Poeti: esuli e profeti.

Poeti: esuli e profeti.

Raramente scrivo per una motivazione altra che non sia quella di un dettato interiore impellente ed irrevocabile. Quasi mai ispirato a scadenze cronologiche, ricorrenze, anniversari. Assai prima di leggere Agostino, stimavo il tempo interiore quale unità prevalente di Senso ed al suo metronomo ho accordato sempre il mio passo esistenziale e la nota di tutto il mio canto. Il tempo è la coscienza, scrissi in Exsultet, era il 1990.

Se oggi compio un’eccezione, non è per onorare una convenzione, un ossimoro temo, o per ricordare un amore ed una passione mai dimenticati, come ho fatto non di rado per Paul Celan e, credo, per lui solo.

Il VII centenario della morte di Dante Alighieri (1321-2021) non avrebbe, del resto, certo necessità della mia minuscola nota ed io stesso non voglio in alcun modo disciogliermi nel fluviale corso degli eventi, delle mostre, degli spettacoli a lui dedicati per celebrarlo. Né le mie parole scarne e marginali ambiscono a farsi largo tra i corifei della commemorazione in servizio permanente effettivo.

La convinzione profonda, causa e non effetto del silenzio, che una poetica tutta fondata nella consapevolezza di essere postuma di se stessa e dunque straniera da sempre per vocazione e per scelta al proprio tempo, sa bene che, soprattutto in un’epoca al tramonto, e forse propriamente ed unicamente in quella, cinicamente segnata da uno spirito di mera sopravvivenza nel ruolo purchessia, lo scippo con destrezza, l’agguato etico del copia incolla dissimulato, lo strusciamento intellettuale, sono sempre ben diffusi, radicati e praticati senza distinzione di livello d’accredito sociale e creativo. L’età, quella sì, che dispone una sempre più profonda inclinazione alla pace, non solo interiore di marca quietamente contemplativa, come è stato durante gli anni della vita adulta. Perché resistere alle ferite inferte dalla violenza del plagio e/o della manipolazione delle intuizioni originali, nel silenzio della propria condizione indifesa e marginale da sempre per scelta, indifesa perché marginale, chiede una grande energia, una condizione non solo spirituale eccellente. Condizione che gli anni sempre più minacciano e non di rado compromettono. Il sapere, come ampiamente sostenuto fin dal titolo anche ne “La Luce postuma del canto”, il mio ultimo lavoro pubblicato, che il riconoscimento, non la riconoscenza verso , che per un poeta libero dalla vanità e non solo vale nulla, dell’opera sarà frutto di tempi, di anni, di un’Epoca nascente che già è ma non ancora si sta compiendo. Come accade in tutte le sintassi profetiche storicamente ed interiormente attestate. L’eresia e la profezia stanno insieme, nei testimoni, esuli dal proprio tempo. Come scrissi in anni non sospetti, fin dall’origine della mia minuscola avventura esistenziale e poetica.

Se oggi faccio un’eccezione a tutto, la scarsa inclinazione a commemorare la ricorrenza ed un’energia resistente ormai residuale, riprendendo il filo duro di un’esegesi critica autobiografica e talvolta purtroppo anche inevitabilmente autoreferenziale, data la natura delle cose, è perché c’è una questione di merito, argomentazioni e parole. Alcuni dei fondamenti della mia poetica esposti in favore di un’autorialità mai esplorata altrove nella luce di tali considerazioni, mi avevano condotto tanti anni fa, era il 1994 un anno cronologicamente neutrale e creativamente non sospetto, a Dante.

Essendo tali visioni i fondamenti ontologici della mia poetica e alcune precise parole le ricorrenze più attestate in tutta l’opera, ne ho scritto diffusamente, anche in Rete e su questo stesso blog, Extemporalitas, dove ho talvolta citato opere già pubblicate in formato analogico. Rimane, quasi una lieve icona di Senso, oltre che un preciso riferimento ed un’attestazione di quello che ho scritto fin qui, un tweet. E’ del 10 Luglio 2015 ed è fissato sul profilo da anni: “«La Terra è l’esilio dei poeti, di ogni tempo ed in ogni luogo.», in «Esilio», #autocit.║http://extemporalitas.org/esilio/  Là attestavo l’esilio quale condizione ontologica dell’essere poeta e rilevavo in Dante la vena eccellente di tale sorgente spirituale. Che poco ha a che vedere con la Terra, Firenze o qualsiasi altrove secolare, e molto con il Cielo. I secoli passano e corrono veloci, davanti all’Eternità da cui la parola è dettata e verso La quale si espande. I tempi sono talvolta la ridotta in cui i poeti praticano l’estrema resistenza, solitari ed aperti all’Infinità cui lo sguardo attinge. La Verità ha una propria talvolta feroce ed insieme caritatevole permanenza. Vocazionale nel singolare e destinale nel coro. Per questo e non per altro credo si possa ancor oggi pronunciare insieme le parole sommo e poeta Dante senza cedere alla tentazione del riso che sommerge l’esercizio retorico dei traduttor dei traduttor dell’altrui pensiero.

 

 

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