Paul Celan [Resurrezioni].

Paul Celan [Resurrezioni].

La scrissi e la pubblicai una prima volta nel 1996 [in “Vigilie in esilio”]. Erano trascorsi 25 anni dalla sua morte. Ripresi «Paul Celan», uno dei numerosi canti che avevo a lui dedicato, forse il primo, qualche anno dopo, nel 2001, in “Fessura di Silenzio”. Il 19 aprile del 2015, lo proposi sul blog. Tutta la mia opera, edita ed inedita, è costellata di scritti nel suo nome di poetico ed umanissimo testimone. La sua presenza in me è stata assidua e persuasa sempre: non l’ho mai dimenticato, perché, come ogni vero statuto interiore, la memoria resiste e persiste quando i suoi fondamenti sono veritieri e dunque veritativi. Forse lo spirito di resurrezione che informa il mio canto non attinge un canone affine nell’ortodossia a quello cristico pasquale. Certamente, la testimonianza poetica di Paul Celan è stata il viatico alla mia parola poetica, il seme del canto in un poeta contemporaneo in essa risorto.

Senza di lui, la visione di Adorno, da qualcuno irrisa con superficialità accomodata nell’omissione di prova personale, si sarebbe per decenni solidificata nella soglia invalicabile di una parola in grado solo di dire l’Assenza e la dissoluzione di gran parte delle forme spirituali nell’umano. Condannata, la parola poetica, al calco retorico di un’umanità in cerca della parte migliore di sé annichilita o all’afasia di un indicibile che in nulla somiglia al mistico sublime del Silenzio contemplante.

Al vertice del nichilismo che aveva frantumato l’umanesimo in un’iperbole di cinismo sistemico, lo sterminio di milioni di creature, il momento storico apicale del declino coniugava la secolarizzazione come verbo dei nuovi stati nascenti. Il canto strozzato in gola di un’umanità memore di sé, di colei che era stata capace di essere, ed incapace più della Parola. Il secolarismo avrebbe con cura scientifica coltivato la distruzione, l’emarginazione, la dissoluzione resa immemore degli stati nascenti e delle più alte e sottili istanze umane, con una reificazione quantitativa, strumentale e funzionale della spiritualità.

Vorrei condurti fuori dal tuo inferno, [...]]/al vento lieve che rivela l’indiviso,/al Bene, al Male.”, [“Paul Celan”].Nel 2001, ancora in “Fessura di Silenzio”, avevo dedicato altri canti al poeta che più ho amato.

Scrive Delphine Horvilleur: “Il futuro non è davanti a noi, bensì alle nostre spalle, nelle tracce dei nostri passi sul suolo di una montagna appena scalata, tracce nelle quali coloro che verranno dopo di noi e ci sopravviveranno avranno modo di leggere quel che a noi non è stato ancora dato di vedere.

Gli ebrei sostengono di non sapere quel che c’è dopo la nostra morte. Però potrebbero anche dirla diversamente: dopo la nostra morte, c’è quel che non sappiamo. C’è quel che a noi non è ancora stato svelato, quel che gli altri faranno, diranno e racconteranno meglio di noi, perché noi siamo stati”.

So e certamente posso sostenere, con piena consapevolezza dei limiti personali, che il mio canto è perché Paul Celan è stato. Ho trascorso gran parte della mia vita di poeta, almeno trent’anni sono passati da quando ne ho scoperto l’opera, a tentare di capire quale fosse il Senso della scalata di Paul Celan, quale la sua montagna. Dove potessero condurre le tracce del suo passo interiore, dentro l’eco di quel “qualcosa” [Qualcosa?]… Ho trascorso tutta la vita di uomo e di poeta, ormai 50 anni sono passati da quando scrissi i primi canti, nel tentativo di cogliere qualcosa del Senso che abita il dono della Vita, frequentando spesso, in solitudine e silenzio, le soglie estreme del Mistero. Consapevole sempre dell’Assenza, della mancanza, della soglia indicibile. Dell’incompiutezza, dell’incompletezza e del limite della terrena, umana avventura. Così aperta, però, alla Via celeste ed al futuro che essa non abiterà se non in spirito. E di questo cammino ho cercato di lasciare traccia nel canto, muovendo al margine della storia contemporanea e cercando però sempre di essere presente al reale.

Tra qualche giorno, il 17 Aprile, domenica, sarà Pasqua. Martedì 19, saranno passati 52 anni dalla notte in cui Paul Celan mosse il passo estremo. “[...]Va’, la tua ora/ non ha sorelle, sei –/sei a casa. […]“. Forse verso quel Qualcosa che, nel cammino composto dai suoi sentieri terreni, ancora non gli fu dato di compiutamente vedere… Verso l’Ora risorta della cui ricerca, nella sua inquieta ascesa, ha lasciato per noi mirabile ed inconfondibile traccia.

La stessa nella quale, minuscola creatura ed inutile poeta, ho tentato indegnamente di cantare l’umanità del presente a me contemporaneo. Consapevole di poterlo fare unicamente perché Paul Celan è stato.

 

 

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