Presente storico.


Presente storico.

Un giorno ti accorgi all’improvviso che la vita che hai vissuto è troppo estesa, o troppo duratura, per essere contenuta nello sguardo interiore del tuo presente. Che l’orizzonte del vissuto è sempre troppo qualcosa rispetto al qui ed ora che vivi. La presenza al reale, un canone esistenziale che ha dettato quasi ogni istante consapevole del tuo giorno, almeno fino a quando l’ebrezza della gioia non ti ha ubriacato di sé, o il peso del dolore non ha schiantato ogni sopportabile resistenza nella lucidità, non ti abbandona. Eppure, forse è un portato dell’età, dell’orizzonte storico personale che sembra chiudersi naturaliter, la tua vita, il tuo presente, non ti contiene più. Singolare.

La declinazione esistenziale si appella alla coerenza estrema. Non usciresti dal dettato di te stesso, e dalla coniugazione etica del vissuto, per una forma di rispetto al tuo passato. Non fosse altro perché l’averlo fortemente voluto così come l’hai vissuto ti ha causato prove dolorose, talvolta al limite della sopportabilità. La stessa età non depone in favore di eventuali vie di fuga. Ma questa sarebbe la flessione minoritaria della scelta. Un insulto alla vita, alla tua, così come hai tentato di viverla, resistendo alla suggestione di imboccare più comode strade invece degli angusti sentieri su cui incammina spesso la coerenza.

Non hai eredi. Né d’anagrafe né di alcuna altra natura. La continuità generazionale ha iniziato a subire sincopi letali sin dall’affacciarsi della tua stessa generazione alla storia. Il transito epocale, la bufera dentro la quale tu stesso sei nato alla vita adulta, era solo agli inizi. Le voci della interiorità che stabilizza nel profondo i tempi, si sono fatte sempre più fievoli. Più lontani i crinali dai quali reciprocamente ci si affaccia. La temperie più vasta e più forte. Malgrado le apparenze, le cose sono peggiorate. I segni di una confidenza cabriolet e di superficie non riescono a dissimulare la distanza, che si propaga e dilaga sempre più fino all’assenza di relazione. Con infarti relazionali che spesso sorprendono chi si era illuso che la profondità abitasse la superficie. Non è vero. Non è così. Nell’essere umano la verità di sé abita la creatura e chi si ferma alla sua rappresentazione finisce inevitabilmente per perdere contatto. E voce. Non posso dunque sperare, o illudermi più se mai l’ho fatto, di distendere il passo degli anni dentro altre vite, in reciprocità e compagnia. La solitudine di coscienza con cui ho abitato i tempi che ho vissuto, è linfa vitale e forse proprio per quello ora si manifesta in continuità con se stessa. Un continuum d’esperienza e di senso che non permette soste.

L’urgenza che incalza sempre l’ora dei congedi, ha forse qualche vanto sul sentimento che sembra pervadermi. Non mi è nuovo. Altre volte, in prossimità di appuntamenti significativi con il canto che detta dentro, vicino a dar vita ad un’opera compiuta, l’ho provato. Di pari intensità, della stessa natura. Il tracimare della vita che preme dentro, però, mi sembra non avere lo stesso segno. Qui c’è qualcosa di ultimativo che è identico ad allora. C’è però la consapevolezza della memoria che incalza e che chiede conto del suo essere stata testimone di sé nella vita. Nella tua. Certo, potresti lasciar fluire la serenità della quietudine, di chi ha fatto tutto quello che è stato chiamato a fare, secondo la vocazione e nel talento. La coscienza, che contempla anche la consapevolezza del proprio limite.

Nemmeno la posterità colma intero lo spazio di questa ultima e nuova suggestione. Da anni, forse da sempre, hai pensato ed in qualche modo, hai saputo, che il tuo tempo non sarebbe mai venuto, nei tempi che hai vissuti. E che se qualcuno un giorno ti avesse mai incontrato nell’opera, curioso di te e con benevolenza di sguardo attento e di profondo ascolto, quel qualcuno sarebbe venuto dopo, in tua assenza. Dunque, non di questo, qui ed ora.

I rari che con tenacia intellettuale e generosità di sé ti hanno offerto ascolto nella vita e nel canto ed aiuto, conoscono la necessità ontologica di tale solitudine di coscienza. Di questa distanza. Di questa storia sempre incompiuta all’atto della riconoscenza. Dell’essere ri-conosciuti nella verità di sé. Dell’essere incompiuti. Nelle relazioni. Non tanto dentro. Nell’asimmetria. Non tanto fra le attese ed il compimento. Quanto fra l’essere stati coloro che si venne chiamati ad essere ed il senso che a tale vocazione si è riusciti a dare nella risposta.

Non si tratta di incomprensione. Sebbene in origine ed a fondamento interiore dell’opus di pace almeno tentato vi sia spesso un abisso distillato dall’impotenza a capire. Piuttosto, si tratta di giustizia e di riconoscibilità nella Babele convulsa delle infinite repliche e degli ottusi a se stessi replicanti. Dell’apparenza che lucra consenso. Dell’appartenenza che distende la legge tribale dell’essere di uno stesso ceppo fino allo sberleffo dei principi. Una ipotesi teorica insopportabile per chi ha detto addio alla fatica della comunità riguadagnando l’essenza del corpo primordiale. Se non vincente sempre certo meno impegnativa nell’estatica predilezione contemplante il proprio ombelico.

Vita e destino, infine.

Non sono risentito né mi sento al colmo del rimpianto per la distanza che pure è esistita tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere.

L’anima è calma l’orizzonte sereno. Non è questo. Sono persino felice nella coincidenza fra l’io che sono e l’io che avrei potuto essere. L’identità.

Chi salda le cesure generate dall’asimmetria? Quale lembo di mantello copre il freddo cinismo della distanza, quando l’ottusangolo di interiorità incompiute le aumenta fino alla perdizione di sé ed alla sopraffazione dell’altro per scelta? La carità salda davvero mondi nel qui ed ora della storia? E la pietas è divenuto un orpello vintage o peggio ancora dimenticato dalla voracità laica che conquista a se stessa tutto il futuro, o tutto il futuro per se stessa possibile?

Il genio dell’etica non apre alcun vulnus nel muro fermo della incomprensione che non ascolta e non si china. E comprendere non significa necessariamente condividere. Chi copre tutti i gradini che separano i mondi? Chi lo farà per noi se debuttiamo da latitanti e ci ostiniamo sempre più all’irresponsabilità di una convivenza che si lascia plasmare unicamente dalla forza? Quale confine fra liceità e potenza? Nessuno, ancora, come un tempo, come sempre, forse? O uno spiraglio di intelligenza dell’anima è aperto alle soglie di un nuovo millennio e ispira il canto della Mistica, la levitazione del mistero, come un accento di consapevolezza in noi?

 

 

 

2 thoughts on “Presente storico.

  1. Una pagina toccante, vibrante di sentimento che trascende l’immanenza del presente. Una pagina di verità fremente nella pacatezza che ottenebra non serenità ma disperazione, non assoluta ma velata di delusione, che ferisce e fa sentire inadeguata a tale levatura. Il battito dei cuori non inganna e la sintonia delle anime nemmeno, quando pulsa finalmente la verità di intese che toccano la perfezione del
    Pensiero più profondo.

  2. Grazie per la sua lettura, per il tempo che ha dedicato al testo. Grazie per l’attenzione, per l’accoglienza.
    La parola che trova risonanza interiore, vive di una vita nuova, nell’eco di un tu che offre un orizzonte sororale,
    GM