Pietra tombale.

Pietra tombale.

Solstizio d’Inverno.

Pesa, come un macigno sul cuore, l’ego. Pietra tombale del sogno, l’umano. Sarcofago irredento del divino. Pesa il silenzio, l’eco che torna muta dall’agone. Pesa il torto sul dono del vinto. Il suo sussurro è triste, naufragio malinconico di un giorno estinto. Pesa la gloria trionfale del corrotto. Pesano menzogna e ipocrisia che sostengono il pegno del futuro con ingiustizia estorto. Stordito dall’inganno, l’animo che fu si cela, lontano dal suo centro. Resiste qualche ardito frammento. E si inabissa, lacerto di visione, o solo permane nella sua vieta rappresentazione.

A margine del prato, qualche seme scampato erge il suo stelo quasi fiorito. Una mano rapace guida l’occhio che non vede. La voce di chi crede mormora, lontana, e accende incandescente la luce di una fiamma arcana. Seguono tracce empie gli scherani. Giuda consegna l’innocenza a ignote mani. Tutto è mutato, la terra ed il suo frutto. L’uomo sussurra un canto estremo. Chi sa se mai altri fratelli uguali ascolteremo. Pronti al volo alto, l’animo pacificato. Renderanno puri i tempi che hai sprecato. Serpi annidate guatano la preda. Fanghiglia e mota, l’identità in poltiglia. Batte il suo passo ancora, l’ultimo poeta verso l’attesa aurora.

L’alba che nasce smemora i vili e irradia l’innocenza. Solo chi sa ricorda ed il coraggio raro è parco di tesori. Ieri è presto inghiottito dal presente opportuno, in tempi di incertezze, in tempi di declino. Chi sa del vero, chi visse la coerenza? Chi, tra gli interiori vinti, disarma la veggenza? La tristezza, orfana, abbraccia la vedova speranza. Figlia e madre, sono parole sole. La vita duole in grembo al giorno nuovo, la doglia del domani è ricercata dal vivido cinismo che scorre nelle vene agli scherani.

L’ansia moderna appaga il suo tramonto. Il conto è chiuso. Il conto torna. La poesia innocente alberga il Tempo, nuda e disadorna. L’aura sublime che fu, mai più ritorna. La terra dei padri intona il suo lamento, canto d’addio, saluto dell’incombente sera. Estrema. Ultima, ultimativa voce. Addio per sempre, antica bella prece. Sparso il veleno nel cavo della vita. Cinismo, atroce svolta d’orizzonte, flesso lo sguardo sopra il proprio naso. Bene comune, benessere incipiente. Del resto nulla importa, il sale dell’amore sulle ferite sparso. Le luci dell’interiore spente. Più nessun canto vero. Più nessun gesto caro. Niente, oltre lo stigma di quell’ontos primo. Ad altri volti sorgenti la linfa del divino consegna il Suo fresco incanto, il Suo originario manto. Mai più qui. Non certo ora. Anime altre rischiara il sole della dolce aurora. L’eco riflessa del passato consuma il suo tesoro. Dilapida la dote. Sparge e consuma, danzando, talvolta forse ignara, sulla propria morte.

La lingua che fu madre, si è fatta gabbia atroce. Non libera parole, l’anima non traduce. Ostesa nel silenzio la ferita addita altri destini. Gli scriba e i farisei, cloni dei tempi. A denti stretti, vanno i liberti verso la Terra Nuova. Da schiavi colti e ardenti. Un dio minore innerva anche i contagi. Nelle sue secche plaghe, nidificano i plagi. L’anima sola interpreta il destino. Aruspice silente del Divino. Incontra cuori e vite, si apre al solo cielo in comunione. A tutto crede, a nulla serve nel suo coro la ragione. Sillaba amore dentro un’eterna lallazione. Nell’Energia, l’olismo asperge nuova redenzione. L’orma composta che non sa di ieri. Che nasce  e non ripete altri pensieri. Che a mani nude ride il giorno più normale. Il segno che risuona, primitivo ed epocale. I barbari disegnano la storia. Il bardo intona compunto il suo ritardo. In limine si muove anche il passato. La forma, il vento libero, schiude l’accento allo Spirituale. Nessuno più appartiene. Nessuno sa ciò che più conviene. La religione è un’eco dell’Assenza. La creatura muove incontro con arcana riverenza.

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