Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].

Parole nomadi/1. [L’urlo e il sussurro].

Il 24 Marzo, nel pomeriggio, sono salito sulla metropolitana di Brescia, in compagnia di Candida, degli attori del C.U.TLa Stanza”, Centro universitario teatrale, e di Pepa, la fisarmonicista che, generosa ed instancabile, ha accompagnato le letture poetiche.

Sono stato con loro, insieme ad Elena ed Evelina, durante un’ora e mezza, in attento ascolto. Condividendo[tentando di condividere...] la performance itinerante alla quale hanno dato vita, dentro luoghi feriali a me familiari. La parola poetica, sparsa con sapido acume di scena, con umanità partecipe e consapevole del contesto.

Ho ricordato qui la genesi per me felice di un evento. Cercherò ora di evocarne il ricordo, il mio grazie a chi mi ha invitato e a coloro che hanno portato il canto dei poeti nel vivo di una quotidianità talvolta impervia.

Il mio statuto interiore di esordiente perpetuo [o di “poeta adulto che traccia le aste con l’arte e con la vita”, come scrissi nel 1999 in occasione dell’esordio in scena in nome e per conto della mia poesia, a 46 anni] non offre appigli critici significativi. Non avevo mai vissuto prima un’esperienza poetica così, in fieri. Non ho confidenza alcuna con i talenti performativi dell’arte, in qualunque format declinati. Non avrò che le mie nude parole di poeta e la mia elementare vita singolare, dunque, priva di accrediti critici esperti, per testimoniare del canto, del suo porsi in essere ed in movimento lungo una traccia affollata della modernità. E a quelle unicamente mi affiderò, per raccogliere il filo teso di una poetica disseminata lungo un’esperienza che è stata, almeno per me, a tratti commovente e fortemente condivisa.

Le mille fitte che dritte sento al cuore,/

sì, sei Tu, mio Signore, che bussi agli occhi/

rovesciati intorno, per imbarazzo/

o per disprezzo , mentre io fisso/

la chiara ombra di Te stesso e senza/

orgoglio, in qualche modo fiero, spero./[...]”.

Lei ha fatto il vuoto del silenzio teso nell’ascolto intorno. Ha generato, con il linguaggio dell’arte, lo spazio dell’attenzione, accordando la nota interiore del canto alla verticalità. Ha suscitato il tempo della durata, il solo in cui si può svelare la profondità del senso. Nei pressi, sulla piattaforma, sciama il movimento dei corpi, il brusio ininterrotto delle parole che non si spegne mai del tutto compiutamente. Lei ha generato la sospensione spazio temporale in cui la parola poetica alberga con dignità. Chi vuole, può, se lo vuole, lasciarne scendere le risonanze in sé, attenderne gli esiti, lasciarsi abitare dalla parola, portando con sé un lacerto di senso o l’eco di una minuscola rivelazione. Entrare in dialogo ed in relazione con un mondo altro, eppure né straniero al luogo né estraneo alla contemporaneità dolente dell’umano, che prende forma, suscitato dalla voce che intona il canto.

Ho impiegato più di qualche istante per ricompormi, disunito dall’improvviso straniamento, che i versi appena ascoltati mi hanno fatto riverberare intensamente dentro. Li ho dapprima subito riconosciuti, emergendo dall’inatteso. Poi, sono stato provvidenzialmente vuoto di me stesso e ho sentito vivere le parole di una vita altra. Come se io stesso fossi convocato di nuovo dal canto a vibrare della dolorosa eco che, tanti anni prima, aveva ispirato in me quelle parole. Le parole del poeta, come i figli nel canto di Gibran, non sono del poeta. [Le vostre parole, non sono parole vostre... sono le parole della forza stessa della Vita, è la mia libera parafrasi]. E, come un padre, ho amato questo loro andare via, questo loro tornare nel mondo, nella voce, nel corpo, nella vita di un’altra persona, e ho contemplato la scena, il vederle vivere, di un’esistenza altra dalla mia, fatta presenza vera dalla voce, nella vita intorno… Ho tentato di intuire il riverbero di altri ascolti, presenti nei pressi della voce che stava incarnando spiritualmente ora le parole nate allora. Di immaginare come si componesse di nuovo il senso esistenziale, in quella minuscola traccia. La vivezza o l’eco residuale di un’esperienza…

Ho chiuso gli occhi, commosso, e l’ardore del ricordo mi ha acceso dentro, come nel giorno in cui quelle stesse parole, appena ascoltate di nuovo, mi erano nate dentro, dettate dall’impeto misterioso della Vita nella gestazione di lunghi silenzi e di un dolore intenso e duraturo. Era una mattina di febbraio del 1999. Come ogni giorno, e per alcuni anni, ero sceso in stazione Centrale, a Milano. Quando raggiungevo via San Giovanni sul Muro, avevo già almeno due ore di viaggio alle spalle. Un pullman, il treno, la metropolitana. Non di rado, riuscivo però a ritagliarmi un esiguo scampolo di contemplazione, nell’intatto silenzio di una piccola chiesa, della quale non ricordo il nome, all’angolo con via Meravigli. Lì, appena entrato, sulla sinistra, mi attendeva una minuscola oasi spirituale. La prima cappella ospitava un bellissimo crocefisso ligneo. Ai suoi piedi, una modesta sedia in legno invitava alla sosta ed alla preghiera. Io stavo lì, quanto potevo e più che potevo. In quell’enclave di raccoglimento a pochi passi dal cuore pulsante della città. Il luogo non era particolarmente luminoso: ricordo però che nelle giornate di sole un riverbero di luce scaldava ed illuminava il Crocifisso, ed il mio cuore insieme. Stavo spesso in piedi. Pregavo, sussurravo e parlavo, non di rado piangevo. Quello era il mio quinto anno di disoccupazione. Non è mai stato facile esserlo, ma, in quel decennio, quando ancora la promessa consumista [l’illusione?]di un’opulenza diffusa era l’orizzonte illimite e insieme la meta attesa della gran parte delle persone, esserlo era anche uno stigma ancor più difficile da sostenere. Ho un ricordo bello e terribile di quei mesi, di quegli anni. Che mi hanno segnato dentro irrimediabilmente, lasciandomi la traccia di una Luce inestinguibile che tutto rischiara. Anche le più cupe tra le zone d’ombra. Essere fratelli e figli del Crocefisso, non mi è sembrata mai una evidenza così prossima al mio essere umano, come mi accadeva allora. Restavo là, nel tempo sospeso della gioia latente che mi abitava, come una nota del canto eterno e della verità infinita di cui l’uomo ha sempre sete. Poi uscivo, incontro agli impegni che mi avevano, durante quegli anni, atteso: ne ho accennato qui e qui.

Un’epoca non tramonta quando gli effetti sono visibili ad un occhio umano altrimenti distratto. La storia accade assai prima nel grembo delle cause, le ineffabili. Le faglie profonde che annunciano il sisma, la rottura della continuità che rassicura nel presente, rilasciano spesso segnali. Segni dal margine, pensieri a latere rispetto ai luoghi comuni che dominano l’immaginario collettivo e potente. Molto di ciò che è accaduto nell’ultimo ventennio, era già bene a dimora. Una crisi profonda aveva già frammentato l’unità interiore dell’uomo contemporaneo. Il cinismo belluino dei dominus dissimulava con successo l’evidenza del naufragio spirituale, dando un diverso ed alienato nome alle cose. Nessuno mai, se non il poetico ed inascoltato idiota, avrebbe dato voce, in quegli anni, all’evidenza di una deriva valoriale ormai da tempo in atto.

Tra le stelle rare che ho avuto per guida durante la notte dell’interminabile transito epocale in cui ho vissuto, ha brillato anche questa: “Le idee valgono per quello che costano, non per quello che rendono ”. Sono parole di un sacerdote bresciano, padre Giulio Bevilacqua, pensate durante gli anni del fascismo. La coerenza è una virtù resistenziale sempre rara, in ogni tempo, e impervio l’esercizio dei testimoni, quando la rinuncia è il solo viatico. L’orizzonte valoriale in tempi di profondo mutamento ha un assetto ontologicamente variabile, che rende inquieto per vocazione e per necessità l’animo dei contemporanei. Ciò che già era attestato scompare e lo stato nascente è sempre un non ancora dal profilo precario. L’etica situazionista degli opportunisti ha campito quasi interamente l’antropologia dei miei tempi di transito. Le verità rassicuranti sono state quelle vincenti nel qui ed ora della storia. Sono state spesso gemelle omozigoti degli interessi, istantanei e sempre di parte, di una sola parte, la propria. Appartenenza ed apparenza hanno ispirato l’ontologia esistenziale delle maggioranze variabili, prone al mercato dei luoghi comuni. Da blandire, da inseguire, da promuovere. Lo scarto ideale conosce la solitudine e non la teme. Gli interessi hanno soffocato sul nascere le profezie testimoniate da soggetti confinati a margine. Coloro che hanno invece cercato l’orizzonte della durata. Stare stretti in quella morsa tenendo il punto interiore a scapito della propria fama, e non di rado della fame stessa, non ha avuto alcun appeal mediatico, nell’epoca della rappresentazione perpetua e di massa, in cui ciò che non appare non è. Gli ideali sono divenuti icone vintage da ostentare se profittevoli. L’arcaismo del bel tempo andato, opportunamente confezionato a sostegno del nuovo che avanza. Chi ha avuto la presunzione di tentare di vivere nel segno di una profonda continuità valoriale, l’identità ideale non vive d’altro, ha pagato duramente la sete di una verità fondata interiormente, che attinge l’orizzonte senza tempo.

Anche quella mattina, come ogni mattina, avevo incontrato almeno un cantore della propria disperata solitudine, nella metropoli distratta, in corsa e forse già in fuga dall’evidenza e da se stessa. Quella mattina però non avevo davvero potuto lasciar cadere la moneta povera del mio obolo di sempre e nemmeno quella dell’ascolto, dell’accoglienza interiore. Teso come ero io stesso sotto il peso di un indicibile e non condivisibile fatica. Di un dolore trattenuto. Così avevo lasciato che il Signore mi dettasse dentro le parole del mio pianto vivo. E, proprio in metropolitana, il 2 febbraio di quell’anno, le avevo trascritte. “ELEMOSINA METROPOLITANA (AMORE IN METRÒ…)”, è nata così, quel giorno.

Sabato 24 marzo Monica Minoni ha fatto dono della sua preziosa lettura in un’altra metro. Ripresomi dal gioioso stupore, l’ho ascoltata e, con tutta la residua intensità di cui sono ancora capace di presenza al reale,mi sono guardato intorno. Per tentare di capire come e se lo sguardo dolente e consapevole sul mondo potesse trovare accoglienza, vent’anni dopo, in un’altra città, su di un’altra metropolitana.

Nel mezzanino di Bresciadue [stazione annunciata come tutte con tempestiva voce registrata durante il viaggio: la realtà è sempre l’implacabile unità di relazione del poeta. Alzare lo sguardo all'asimmetria distonica del Cielo per tentare di abitarli insieme, realtà e cielo, è vocazione del poeta...] loro ci hanno regalato uno scampolo di Bukowski, [riproposto più tardi qui in metro], prima di ritrovarci tutti insieme in una rara pausa.

Per lunghi tratti ho ascoltato le loro voci farsi largo con smagata sapienza d’artista, senza mai declinarsi nel tono impositivo e declamante di chi reclama attenzione. Li ho ammirati nell’evoluzione lieve che li animava, mentre i pur eleganti e silenziosi convogli della metro ne minavano il tratto delicato e l’interpretazione accurata. In piedi, ben dissimulando l’attenzione al traffico umano che li insidiava sulle piattaforme sempre pronte ad accogliere i nuovi e a lasciar defluire i vecchi passeggeri a bordo.

Credo sia stato più o meno in questi istanti che lei, Caterina Reoletti, ha iniziato “CYBERLOVE”, l’altra mia poesia, tratta da “Luce d’Abissi”, che ho avuto la gioia di ascoltare in metro. “Mi piace”. E’cominciata così, con le prime parole del primo verso, con il giusto accento ironico, che prende ed insieme sottolinea la distanza dal vero apparente.

“Mi piace. Lo dissi al computer. Non pone

domande e davanti al dolore che incombe

non piange. Un vero signore. Affronta

il destino sicuro. Sta muto. Non ama

il passato, non presenta questione

al silenzio, ma tace. Mi piace. […]”.

L’ho seguita, attento, fino all’acuto con cui ha scandito, con verve decisiva del senso e del significato del canto, il vocativo auto referenziale e insieme straniante dei due protagonisti [chi?] di quello strano amore, o di quella nuova forma strana d’amore, in similpelle, si sarebbe forse detto, quando i corpi erano ancora sede consapevole di qualche spirito: “due nobili idioti,[…]”.

“ […] Nell’oceano

sperduta con te, mio oscuro mentore,

soli a navigare, nell’etere stretti,

lontani ed ignoti, due nobili idioti,

principe delle mie rotte, ogni notte,

mio cyberamore, senza nulla rischiare,

mio alienatore”.

Mentre lei sta dando nuova vita alla parola del canto, qualcosa sta accadendo vicino a lei. Qualcosa che ha suscitato poco prima in me un interesse latente. Una ragazza, seduta accanto ad un’altra in ascolto dall’auricolare, sta protesa per non perdere una parola, sorride a tratti, o così a me sembra, manifestando apertamente una curiosità partecipe. Quando l’attrice ha concluso la poesia, la ragazza si è alzata. Dopo uno scambio di frasi delle quali mi è sembrato di intuire il senso, ha fotografato la pagina letta, un gesto abbastanza familiare per chi conosce la comunicazione estemporanea ed in vivo diffusa sui social network. A quel punto ho ascoltato le parole rivolte anche a me : “Posso presentare l’autore…”. Mi sono proteso verso la ragazza, ci siamo stretti la mano e non ho potuto non pensare, animato da una indicibile ed irriducibile speranza, che le parole del canto fossero passate in lei secondo la poetica celaniana che sempre ho amato: “Solo mani vere scrivono poesie vere. Io non vedo alcuna differenza di principio tra una poesia e una stretta di mano [...]”.

E’ scesa poco dopo: sorrideva e salutava con gesti ampi e ben visibili delle mani. Ho creduto si fosse generato per lei un minuscolo istante di felicità, una sospensione del tempo nell’ascolto del canto. Ho sperato fosse stato così…

Ho viaggiato per lunghi tratti nei pressi di Tiziano Terraroli. Non perché sia un cultore del dialetto bresciano, la cui conoscenza è per me ben al di sotto del profilo canossiano maccheronico. E’ stata un’esperienza vivace e sapida. Il suo dialogo con i passeggeri, fitto di coinvolgimenti animati dalle parole ed ancor più sostenuti da sguardi, ha aperto generosi varchi di ascolto tra i passeggeri. Ho visto qualche volto canuto perdersi dietro chi sa quale memoria sognante, familiare nell’idioma di casa e nella consuetudine del corteggiamento giovanile, quando la traccia remota si è riaccesa nel canto arguto e complice dei poeti dialettali. Ho visto volti giovani forse sospesi tra curiosità e condivisione. Io stesso ho avuto un piccolo sobbalzo, quando la morettina [lo scrivo così, in italiano, per scampare il monito dei puristi, che conoscono gli accenti corretti], soggetto di un corteggiamento piuttosto insistente, viene geolocalizzata dal poeta nei pressi di un classico della brescianità, la Pallata. Lo spasimante, o l’aspirante tale, protagonista e vittima in un corteggiamento arcaico e d’altri tempi, in bicicletta! La bicicletta e la Torre simbolo della città medievale, convocate insieme, e non importa in quale lingua, non possono non scuotere l’immaginario di un ultrasessantenne, qualunque fosse stata la sua personale vicenda urbana.

Lei e lui danno vita, ad un tratto, ad una esperienza di inclusione, che mette in scena l’alto potenziale maieutico della poesia, quando ad animarla sono sentimenti aperti all’incontro. A metà strada tra due coppie recitanti, sto seguendo gli altri, quando la mia attenzione è attratta dal vociare assai poco poetico che si alza dagli ultimi sedili di una carrozza. Lei e lui sono alle battute conclusive di un duetto poetico mi par di capire amoroso. Il chiassoso gruppo dei troll metropolitani, vittima di un immaginario collettivo abitato da luoghi comuni che si pensano originali, lancia le proprie rumoreggianti sfide. Gli attori, incuranti delle provocazioni, rispondono con l’elezione dell’arte, sfiorandosi infine lievemente le labbra, in un atto di perfetta coerenza del corpo con il dettato testuale. Il maleficio infantile e falsamente trasgressivo della sfida, ha trovato nell’improvviso creativo il gesto salvifico dell’incantesimo. La poesia è un sussurro dall’eco inestinguibile, nell’antro in cui si leva l’urlo impotente della modernità. La mitezza erode con persuasione interiore la retorica dell’urto. Non ha bisogno di escludere con la forza. Di condannare con il divieto. Di espellere con la normalizzazione della legge imposta: “L’amor che move il sole e l’altre stelle [...]” ha fiato per includere i turbamenti minoritari, per spegnere i fuochi effimeri dell’esibizionismo di maniera.

Lo so, non c’è lei nella mia memoria itinerante al seguito della parola poetica in metro. Solo cercando il filo dei ricordi sparsi, ho colto l’ormai incolmabile lacuna nell’ascolto.

Il diapason della comunione è, ed è stato, in ogni tempo e luogo, un vertice sublime atteso. La sua sempre latente incompiutezza, l’orizzonte destinale dei poeti. Lo è anche, se non soprattutto, nella modernità. Animata sin dall’origine dall’iperbole della velocità. Insidiata dall’infinità di mezzi e messaggi sempre in agguato alle soglie di ogni più composto silenzio. Frastornata, talvolta, dall’iperbole cool dell’epopea digitale in corso.

La parola dei poeti sgorga, sempre indifesa e quasi sempre inattesa, dal cuore pulsante dell’umanità. E sale a bordo della vita, straniante e non di rado straniera alla ferialità dirompente, da una stazione all’altra dell’umana e divina avventura. Amor, ch’a nullo amato amar perdona […]”.

 

Parole nomadi. [Elemosina metropolitana].

 

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