Panel et circenses. [Appaio, ergo sum].

Panel et circenses. [Appaio, ergo sum].

Pochi, [o nessuno], hanno oggi il coraggio, o più banalmente la forza o la possibilità, di esistere al di fuori della rappresentazione mediatica di sé, comunque attuata.

Perché vivere (tentare di vivere) in tal modo, lontani cioè dalla scena, significa dover rinunciare in gran parte alle modalità con le quali si cerca, e spesso se non solo così oggi non di rado la si ottiene, la giustizia, nelle minime e private vicende feriali, così come nelle pubbliche e rilevanti questioni che ineriscono la vita civile, sociale ed istituzionale. Solo così si ottiene riconoscenza rispetto a quanto si è civilmente dato. Solo così si ottiene riconoscibilità rispetto all’essenza di sé, o di quella che si vuole accreditare come tale, l’identità: vera, presunta, rispecchiata, clonata che sia. Solo così si ottiene (e si accresce ampliandone i fondamenti quantitativi pur senza estenderne gli orizzonti qualitativi) legittimità rispetto all’autorialità delle proprie opere (d’arte o di vita: originalità/ originarietà). L’evidenza performativa è anche una forma di autenticazione. L’animazione di un panel, o la semplice partecipazione ad, rende più di mille fatiche consumate sulle sudate carte alla ricerca dell’opera compiuta in sé [se una ne esiste di tale natura, nell'epoca della riproducibilità infinita e dell'eterno ritocco].

Pochi o nessuno si assumono intero l’onere di una scelta e meditata assenza dalla scena, che dona, spesso, l’onore della libertà, l’essere uomini liberi. Che forse sono sempre stati rari, in ogni tempo, in relazione ai criteri ed ai canoni della dominanza vigente nell’epoca loro contemporanea. Essendo la visibilità e l’apparenza quelli legittimanti nel nostro, più del denaro, più del sapere, è con riguardo alle relazioni con esse statuite, che si delinea la qualità dell’uomo contemporaneo libero. L’apparenza, sorella omozigote dell’appartenenza, è un lasciapassare quasi incondizionato, nella società dei multipli di massa e dei replicanti a gettone.

Ciò che infine viene minacciato, fino allo schiacciamento sui confini, ai margini dell’afasia personale e del silenzio sociale, fin quasi a mancare, è il diritto all’esistenza in vita. Al nome, alla dicibilità di un pensiero proprio (che venga riconosciuto come tale, cioè pensato in proprio) che non venga pronunciato con la legittimità conferita dall’agone ed in esso soltanto costruita. Fino al paradosso estremo: chi non appare, non è (con tutte le apposizioni esistenziali e/o di valore che la condizione di essere può postulare, a partire da quelle considerate all’inizio). Appaio, ergo sum.

Ciò contribuisce a spiegare perché tutti siano coatti alla legge imperante della visibilità, alla dominanza dell’apparenza in scena, che costituisce appunto la prassi dell’assunto teorico postulante, la necessità di apparire per essere. Un’esigenza primaria di rappresentarsi per dichiarare la propria esistenza in vita che piega [quasi] tutti, dall’uomo politico (la dichiarazione), agli artisti, scrittori e filosofi (la performance, i festival), fino ai teologi ed ai rappresentanti delle diverse confessioni religiose. Tutti accomunati dalla necessità di esporre (ex-porre) prima di tutto nei media la verità, qualunque essa fosse che intendono imporre.

Ciò contribuisce a spiegare perché il dio minore di youtube e la piazza telematica, a vario titolo ed in varie forme presidiata, occupata, affollata, stia diventando sempre più, come già lo sono ormai da tempo tutti i vecchi (è solo una connotazione temporale. Ontologicamente anche molti nuove forme di occupazione e di utilizzo dei media sono nate vecchie), quasi senza eccezione alcuna, ed ivi compresi gran parte dei testi pubblicati dall’editoria libraria, l’approdo necessario e ultimo di ogni istante della vita. Che sembra non consistere più nella sua essenza di interiorità, ma solo ex-sistere quando conquista l’approdo di una propria rappresentazione. Dal più intimo, modello reality, al più indispensabile per la democrazia, il confronto civile (si fa per dire). La dittatura del mezzo (la possibile rappresentabilità di sé nell’epoca della infinita riproducibilità di massa e delle innumerevoli offerte tecnologiche atte al compito) ha annichilito ogni messaggio.

Non tutto ciò che è possibile, è anche lecito. Ma quando tutto è reso facilmente possibile, i limiti del lecito devono trovare sorgenti etiche persuase in grado di rimodulare, prima di tutto dentro se stessi, i confini della liceità. Quando l’io però è deserto o spento da una irrevocabile malattia che condanna alla estroflessione, alla funzionalità purchessia, alla rappresentazione di sé quale quasi unica possibilità di sopravvivenza, anche fisica, è difficile abitare un io in grado di riflettere su se stesso e sul proprio umano limite. Trionfano i moralismi retorici ed impostivi che con l’uso e l’abuso dei mezzi vanno a nozze. Le guardie e i ladri non ascoltano che se stessi e immaginano che non esista altra alternativa che conquistare il più presto possibile, il più possibile l’agorà mediatica in cui la rappresentazione conferisce legittimità e consenso. Il potere. Che non è più né il quarto, né il quinto. E’ l’assoluto.

I mezzi, la tecnologia, hanno corso più forte dell’uomo, seminando la sua anima, la sua capacità di attingervi per pregare, riflettere, narrarsi, nel silenzio. La sua naturale inclinazione a rappresentarsi, a narrare di sé, ad esprimersi nei segni, viva già ad Altamira come nelle incisioni rupestri, è sfuggita di mano. Con estrema violenza, da docile strumento, si è fatta irata e furente guida. A se stessa? No. Per mano e nel cuore dell’uomo stesso, senza il quale nessun mezzo è in grado di significare alcun messaggio.

Il primato della bellezza corporea spinge ad affermarlo comunque e dovunque, tramite la rappresentazione, appunto. E nessuno vuole essere secondo a nessuno. Così per le convinzioni personali. E per l’arte persino. La via impositiva ha serrato le redini dei mezzi di comunicazione di massa. Chi entra lo fa per imporsi. Rari si espongono (non di rado nella speranza di imporsi presto). Nessuno nell’agorà mediatica si ostende più: e chi vi entra da agnello sacrificale, innocente o meno che sia e quasi mai lo è, pretende fra le clausole sacrificali una immediata risurrezione. Che sia il più possibile mediaticamente visibile. Cioè contemporaneamente a se stesso vigente. Vincente, infine.

 

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