PPP

La prima volta che gli dedicai un tweet, il mio quarantunesimo, era trascorso solo un mese da quando, il 1° Ottobre 2010, avevo aperto l’account sul SN.

Scrissi: «“35 anni fa veniva ucciso il corsaro del “Corriere”. Mi piace ricordarlo (anche) così. http://tinyurl.com/32hokw3 ”».

Scelsi uno tra i più famosi articoli scritti da Pier Paolo Pasolini e pubblicati sui più importanti quotidiani italiani tra il 1973 ed il 1975, poi raccolti in volume sotto il titolo esistenzialmente fedele e letterariamente felice di «Scritti corsari», Garzanti 1975. Era un saggio divenuto celebre come “l’articolo delle lucciole”, noto, nel tempo, ad un pubblico più ampio di quello già vasto del quotidiano sul quale era uscito, Il Corriere della Sera. La lucida visionarietà poetica di quel testo, soggetto del mio modesto ricordo, mi sembrava essere uno dei modi più belli e giusti per ricordare l’indimenticato poeta, sepolto a Casarsa della Delizia. Altre volte, ed in occasioni diverse, durante i tre anni di vita dall’esordio su Twitter, ho scritto di lui sulla mia TL.

Così quando a metà maggio ho letto questo twitt ho provato un’emozione forte, mista di nostalgia e di sorpresa.

Ho resistito solo qualche giorno a me stesso. Alla tentazione di andare verso la libreria per prendere la copia. Poi, una mattina, quasi in un ritaglio di tempo per dissimulare un po’, ma con memoria e volontà sicure, mi sono avvicinato. Ho tratto il libro e lentamente ne ho sfogliate le prima pagine. Il nome della libreria T, la data, Brescia, 11 marzo 1978. Un vizio, o un vezzo, forse discutibile, mai perduto, quello di ricordare quando e dove un volume è entrato a far parte della mia vita (ed io della sua).

Allora, ho posato il libro sulle ginocchia, tenendovi una mano. Ed ho lasciato che i ricordi fluissero in me, lenti ed inesorabili, rincorrendosi come essi solo sanno fare. Tra il corpo e la mente, tra la mano e la carezza invisibile che si posa sull’anima. Con ritmo e con sentimento alterni. Li ho lasciati venire dentro di me.

Avevo 17 anni. Lei era molto più grande di noi, e ci frequentava, legata dalla relazione che aveva intessuto con l’allora più caro tra i miei amici. 18 anni, lui, 26, forse 27 lei. R. era simbolo e segno di tante cose in quell’inizio degli anni Settanta, ancora dentro l’eco viva del Sessantotto. Veniva da un paese della provincia. Si era laureata con il massimo dei voti in lettere. Militava politicamente nella sinistra estrema, e non ho mai capito, né saputo, se negli anni seguenti si fosse avvicinata all’area extraparlamentare. So che aveva coraggio e cultura da vendere. Ma non li avrebbe venduti mai, per alcuna ragione.

Fu R., che, una sera d’autunno del 1970, mi fece conoscere l’opera di PPP. Venne a trovarmi in clinica, dove ero ricoverato per un intervento chirurgico. Iniziammo a parlare, a discutere. Piacevolmente, intensamente, come spesso. La sua preparazione era modello ed esempio per noi amici, quasi tutti allievi di un istituto tecnico industriale. La poesia mi era già compagna da tempo. L’argomento erano i giovani. Noi. Già allora. Anche allora. Ma non in quel modo, vagamente apologetico, che ho visto ripetersi uguale, ad ogni cambio di stagione esistenziale, nella mia lunga vita. Il giovanilismo deve essere la malattia senile della modernità occidentale, nata già vecchia. Venne il momento del congedo. R. non disse nulla. Tornò, dopo qualche tempo, la mia degenza sarebbe durata 10 giorni. Aveva con sé un libro. Lo apprezzerai, disse sicura. E aggiunse: capirai molte cose.

Fu così. R. ebbe ragione. Iniziai il libro e ne rimasi avvinto. Mi dimenticai persino della mia condizione di paziente. Lessi d’un fiato, come sempre mi è accaduto quando un’opera mi ha preso dentro, serrandomi in modo irresistibile, fra corpo, anima, pensiero. Un unicum, io e lei, lei ed io, che diviene una terzietà irrevocabile di straniamento dal mondo. Piansi: questo lo ricordo bene. Ricordo le lunghe pause di fissità, seduto sul letto d’ospedale. Impotente davanti all’urlo che saliva da quelle pagine e che feriva in modo impoetico la mia vita. Nasceva in me un coacervo di estrema pietas, di timore verso e per il mio futuro e di fascinazione insieme. Sì, R. avrei capito molte cose. R. è stata per sempre una tra le figure più pasoliniane che abbia mai incontrato. Quando uscii dalla clinica, avevo già terminato il libro. Ricordo, ancora oggi a distanza di 43 anni, Riccetto. Con il suo primo romanzo, iniziai a conoscere e ad amare Pasolini. Restituii ad R. il libro. E’ uno dei pochi tra quelli che ho letto a non essere presente nella mia biblioteca.

Quando nel 1978 entrai al giornale dei miei esordi, Pasolini era già morto. Ucciso, sulla spiaggia, al Lido di Ostia, il 2 Novembre del 1975.

Una delle prime cose che feci, non appena riuscii a mettere piede in redazione, fu quella di trascrivere la «Ballata delle madri». Al tempo, non esistevano gli scanner. Presi il volume e, negli scampoli di tempo libero, pochi, o talvolta dopo cena, portai a termine il lavoro di copiatura. Mi avevano dato in dotazione una vecchissima scrivania, di quelle con il piano di colore verde velluto sotto un vetro spesso. Una sera, lo sollevai e vi infilai il testo della poesia. Un omaggio ad uno dei poeti che più avevo amato, un monito quotidiano per quel virgulto incerto di giornalismo che iniziava ad essere la mia vita allora. Un piccolo ricordo anche di mia madre, che mai era stata una donna e una madre come quelle. La “Ballata” rimase lì fino al primo trasloco del giornale, per quasi dieci anni. La portai sempre con me, anche se le più moderne scrivanie dei periodi successivi non mi consentivano la visione in trasparenza dei versi pasoliniani. Riposta in una cartellina a lembi, color carta da zucchero. Deve essere tuttora lì, nell’archivio di quegli anni, che conservo qui, dopo le dimissioni del 1994.

Per una singolare coincidenza, vi sono altri due libri che ho letto durante l’adolescenza e dei quali non dispongo nella biblioteca. Sono entrambi di Oriana Fallaci, “Se il sole muore” e “Niente e così sia”. E sono anch’essi due libri sui quali ho pianto lacrime cocenti, si sarebbe detto un tempo. Che mi hanno tenuto compagnia come lampi di luce immensa dentro l’alba a lungo opaca di una difficile giovinezza. Forse oggi potrebbe sembrare difficile accostare, anche solo emotivamente, Oriana Fallaci a Pier Paolo Pasolini. Invece c’è un poetico anello di congiunzione e di fraterna comunione esistenziale che li unisce nel profondo. Si chiama Alekos Panagulis, un poeta, oltre che un leader dell’opposizione ai colonnelli durante il regime, in Grecia. A lui è dedicato “Un uomo”, forse l’ultimo libro della Fallaci che ho letto. Ma soprattutto è di PPP la prefazione ad un libro di poesia pubblicato nel 1979, “Vi scrivo da un carcere in Grecia”. Sono i componimenti poetici che AP scrisse durante la detenzione a Boiati. Una prigionia durata a lungo, durante la quale fu ripetutamente torturato. Non ricordo più quante volte ho letto quel bellissimo inno all’amore fraterno universale, che è anche un inno alla sororità ed alla libertà, “A mio fratello tenente Giorgio Panagulis”, da quando nel novembre del 1979 comperai il libro.

E’ uno dei tanti doni di conoscenza e di vita che devo al poeta corsaro. Insieme ad altri, che vivono ardentemente accesi nelle pagine di chi sa quali altri volumi, in casa e fuori, e negli angoli riposti di una memoria che amo.

 

 

 

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