre, qualcuno lotta, qualcuno muore. Là, fuori, affacciata ad uno stesso orizzonte, Primavera nasce e sussurra, con rispettosa discrezione, l’azzurrità felice del Cielo.

Le parole hanno stamani più pudore di sempre. La mani, una stretta, una carezza, una croce tracciata su di un volto, sanno lenire nel gesto estremo. Le parole, le vere, confortare, forse, l’ultimo istante, un arco commosso e teso fra due eternità, quella di chi parte quella promessa di chi resta.

Talvolta è sufficiente che nominino le persone e le cose [chiamandole, evocandole, invocandole] in un sussulto di memoria che ha la sapida eternità di un amore quotidiano a lungo condiviso. Di una lunga partecipazione feriale.

Ci siamo presentanti nella nudità dell’anima all’appuntamento. Ci siamo detti tutto, di nuovo, della promessa e delle mancanze che in essa albergavano sin dall’origine. Non abbiamo rimorso, solo sincero pentimento per l’inadeguatezza del nostro limite che ci conduce spesso sotto la traccia alta del nostro umano distinguo, l’amorevole. Siamo stati sempre un passo indietro, nella soglia del Silenzio dove tutto si prepara ad accadere. Siamo stati al margine, più prossimi al Mistero, e più lontani dall’opulenza delle cose visibili al tatto.

Accettare è il più duro degli esercizi, quando la restituzione potrebbe chiederti tutto. Lo sappiamo bene, noi, così inclini all’indolenza dell’orgoglio e della presunzione, quando nascondiamo sotto la maschera dell’indifferenza la domanda di perdono che sale da chi ci ha umiliato. Da chi ci ha ferito. Non abbiamo dimenticato. L’estremo residuo del pudore, l’innocenza che ci guarda da dentro e che ci guida, chiede la semplicità delle parole, degli atti, dei gesti essenziali e ultimi.

Ci siamo detti tutto. Ci siamo amati per sempre, di nuovo, in uno sguardo solo, in un istante eterno. Come il primo giorno. Nella nostra promessa per sempre. Lo sgomento ha il lucore negli occhi.

La Primavera pulsa con divina bellezza nell’ansa dell’attesa. L’ansia muore lenta nel suo tiepido grembo. Scioglie i rimpianti ed i rimorsi.

Sappiamo di nuovo tutto di noi, in un solo, in un infinito istante, tutto quello che nella corsa folle, a perdifiato nel giorno, avevamo dimenticato

Tienimi qui, presso di Te, nella Luce calda degli stati nascenti, Signore!”. “Abbracciami, sono ancora e per sempre il bambino che Tu hai voluto così, nel corpo singolare, nell’anima nuda del dono, nella precisione del nome”. “Reggimi, l’anima, il cuore e la mente, nell’urto degli addii. La tua inutile creatura, cerca la Tua materna mano. Per seguirti, questa volta, verso il più lungo dei sentieri. Quello più di tutti prossimo al Mistero. Senza nemmeno immaginare dove esso possa condurre. Mi fido di Te. Temo l’ordito dolente degli ultimi passi. La primavera che incalza promette l’eternità degli Elisi. Solo Tu sai se la dignità dei giorni merita il Tuo Paradiso. Io sto nella Promessa, che accetta il proprio compimento”. “Di un’ultima, unica cosa, creatura errante ed indegna, Ti prego: tienimi ancora e per sempre nel Tuo solo vento. Vento d’Amore”.

Diario inutile. 1.

Diario inutile. 1

 

Il libriccino in pelle bianca, con le illustrazioni dai colori pastello, tenui, la minuscola incisione in simil oro sulla copertina. Le icone aggraziate da un’indole elementare e quasi frugale, bastante a se stessa, e semplici. Ha accompagnato e scandito l’infanzia in un tempo remoto e da tutti dimenticato. Lo si riceveva di solito in dono nel giorno della Prima Comunione. Riposava nascosto tra lacerti di passato, sotto una coltre di cose, fortunosamente scampato allo smaltimento. In un destino di oblio. L’ho ritrovato. L’ho ripreso in mano.

La preghiera del mattino, subito dopo Il segno della Croce, recita tra l’altro così: “Vi ringrazio di avermi creato […] e conservato in questa notte”. Parole scandite un tempo ogni mattina, insieme ad altre che costituivano l’agenda setting spirituale di giorni dall’innocenza orante e memorabile. Travolti, nel successivo, pluridecennale stordimento della contemporaneità.

Ringraziare al mattino del Dono ricevuto, della Grazia di averlo ancora una volta, come sempre, diuturnamente [eternamente?] conservato in ciascuno di noi e per noi. Un’attenzione ed una dedizione alla Vita che era frutto della consapevolezza custodita di una verità primaria ed estrema: essere la Vita un dono ricevuto. L’essenziale, senza del quale, semplicemente, nessun altro sarebbe stato. Dimenticato, nella folle e parossistica corsa verso la costruzione ed il godimento del superfluo. L’onnipotenza sofisticata del benessere che ha travolto la sobrietà frugale del Bene.

Anche la natura canta ed innalza, in queste mattine che si aprono luminose affacciandosi al dramma, la sua preghiera laica, ed insieme divina e feriale. Da qualche giorno il cielo di Lombardia mostra nella mia città l’azzurrità di giorni lontani. I profili delle colline non hanno più il contorno sfumato dal grigiore di una coltre che ammorba il respiro. L’aria è frizzante, come nelle albe di montagna, quando ci si mette in cammino di buon ora. Il respiro è lieve, più lieve di sempre in questi ultimi decenni, lieve come forse non mai, dopo i giorni della infanzia lontana, come un monito di memorie liete e lievi, nei giorni in cui la bellezza vitale di quella pulsazione ritmica e sincrona, il miracolo della Vita in una delle sue declinazioni fisiologiche, è minacciata con devastante incalzare dalla malattia. Il cielo sulla pianura Padana, i suoi scampoli sopravvissuti fra gli edifici della città, sorride. Accompagna, invita e innalza l’anima ad una Speranza senza Tempo.

Un accento felice da sussurrare con discrezione, per rispetto di chi in queste stesse ore soffre , di chi lotta con loro per noi e per loro, di chi muore. Un mantello di Luce e di preghiera da posare con consapevole umiltà del proprio impotente limite, in quest’ora di prova. Da posare, come un’estensione della gratitudine sulle spalle di chi soffre, di chi lotta con loro per noi e per loro, di chi muore. Un mantello di tenerezza, lieve come una materna carezza, bello come un dono. Come sono tutti i doni scaturiti dalla gratuità dell’Origine.

Note nomadi. [3]

Note Nomadi. [1]

Note nomadi. [2]

Note nomadi. [3]

Ogni cosa ha un proprio compimento. Un destino racchiuso nell’ultimo gesto, concepito in origine sotto il segno della Grazia, in una gestazione eterodiretta sempre, che il nostro minuscolo accento singolare può solo accogliere.

Il più alto compito di umane creature, davanti all’Ignoto ed al Mistero che disegnano l’orizzonte del Tempo, è quello di stare nell’ascolto interiore per cogliere i segni dei tempi e di aprire la mano nel gesto coerente che sigilla le storie accompagnandole fino all’Omega del proprio fine ontologico.

In un giorno di inizio dicembre, i guanti di lana bianca, confezionati tanti anni fa dalle nonnine di montagna, hanno iniziato il loro ultimo e decisivo viaggio. Sono certo che sarà così: nella piccola abside di una minuscola cappella, li ho consegnati nelle mani di un sacerdote dedito alla cura della marginalità da sempre, quasi come fossi in confessione. Non ho fatto molta fatica per trovare la sua comprensione, per sapere che avrebbe colto il senso del gesto, il simbolismo di uno statuto interiore che univa in quell’atto due cuori, quello di Elena ed il mio, in una comunione modesta eppur significativa di intenti. Era l’inizio dell’Avvento. La religione dei cuori ha orizzonti che trovano non di rado angusti quelli della semplice osservanza catechetica.

Il sacerdote ha sorriso, i suoi occhi parlavano per lui, ha voluto leggere il biglietto, che, come gli ho detto, Elena ed io avremmo pensato accompagnasse il viaggio della cosa sempre.

Avrebbe provveduto lui, ed ero sicuro che così sarebbe stato, nel modo giusto e compreso.

I guanti che avremmo voluto donare al musicista stavano intonando l’ultima nota nomade del loro viaggio: in essa risuonava ancora viva l’eco di un canto dolente ed infinito, che aveva trovato finalmente una casa.

Altre mani grandi, in essi racchiuse, si poseranno per tracciare i segni che tengono aperto e leggibile in eterno lo spartito della Speranza.

L’uomo del sax sarà forse oggi una preghiera nel grembo di Dio e certamente il Padre lo stringerà forte come sempre tiene nel Suo abbraccio gli audaci nella generosità di sé. Anche quando la vita, la sua essenza, pare dimenticata o perduta sul ciglio di un marciapiede tra la folla quasi sempre indaffarata e distratta.