Paul Celan

Paul Celan si uccise gettandosi nella Senna dal Ponte Mirabeau, a Parigi, nella notte fra il 19 ed il 20 Aprile del 1970. Avrebbe compiuto cinquant’anni a Novembre.

Ogni anno, da quando ho aperto un profilo Twitter, nel 2010, ricordo la scomparsa del poeta di Atemkristall, anche pubblicamente. Citando qualche suo verso tra quelli a me più cari, o dedicandogli un pensiero.

Ho amato profondamente la poesia di Paul Celan, fin dal primo incontro con i suoi testi. Ho letto con passione parte della sua opera ed alcuni degli scritti a lui dedicati. In particolare e tra i primi, quelli di Peter Szondi, “L’ora che non ha più sorelle”, 1990, e di Hans George Gadamer, “Chi sono io, chi sei tu”, 1989.

Vivo, in questi ultimi mesi, una sorta di spaesamento. L’ardore del monaco intriso di canto e dedito al canto, come se quello della poesia fosse il solo orizzonte possibile, come se la vita stessa fosse canto e null’altro, sta piano piano lasciando il passo alla consapevolezza mite dei congedi. La forza degli addii strappa anche i ricordi dalla profondità dell’io, e, sebbene ciò che di più vero è stato di noi ed in noi viva, credo, per sempre, i palpiti della memoria scandiscono ritmi più distesi. L’intensità della luce che riverberava in essi ha ora sempre più spesso il colore dolce del tramonto. Caldo, eppure meno calcinante rispetto al sole del mezzogiorno ed alla sua luce, talvolta insopportabile, quando ferisce lo sguardo. E’ così anche dentro di noi. L’intensità del pensiero e la bellezza di sentimenti profondi chiedono adeguata forza per non schiantare l’io nel tremore del giorno memore.

Paul Celan è stato ed è per me un’ancora interiore. Egli è dunque vivo in me. Qualunque fosse l’approdo del viaggio terreno. L’eternità o il nulla. L’infinito o l’angustia di uno scampolo di terra. L’oblio o la memoria, Paul Celan mi abita. Dal tempo immemorabile della coscienza poetica matura.

Incontrai tardi la sua opera. Dapprima in modo sporadico e forse distaccato, o solo inconsciamente consapevole. Come accade spesso quando ci si innamora, o si ama già senza sapere di amare il soggetto che sarà poi compagno di un cammino condiviso a lungo o per sempre.

Il primo scritto che lessi, dedicato a lui, fu un elzeviro di Claudio Magris, pubblicato dal Corriere della Sera, a metà degli anni Ottanta. Ero in treno, diretto a Trieste. Di quella lettura conservo tuttora l’eco malinconica che suscitò in me. Non avvertii però subito il desiderio di andare oltre nella conoscenza. Forse certi presentimenti proteggono l’io profondo che siamo, quasi a volerlo scampare anche al dolore ineluttabile che è cifra e stigma della sua singolarità. Se ci è consentito però di allontanare nel tempo l’incontro con il nostro destino, non ci è permesso di cancellarlo dal sentiero che distingue e al tempo stesso segna il cammino dato.

Così, pochi anni più tardi, la flebile fiamma accesa quel giorno leggendo Magris, divenne il fuoco alla cui luce e nel cui calore ho vissuto dieci anni almeno di poesia. (“Arde vivo, il monaco nel canto”, è un mio verso del Luglio 2000). Accadde una sera d’inverno. Una rivista di letteratura che leggevo assiduamente in quegli anni, aveva pubblicato un ampio dossier dedicato a Paul Celan. In copertina, la bellissima fotografia in bianco e nero che ritrae il poeta leggermente piegato in avanti. Il volto aperto ed offerto all’obbiettivo. Camicia bianca, con il collo che esce dal maglioncino scuro. Credo sia la foto più famosa, o forse solo la più riprodotta, quasi un’icona del poeta. Non ricordo se sulla copertina stessa, o all’interno, comunque ben chiara, in un incorniciato ben campito di bianco esteso, spiccava un testo a mano, nella bella scrittura di Paul. «La poésie ne s’impose plus, elle s’expose.» Per gli esegeti, gli studiosi, i filologi, è “l’annotazione, nella lingua del paese che l’aveva ospitato, [e] chiude l’ultima cartella di poesie preparata da Celan, poco prima di scomparire nelle acque della Senna, [...]”.

Per me, fu fin da subito la risposta che avevo a lungo cercata. Una sintesi estrema ed esaustiva del cammino compiuto dalla poesia europea da Leopardi alla contemporaneità. Quella contemporaneità che fu di Celan ed è stata, pur nella consapevolezza di tutta la distanza e dei miei limiti umani e creativi, in parte anche mia. Una sublime attestazione della poetica celaniana. Un fondamento poetico della modernità. La visione di una poetica che aveva saputo andare oltre il naufragio. O aveva tentato di farlo fino allo stremo di sé. Consapevole e certa che quella fosse la via. Espositiva, anche e soprattutto di sé, e mai più impositiva.

Ero dentro anni di lavoro febbrile. I migliori della mia vita di uomo e di poeta. Prossimo a compierne quaranta. Quella frase fu vela e fondamento. Una folgorazione. Iniziai a leggere Paul Celan e di Paul Celan. Molti anni più tardi, osai iniziare a scrivere di lui. Dedicandogli anche numerosi canti. Tutti con lo stesso titolo: Paul Celan. La reiterazione del nome non è qui un’angusta ripetizione. Nemmeno l’enfasi retorica della riconferma che genera accredito. Celan, la sua poesia, la memoria di lui, non hanno bisogno di me, del mio ricordo. E’ piuttosto la licenza poetica che attinge la memorabilità di un esempio insuperato. Come nelle invocazioni. Come nella preghiera. Quando il nome rinterza il dono e lo sublima, nell’incantesimo di una parola che sfiora la religio. La religazione. L’unione tra ciò che non è più eppure perdura e ciò che è e spera nella duratura sintassi degli eterni. Il viatico silente fra Cielo e Terra.

La prima volta fu nel 1994, quando gli dedicai un capitolo di “Deserti incanti”, dal titolo “La parola estrema”. Scoprii solo qualche anno più tardi, e lo scrissi in una lettera ad Emo Marconi, che il canto d’esordio di Paul Celan era intitolato “Canto del deserto” (all’epoca, metà degli anni Novanta, Google Books non esisteva e il libro che ho linkato è del 2001).

Nel 1998, fui invitato da Scena Sintetica. Per l’incontro, una serata di poesia in scena, se così si può dire, preparai un testo ed un Programma di sala. Avevo 45 anni e mi trovavo nei pressi del mio esordio in pubblico in nome e per conto della poesia. Mi sembrò del tutto naturale ed in perfetta continuità e coerenza con il cammino poetico fin lì compiuto, ispirarmi a Paul Celan. Tentati di farlo osando un titolo che, nella parafrasi dell’originale, avrebbe voluto significare il continuum sublime fra soglie epocali. “La poesia non si espone più, essa si ostende…”, fu il titolo che scelsi ed anche il tema. Stampai qualche centinaio di esemplari del programma di sala su una bellissima carta color camoscio chiaro, che il tipografo di sempre mi consegnò a casa. Mi servii della mia stampantina, una delle prime. Ricordo che il lavoro durò alcuni giorni. Facevo la spola fra la cucina e lo studio, fra i lavori domestici e la stampa. Pranzavo con l’orecchio teso per ascoltare se mai si inceppasse qualcosa. Un incidente di stampa, avrebbe potuto significare perdita consistente di copie e ritardo insostenibile. Come Dio volle, portai e termine. La tipografia passò a ritirare. Piegò, cordonò, mise un punto metallico. Avrei preferito cucitura a filo, ma tempi e spesa resero la scelta insostenibile. Quella serata non ebbe mai luogo e i miei programmi di sala furono distribuiti anni dopo nel giorno del mio vero esordio. Evidentemente la salita al personale Calvario, costellato di sconfitte, caratterizzato da marginalità estrema, inchiodato alla solitudine creativa e non solo, non era ancora del tutto compiuta.

Tornai più di due anni dopo, il 1° Giugno 2001. Quella sera, Paul Celan era con me. Avevo preparato un testo che feci stampare in 300 esemplari. «Seminario sull’innocenza. La parola di Adamo, la parola innocente», il titolo che diedi al lavoro. Il gruppo di Scena Sintetica lo propose per tre serate. Inutile dire che Paul Celan aveva una parte centrale e decisiva nell’opera, con testi suoi, letti dagli attori, e testi in poesia ed in prosa a lui dedicati e scritti da me.

Questa notte saranno trascorsi 43 anni dalla sua scomparsa.

Ho iniziato il Venerdì Santo a scrivere post per il blog, inaugurandolo. So che il cammino di risurrezione è molto più arduo ed impegnativo di quanto possano esserlo le parole che la invocano o la evocano. So però che quando esse recano in sé la cifra esistenziale di una coerente testimonianza di senso, la fessura di Silenzio che si apre fra il Cielo che detta e la Terra che ascolta, si rende pervia. Ed in essa la parola del canto risuona della voce dei risorti. Come io credo sia Paul Celan, in virtù del suo canto esposto.

Ho scelto di ricordarlo oggi con le parole che scrissi nel 2001.

Nel testo della piccola edizione che veniva consegnata a tutti prima dell’ingresso in sala, erano indicate anche annotazioni che avrebbero scandito il ritmo del testo in scena. Ciascuna parte, a Paul Celan sarebbe toccata la d., veniva introdotta da alcune parole guida, sigillo e stigma del senso poetico che le era proprio secondo le intenzioni dell’autore. Vi era anche qualche cenno alla scansione rituale, una sorta di cenno per la regia, che sottolineasse ed al tempo stesso conferisse carisma all’attore.

La prosa poetica dedicata a Paul Celan, era introdotta da un breve testo poetico.

d. Il sacrificio. (Un sacrum facere, parola poetica, lingua madre, immolato canto…)

Voce poetica (filo cosmico, guida…attore 1, voce femminile…)

Fatti sacri anche i gesti, ed i corpi

infiniti lacerti nel silenzio di Dio

o nascosti stilemi di forme

chiuse a grembo sul tempo

futuro, lingua madre deposta

nel seme del canto. Corpi,

oh, dolci e care le voci

solenni degli amanti, dei più teneri

morti, posti a soglia narrante,

scolpiti nell’aria di parole

fragranti, in segni spezzate

all’altare silente. Ostie esposte,

parole, eco divine, urla o sussurri

sullo sfondo di neve e di insensati

azzurri…

Sacrificare, fare sacro ogni istante,

ogni minimo gesto, l’Infinito,

madre e padre e solo pretesto.

Voce di prosa poetica (pensare l’amore…attore 2, …

Paul Celan vive la vocazione ad esporre la parola poetica fino al limite coerente ed estremo. Egli percorre la zona di transito in cui cristallizza, insensata rispetto a tutte le sensate certezze della storia a lui contemporanea, l’adamantina, la parola vera. La parola poetica che egli si dispone a pronunciare nel tempo silenziosamente straniero della neve.

Egli sceglie, rispondendo nell’ascolto al Grande Silenzio, la propria condanna al silenzio. Espone la parola, testimonia la presenza della maestà dell’assurdo, (o è il testimone in presenza del maestoso Assurdo?…) compie il sacrificio. Egli apre e riapre per sempre all’Occidente la via del canto dopo Auschwitz.

La ansimante ricerca della “parola vera” che Paul Celan ha compiuto, è la salita al Paradiso di Dante, il canto estremo dei poeti.

Celan certamente sa e osa, lentamente, lungo scarti infiniti e duraturi di dolore, si espone perché questo è il destino del suo canto nel suo tempo che egli sente, profondamente sente e ascolta.

Egli osa esporre la parola vera che trova per noi dopo e malgrado Auschwitz. La maestà dell’assurdo, evocata per noi di nuovo e per noi di nuovo convocata nella sua più intensa visibilità poetica, dopo Auschwitz, dove lo scandalo dell’innocenza che muore ha ripetuto più e più volte lo scandalo cristico della Croce.

Già, la maestà dell’assurdo.

Cosa di maestoso vive nell’umano se non la nostalgia dell’Impronunziabile? Cos’è quel qualcosa che intercorre fra la retorica impositiva dei riti di maniera ed il poetico lampo, inconsapevole, certo, ma non meno restituito all’innocenza nella sua verità di parola vera?

Cosa di assurdo, se non il suo folle pronunciarsi in una verità persuasa davanti alla compostezza retorica delle rappresentazioni?

L’assurda maestà è la coscienza estrema dell’innocenza che osa una verità, l’io credo dell’Eterno in noi. Essa testimonia la Presenza nell’umano dell’attimo che sconvolge l’ordine terrestre delle cose.

Assurdo è lo scandalo della croce, l’archetipo cristico dell’innocenza.

La persuasa verità del testimone è imperdonabile agli occhi di chi non vede la maestà dell’assurdo seduta in trono alla coscienza dell’umano. Il suo essere divino anche dentro l’Abisso oscuro di una vita (una realtà, un’arte?) non mai adeguatamente capita?

Celan comprende che “qualcosa” precede la verità della parola, la coincidenza fra la parola e la cosa, qualcosa ispira la nominazione. Qualcosa oltre l’origine e la lingua madre, oltre la madre stessa, che nessuna fedeltà personale, e perciò storica, restituirebbe alla parola, nella parola. Qualcosa, forse il soffio nella costola di Adamo era lo stesso che risuonava nella maestà dell’assurdo, quel fiato poetico ed umano? Qualcosa di ignoto, o di sepolto, sotto la cenere, sotto il silenzio, sotto la neve. Qualcosa da cercare, frugando e scavando, qualcosa che precede l’immemore parola di Adamo. Forse il Verbo, che risuonò nel soffio, la parola innocente. Il Fiat e l’Om delle religioni, o l’animico spirito degli iniziati, o l’Uno dei filosofi, o il Nulla stoico di tutte le nominazioni assertive. Là dove la parola di Adamo non flette alcun senso, il nome non declina il Verbo, la parola del poeta inclina al Senso le cose, le espone nella Luce del Tertium datur e nell’estasi talvolta le ostende, esse stesse parole Luce del vero.

In ogni creatura la coscienza si espone come un grido lieve ed innocente che eternamente si rinnova. Nei poeti essa si espone come estrema risorsa del canto. In Paul Celan essa è un cristallo di fiato nel crepaccio dei tempi dell’umano. Una parola poetica esposta in quel gelo impenetrabile che è la solitudine del poeta. Egli genera un canto straniero al suo tempo. Forse, straniero sempre, egli vive nel crepaccio che si inabissa ardito, aprendo, nel regolare, rassicurante tic tac delle ore terrestri, un Abisso: luminoso od oscuro…

Il poeta vive nel poema una scandalosa innocenza che spezza le catene della terrestrità. Straniero, trova, e ritrova, nel poema un sentiero aperto al Tu, verso il compimento di un canto osteso di comunione.

L’assurdità è stavolta la più improbabile tra le umanamente pensabili, l’insopportabile presenza del Dio nascosto, ma non assente, che abitava Auschwitz. L’epica del ritorno di Celan, non tragico, ma luminoso e compiuto, cerca questa verità e cerca di mostrarla. Anche se il nodo strozzato del respiro sembra non segnare la svolta, sembra celarla, nella voce, un cristallo di fiato è Dio che respira. Nella parola del poeta come nel silenzio di Auschwitz. Celan gli muove incontro con l’ascolto, sotto coltri di neve e di cenere, tende la mano ai morti ed in essi a noi, per ricongiungere amore e oltraggio, la sua poetica offerta in dono. Disperatamente sperando l’estrema volta…e noi qui, ora, nel crepaccio con la bottiglia del suo messaggio, la vita offerta, parola, agnello di comunione.1

1Tutti i corsivi dell’introito a Paul Celan sono citazioni dei testi del poeta, parafrasi dei topoi celaniani, allusioni piene e volute, chiare, all’affinità di senso che, evocando il canto, viene invocato.

In “La parola di Adamo, la parola innocente”, Dicembre 2000 – Aprile 2001

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