Relazioni spirituali.

Relazioni spirituali.

Le relazioni digitali [del resto, del tutto identiche nella propria natura fondata su canoni antropologici di valore o sulla loro assenza, a quelle che l'uomo vive e sperimenta da sempre] intessono spesso trame di fili silenti, talvolta solo apparentemente discontinui. Orditi interrotti da pause o silenzi. Talaltra, tessuti di vita e di incontro davvero spezzati per sempre. Sebbene, per chi vi ha creduto, ciò che è stato vero e nella verità interiore persuasa è stato vissuto, esista per sempre.

Talvolta, malgrado apparenze contrarie, il filo non si è mai interrotto: forse è rimasto sospeso nello spazio e nel tempo che sembrano separare, flottante e qualche volta lontano dalla nostra mano aperta e tesa. Per quel che mi riguarda, spesso non mai reciso.
Credo che l’amicizia, come l’amore, come tutti i sentimenti più intensi e più belli dei quali la creatura umana è capace, sia, quando vero, un legame profondo, sebbene si affidi talvolta al silenzio o al non detto, che unisce e sostiene vicendevolmente assai più di altre evidenze.

Agapè“, perché di questo scrivo, soprattutto se non solo, qui ed ora, vive di persuasione. Come ed ancor più del mio blog, vorrei fosse, e continuasse ad essere, un luogo in cui abitino unicamente parole “vere”, secondo la più alta lezione celaniana, che, con tutta l’umiltà di cui sono capace, tento indegnamente di seguire. Tale scelta restringe sensibilmente ed inevitabilmente l’orizzonte, un profilo etico, dell’avventura. La rende, o almeno io la sento e la vivo come tale, più bella, come tutte le esperienze difficili sono in genere [e non mi riferisco certo al talento o al merito personale: non sono tanto stupido da concedermi il giudizio favorevole su me stesso e soprattutto sulla mia opera/lavoro, che del resto non saprei e non potrei nemmeno formulare con piena consapevolezza epocale, se non anche con limpida onestà intellettuale], e al tempo stesso assai più impervia.

Da quando “Agapè” iniziò, ho chiesto a pochissime altre persone di partecipare. Non si tratta di generosità o della sua mancanza: si tratta di distinguere, e distinguere, come mi insegnò nei miei giovani anni il professor Emo Marconi, uomo di teatro, è un atto d’amore. Perciò, proseguire è difficile. Ed è bello e giusto così. Mi va bene. Ho chiesto di partecipare a pochissimi, ho ricevuto un diniego, o quello che fino ad oggi devo considerare tale, espresso non nella forma esplicita di un no, ma nella continua dilazione temporale dell’impegno, e ho detto a mia volta un no ad una persona che io stesso avevo invitato in “Agapé”, ad un suo testo.
Un’esperienza che nasce, o che ha tentato di nascere, nel segno dell’amicizia [agapé, convivio], della sororale convivialità, non può però chiudersi su se stessa, rischiando di cristallizzare nel contrario della persuasione, l’esercizio per esempio di un’eccellenza stilistica fondata nella retorica.
L’amicizia, come l’amore, come tutti i sentimenti più alti espressione dell’umano [per chi crede di credere, segno vivo del divino in noi, declinabile anche nella sua estensione laica di sete di infinito o di attesa d'eterno: il Nulla non esiste], apre sempre l’orizzonte di chi la vive: la soglia etica non è mai un confine che divide, nell’amicizia vera, ma è sempre una smarginatura che dischiude. E’ così sempre, e solo così può essere l’amicizia. Non esistono soglie etiche che possano diventare confini, in un rapporto fraterno o amicale, e che possano chiudere chi li vive dentro una prassi limitante e/o limitativa. Se ciò accade, è solo a causa dei limiti umani, dovuto a fraintendimenti originali, imputabile a qualche malinteso ispiratore della visione etica sottesa al cammino condiviso, a qualche mal riposta ambizione, a qualche dissimulata vanità inconfessabile anche a se stessi, talvolta. Il solo canone inviolabile è il rispetto dell’altro [che inizia sempre dal rispetto di sé].

Dentro ed all’origine del cammino conviviale, tutte quelle cose ci sarebbero dovute essere, o almeno così avevo pensato fosse e così ho tentato di vivere tale esperienza. Non si tratta di corpi, di presenze, di strette fisiche di mano, che spesso, e per alcune delle persone che ho invitato, non ci sono e non ci sono state. Né, forse, assai probabilmente, ci saranno mai.

E non si tratta nemmeno di distinzioni, inutili e pretestuose, fra reale e virtuale, scandite dalla ridda di luoghi comuni che ormai conosciamo bene. Si tratta di senso, vorrei poter scrivere di Senso. Di relazioni spirituali. Che non scontano la cifra esteriore del tempo e del luogo, ma si affidano confidenti alla visione ispirata di una interiorità senza predilezioni né di spazio né di luogo [l'Infinito, L'Eterno: di cui l'umano, anche quando crede di non credere, svela sempre la sete].

Il filo tra noi in “Agapé”, per quanto mi riguarda, non si è mai interrotto, nemmeno se pare svanito dentro prolungati e ripetuti silenzi. Forse, talvolta, si è solo posato in qualche anfratto del cammino, in attesa che qualcuno lo riprenda e reciprocamente lo porga. Che lo prenda, lo tenga, lo regga, come vuole, quando vuole e quando può.

Ho posto in esergo al blog le frasi che segnano il mio cammino: Scrivo quando posso. Posso quando devo. Devo quando sento.

Non ho mai avuto alcun interesse per gli esiti statistici del mio impegno, creativo o no. Non sono mai stato interessato ad eccellere o ad emergere in alcun modo. Capisco che altri abbiano, possano avere, altre visioni, altre intenzioni, praticare altre vie alla vita ed alla scrittura.

Per me è sempre stata, e solo è, una questione di senso. Di Senso.
Un post in più, un tweet, un link, un accesso al blog, non significano nulla.

Un minuscolo accento di condivisione interiore apre invece un orizzonte sterminato di senso ed accende di Luce infinita il cuore dell’umano. Sarebbe stata, e tuttora è, la sintassi interiore di una poetica nata con me quarant’anni fa. La via mistica al canto o la mistica della nominazione.

La motivazione interiore per essere o per tornare in “Agapè”, attinge tale paradigma antropologico e poetico. Che è stato per me della vita e del canto, prima dell’avvento della rete, nel suo nascere, e lo è ora. Non avrebbe potuto essere per me altrimenti.
Personalmente, ho solo tentato, e tenterò fino a quando gli anni mi daranno grazia nell’anima e sapidezza nella mente per poterlo fare, consapevole di tutti i miei umani e numerosi limiti, di esserne all’altezza, rispettando tutta la libertà di tutti coloro che, richiesti, mi avranno fatto il dono di entrare in “Agapé”.

 

Post scriptum

Qualche giorno fa, dopo mesi di reciproco silenzio, ho scritto ad Isabelle Pariente-Butterlin. Un brevissimo scambio. Da tempo sentivo il bisogno di scandire con un punto fermo di senso l’avventura di “Agapé”, iniziata a Gennaio del 2104 con un testo della stessa Isabelle,che, invitata, mi aveva fatto il grande dono di aprire il nuovo sentiero di senso.

“Reprenons le fil.”, mi ha risposto tra l’altro nei giorni scorsi, quando all’inizio di marzo le ho inviato un breve messaggio.

Pochi giorni dopo, ho pubblicato, in “Convivio”, “Relazioni spiritualie l’ho comunicato ad Isabelle, così:

«Stamani mi sono svegliato guidato da un’intenzione forte ed insopprimibile.
Come spesso mi accade quando scrivo, dopo averla a lungo meditata, mi sono lasciato guidare dal suo imperativo interiore ed ho agito…

Così, la lettera che le ho scritto ieri, opportunamente redatta, è divenuta un post sul blog, in “Convivio”, dal titolo “Relazioni spirituali”.

Rileggendola ed editandola, mi sono reso conto che quello era il testo che mi attendevo da me stesso e da molti mesi. [...]».

Nello spirito più coerente cui vorrei si ispirasse sempre extemporalitas, a partire da me naturalmente, ed in risonanza con l’eco profonda delle parole che lei stessa scrisse iniziando “Agapé”, Isabelle mi ha inviato oggi il testo che segue. E’ la sua declinazione interiore delle “Relazioni spirituali”: “[…] Ma réponse à votre lettre est constituée de mon texte, qui est d’abord ma réponse. Je vous l’envoie, [...]”, sono state le parole con cui ha accompagnato il suo scritto.

Sono felice di condividere qui la sua risposta, un dono di cui le sono infinitamente grato. Ciò che più sento e più vivo, nel dialogo creativo dentro il quale sempre ho cercato al diapason della relazione tra chi scrive e chi legge la nota sublime della comunione, è l’accento musicale. Un ritmo del canto che è ritmo interiore ed evoca l’eco dell’Infinito di cui la creatura ha inestinguibile nostalgia, mentre invoca, consapevole del proprio umano limite, l’eterno mistero cui sempre attinge.

[@ Isabelle Pariente-Butterlin: “Relazioni spirituali. [Dans la conscience pure de ce que nous sommes]”].

[Huê Lan Lan: “Relazioni spirituali. [Entre deux silences qui ne sont pas oubli.]”].

 

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