Perdono.

Perdono

Chi ha patito un’ingiustizia, soprattutto se vissuta nell’impotenza degli innocenti, sconta il permanere nell’anima di una sorta di doloroso risentimento. Avverte e insieme attende l’incombere di un qualche risarcimento che ritiene dovuto dalla vita a se stessa. Non sono sufficienti il perdono, il balsamo del tempo, l’avvento di un’altra vita, diversa, lontana e perciò essa stessa ricompensa nel suo essere dono. Così può accadere che, pur senza essere lambiti da quel demone irrequieto e diffuso che è l’invidia, quando si incontra qualcuno in cui si rilevano, sia pure nell’estrema lontananza dell’improbabilità, i segni stessi di ciò che noi abbiamo perduto o di ciò che ci è stato ingiustamente tolto, possiamo ritenere responsabile egli stesso di qualche torto. Un transfert immaturo e del tutto immotivato, che viene rimosso dall’anima solo quando essa si offre alla sublime  verità di sentimenti ispirati dalla gratuità:  l’amore o l’amicizia. Il loro avvento riapre la via della comunione e sigilla il compimento della giustizia. La ferita, già rimarginata, scompare in una dissolvenza piena che ne rende invisibile qualsiasi residua traccia.

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