Papa Francesco. Una persuasione senza retorica.

Papa Francesco

Una persuasione senza retorica.

C’è qualcosa di travolgente nell’azione discreta e composta di un Papa che sceglie spesso il margine del mondo per esprimere con estrema persuasione interiore la legittimità di una scelta, la sua, che rischiara ed innalza gli esclusi e gli emarginati di sempre. C’è qualcosa di ineffabile nella compostezza di una parola sussurrata che i gesti si incaricano di rinterzare nella pienezza coerente di un linguaggio del corpo. C’è l’interezza della Vita nel suo incedere che segna uno scarto antropologico. Un cambio di passo interiore che è proprio di tutte le rivoluzioni vere.

Credo che nessuno, ateo o miscredente, professo di qualsiasi altra fede, possa negare l’evidenza di un lento camminare della storia in avanti. Una storia che non è e non riguarda unicamente la Chiesa cattolica, i Cristiani, ma riverbera nell’eco profonda di una spiritualità radicata, e testimoniata in prima persona singolare, a partire dunque da se stessi e dalla propria coscienza, una sintassi viva dell’umano. Un umanesimo nuovo. Non mediaticamente vincente nell’eco della comunicazione di massa, che non costituirebbe una rivoluzione ma sarebbe unicamente unanime omaggio secondo prassi condivisa dei tempi. Non retoricamente agitato nella pubblicità delle proprie dichiarazioni. Soprattutto esercitato, secondo una tradizione esperienziale che in Papa Francesco attinge radici personali, una sua lunga e duratura vena esistenziale.

Non ho alcun titolo né alcuna specifica competenza per compiere un’accurata esegesi delle sue parole pur così dense. Non sono un teologo. Non sono un vaticanista. Non sono nemmeno un cristiano ascritto socialmente a qualche conclamata appartenenza o ascrivibile al canone di una visibilità qualunque secondo l’ortodossia dei tempi che ho vissuto.

Sono solo una minuscola creatura affacciata al meraviglioso sgomento dell’Infinito. Una piccola ed inutile particella di cosmo abitata dalla poesia e ad essa consacrata. Un esile frammento del tempo, nell’epoca perturbata del transito dentro il quale ho vissuto ed ancora vivo. E lì, nella temperie, disperatamente affidato, talvolta, ai segni cancellati dei tempi che furono, e alla speranza di un non ancora vivo solo ed unicamente in lacerti di confine, dentro cuori accesi di rari ed indimenticabili maestri, ho cercato di ascoltare il canto della vita nascere nuovo ed innocente nelle note di sempre, con accenti di inedite ed inimmaginabili sinfonie amanti. Di cogliere e di sentire in essi ed insieme a loro altri apparentemente indecifrabili segni di un mondo che nasce, in sintonia ed in dialogo con quello che fragorosamente ed infinitamente muore.

Sull’indefinibile soglia fra due epoche.

C’è in Papa Francesco mi sembra qualche eco viva di tale consapevolezza.

Nelle sue omelie e nell’omelia vivente che è la sua testimonianza stessa, ho sentito talvolta risuonare vive altre coscienze. Sparse nel vento caldo di una profezia ignota, o forse solo ignorata, ai vertici delle istituzioni, non unicamente di quelle ecclesiali, non esclusivamente cattoliche.

Penso, qui ed in particolare, a quella di Raimondo Panikkar.

Poiché non voglio innalzare le semplici intuizioni esistenziali al ruolo di esegesi puntuali e legittime, mi limito a segnare uno dei primi tra i punti di coincidenza che ho sentito vibrare in me nell’eco di alcune parole di papa Bergoglio.

Quando, da poco eletto, sostenne una prima volta che la Chiesa non è una ONG, pensai ad alcune pagine scritte da Panikkar. Le ricordai di nuovo quando, in aprile, il papa, in un’omelia pronunciata a Santa Marta, riprese la stessa visione. Ho deciso di riproporle per esteso oggi, perché è sempre più evidente come in Papa Francesco tale sottolineatura non costituisca un pur rilevante accento, ma sia una visione ispiratrice atta a fondare una comunità di fede radicalmente altra rispetto alla sostanza delle cose spesso cercate in questi ultimi decenni. Durante il suo viaggio in Brasile, non solo è tornato a sottolinearlo, ma ha dato corpo (il suo) alla visione e alle parole. In un crescendo che ormai innerva il senso del pontificato ben oltre la pur estremamente legittimante coerenza di uno stile personale.

Scriveva Panikkar: «[…] La distinzione fra organismo e organizzazione è una questione molto delicata. L’organizzazione funziona quando vi è denaro; l’organismo funziona quando vi è vita. E penso che questo sia più di una metafora. Nessuna quantità di denaro (leggi «armi») proteggerà le istituzioni del primo Mondo (o quelle del secondo) se l’organismo è malato. L’organizzazione ha bisogno di una struttura; l’organismo richiede un corpo. L’organizzazione ha bisogno di un padrone, di un capo, di un impulso dall’esterno per funzionare. L’organismo vive della sua anima, della sua salute, dell’interazione armoniosa di tutte le parti che costituiscono la totalità. Una organizzazione è entropica, un organismo è diectropico. Una organizzazione equivale alla somma delle sue parti e ciascuna parte è sostituibile con una copia identica. Un organismo è più della somma dei suoi componenti e nessun componente può essere sostituito da un duplicato esatto, poiché ciascuno è unico. Al massimo, l’organismo deve rigenerarsi dall’interno quando è stato ferito. Un organismo muore quando l’anima se ne va, quando il cuore cessa di battere o il cervello di vibrare. Una organizzazione ha molta più resistenza perché la sua struttura è più forte e può funzionare per inerzia, […]». (Raimondo Panikkar: “La sfida di scoprirsi monaco”, Cittadella Editrice, Assisi, 1991).

Credo che non siano necessari commenti e che ciascuno possa agevolmente e felicemente delineare similitudini esistenziali, rilevare analogie storiche, cogliere le diverse ontologie fondanti e fondative, compiendo un semplice esercizio di esegesi del reale e del presente alla luce delle parole di Panikkar. Per trarne, in una luce di speranza, viatico per un diverso possibile aperto cammino.

Devo invece alcune precisazioni, per completezza d’informazione.

Raimondo Panikkar si riferisce (soprattutto) in questo stralcio del suo testo ad una particolare forma di organizzazione, quella monastica. E’ però chiara, ed anche esplicita, la formulazione estensiva ed aperta del suo pensiero. Del resto, il titolo originale dell’opera è piuttosto significativo al riguardo: “Blessed simplicity. The Monk as Universal Archetype”, e furono proprio quel sottotitolo dato all’opera pubblicata in italiano e una breve presentazione che sottolineava tale prospettiva antropologica, ad indurmi, nel dicembre del 1991, a leggere il libro di Panikkar.

Non so se Papa Bergoglio abbia conosciuto personalmente o letto il teologo spagnolo. Credo che non abbia alcuna importanza saperlo e nessun rilievo nella sua vicenda. A me piace porre in evidenza la felice coincidenza tra due visioni, sia pure espresse in tempi, in ruoli e con accenti assai diversi. Non credo di essere presuntuoso se ne sottolineo la natura ed il valore, se la considero a giusto titolo o meno tale. A me sembra di poter vedere qui uno di quei segnavia di passo che la storia si incarica di lasciare con maggiore o minore evidenza, anche in relazione allo sguardo che li vede, lungo i sentieri non sempre facili sui quali essa si snoda e talvolta si inerpica. Cammini spesso scoscesi e la cui meta non sempre è chiara in tempi che, come quelli vissuti, scandiscono confini celesti offuscati da nubi inquiete e scure sugli orizzonti incerti.

Conforta sapere che lacerti di luce chiara come furono per me le intuizioni di Raimondo Panikkar trovino ora il conforto di una guida che sempre più rivela la sua credibile e vera natura spirituale nel corpo dei gesti, come è papa Francesco.

La sfida di scoprirsi monaco”, con il suo invito a scoprire nell’umano l’archetipo (dunque un’istanza ontologica) del monaco, come una forma esistenziale se non anche antropologica, a tutti accessibile e comune a tutti, è stato per me un libro decisivo.

L’inquietudine dell’anima viva stenta a trovare un varco dentro gli spazi chiusi della conclamata appartenenza. Soprattutto quando l’istituzione che presume di chiamare a raccolta le anime o di guidarle è divenuta un’organizzazione. Se non anche una struttura chiusa, idonea all’appartenenza e legittimante i soli appartenenti riconosciuti e conclamati tali, raccolta su se stessa in difesa di un potere più che dotata del carisma di celebrare una chiamata condivisa. Nella sinfonia dei diversi. Attenta più alla funzionalità dei giorni, l’organizzazione, che non viva dell’orizzonte di Mistero cui la sete dell’anima umana convoca e chiama la creatura inesauribilmente, l’organismo.

Il mattino in cui comperai il libro, avevo un impegno. Dovevo partecipare ad un convegno dedicato alla conservazione dei beni culturali. Ricordo molto bene che, durante una pausa dei lavori, trassi dalla borsa il volumetto. I lettori appassionati sanno quale irresistibile attrattiva costituisca un libro nuovo in quanto tale… Ad un certo punto, mentre già immerso nella lettura pregustavo il prosieguo, avvertii una presenza discreta accanto a me. Mi voltai e vidi uno dei giovani relatori che tentava con qualche inavvertita acrobazia di leggere il titolo. Rimasi sorpreso. Scambiammo qualche battuta: “Nulla a che vedere con il convegno…”, quasi mi scusai. “Proprio quello…”, mi sorprese l’interlocutore. “Sono riuscito ad intravedere il titolo mentre toglieva il libro dalla borsa e mi ha attratto enormemente…”. Esitava a chiedere. “Sono curioso…”, incalzò. Stupito e al tempo stesso in qualche modo felice perché qualcuno in quegli anni (appena conclusi gli Ottanta), in quel luogo, in quell’ ambiente fortemente secolare e secolarizzato, fosse curioso della sfida di scoprirsi monaco… Ero sulla buona strada, pensai tra me. Dettai il titolo e ci congedammo. Il relatore avrebbe tenuto il suo intervento dopo la pausa ed io seppi presto che la mia buona strada sarebbe stata lunga, affascinante, bella e al tempo stesso terribile.

Con il viatico e la compagnia del testo di Panikkar ho vissuto alcune tra le esperienze più persuase del cammino di fede. Al margine, fuori dall’organizzazione, e nel tentativo di essere organismo vivo insieme ad altri rari compagni di viaggio.

Ho letto, riletto, chiosato, regalato, quel libro. Non so quante volte in più di vent’anni. In particolare, in qualche occasione ho fotocopiato e letto le pagine ed i paragrafi dedicati ad organismo ed organizzazione. Personalmente, mi sono tenuto in punto esistenziale a quella lezione, sino allo stremo di me. Istante per istante. Scelta quotidiana dopo scelta quotidiana. Fino alla più chiara solitudine, scandita spesso in un esilio da eremita. Su, fin dove il corpo ha seguito e tenuto l’incalzare urgente degli esami di coscienza.

Quando sento risuonare l’eco di tale profetica visione in altre parole o esperienze, il cuore vibra, al diapason del ricordo e della speranza. La via persuasa trova sempre un destino di condivisione, oltre l’ orizzonte di una retorica chiusa a difesa. Il testimone è lievito per l’anima di un organismo vivo.

Un organismo muore quando l’anima se ne va…”. Dov’è, dove è andata, quale è l’anima del mondo? Quali ritardi sconta dentro il suo ospite prediletto, l’umana creatura, così affannato e distratto da un mondo che non lo attende più, ma solo lo trascina, e che egli stesso ha costruito asservendolo ad imperativi che risuonano spesso stranieri alla sua anima stessa? Quale anima, qui, ora, adesso, nei tempi che la sfida della storia ci chiama a vivere in un orizzonte di speranza e di fiducia? Quale confidenza con la realtà che sappia innalzare il canto della vita nella sua sublime gratuità di dono ricevuto e così ugualmente restituito? Quale canto nasce libero dai paradigmi di una funzionalità sovrana anche del suo dolce tempo, il ritmo interiore di una sapienza senza vanto? Dove sono le ali del sogno nell’uomo che abita il presente? Quale filo di spiritualità è teso fra un mondo secolare al tramonto e l’alba degli stati nascenti che hanno sete d’eterno e d’infinito?

L’anima del mondo moderno sconta un estremo ritardo sul suo corpo in corsa. Per ricongiungersi a lui, deve compiere un cammino impervio e lento. Il respiro spirituale deve tornare a pulsare in unità armonica, secondo il ritmo interiore del corpo. Forse con papa Francesco, la modernità secolarizzata sta trovando, anche in un ruolo istituzionale e non più solo nel margine, talvolta eretico rispetto ai ritardi dei tempi, sempre eremitico quando sconta l’esilio della profezia, la strada della propria innocente spiritualizzazione. Che la conduce, insieme ed oltre l’apoteosi dell’artificiale, giunto all’apice della sua vorticosa corsa sulle spalle del corpo del mondo. Giunto esausto al termine della sua corsa vincente nel secolo. Disabitato da se stesso. Bello, forse. Certamente senz’anima.

 

 

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