PERIPATETIKOS (PERIPATOS)

Camminare, parlare. Due movimenti, uno del corpo, uno dell’anima. Camminare parlando. Parlare camminando. Non di rado i pensieri si muovono in armonia con i passi. Anzi, talvolta ne sono incoraggiati, forse ispirati. Fermarsi e  tacere: ogni verbo d’azione, ne ha uno di segno uguale e contrario che denota per ciascuno due condizioni opposte, e non necessariamente oppositive, dell’essere in azione. Lo stare nell’essere.

C’è un verbo, però, che sembra poter contenere in sé, senza alcuna distinzione, entrambe le condizioni dello stare nell’essere, e forse anche quelle dell’azione: contemplare. Il movimento sublime, che, paradossalmente, si esercita unicamente in uno stato di quiete. Di fissità apparente. E’ uno dei misteri più grandi tra quanti abitano l’uomo, e in un certo qual modo è il solo che fra tutte le creature lo distingue. O quello che ne rende più evidente la specificità. L’azione del contemplare è quella che sospinge la creatura nella più alta prossimità intuitiva del Mistero. Più vicino alla percezione del Suo senso, ed anche del senso delle cose.

La parola (il pensiero, il sentimento) che tace se stesso, che si tace, apre il varco del Silenzio e avvicina alla soglia estrema della condivisione. Rende intensa l’attenzione, sospingendo la creatura alla più alta profondità di sé. Libera tutto lo spazio interiore affinché la prossimità con la luce apicale possa lasciarsi visitare dalla più vasta eco del Mistero.

Il passo che ferma se stesso, che si arresta, lascia fluire intera l’energia di sé e sospinge la creatura alla tensione più accesa, quella che il corpo avverte quale atto in potenza, non consumato. Rende ancora più acuta la percezione del possibile, di un andare composto e disteso dentro il profilo delle cose. Cumula la resistenza del corpo affinché la visione circostante compaia in tutta la sua verità al vertice di un gesto compiuto, la cui vis attiva rimane come sospesa, risonanza inavvertita, nella circostanza, la vita intorno.

 

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