Giornalista per sempre. [5] Scritti a mano.

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Scritti a mano.


Una sera d’estate, quasi dieci orsono, la malinconia mi aveva pervaso, come solo lei sa fare, salendo piano in ogni fibra dell’anima. Compagna dolce e silente, che stenti dapprima a sentire, poi una volta avvertita dentro te, a riconoscere nella sua vera identità di coscienza. Nella sua propria natura.
Talvolta sconfina o si presenta insieme e con il volto della sorella omozigote, la nostalgia. Prima ancora che tu possa comprendere se sia l’una o l’altra che avanza, che ti sfiora e accarezza sulla mente e nel cuore, ti prende, ti abbraccia e ti serra. Fino a quando le cedi e finalmente sai chi lei davvero sia, quella linea di sottile confine che ti divarica dentro, tra memoria e speranza, tra passato e futuro, abitando il tuo mite e indifeso presente.
Era una sera così, quell’estate di otto anni fa. Mentre lasciavo che il tempo trascorso parlasse in me, sempre più comprendevo da dove venisse. Se fosse, come in un primo tempo sembrava essere, malinconia, o come presto si mostrò, indulgere lento alla nostalgia. O se non fosse né l’una né l’altra, o, piano, il sentimento originario ch’era insieme un poco dell’una e un poco dell’altra, si stemperasse o nascesse in qualcosa d’altro di rinnovato ed al tempo stesso radicato nella memoria della vita vissuta. Un’intenzione, per esempio.
Affiorò allora il proposito denso che coltivavo da tempo, un progetto, se così si può dire, al quale mai avevo messo mano, e che si inscriveva a buon diritto nella metafora esistenziale, a me cara ed essenziale, del transito.
Erano trascorsi più di dieci anni da quando avevo smesso di praticare giornalismo attivo nella sua forma [allora, ma forse ancor oggi in qualche frangia non residuale dell'universo mediatico] ortodossa [più ortodossa]. Avevo lasciato per mia volontà Madre, la rivista mensile nella quale avevo esordito ed in cui avevo lavorato come giornalista per più di sedici anni. Ci sono vicende per metabolizzare [non dimenticare: quello è per alcune esperienza fondative e fondamentali della propria vita impossibile] le quali sono necessari anni. Uscire dal dolore, anche quando sei stato tu stesso a scegliere la via, la più dura, non è facile. Mai. Talvolta rasenti nel cammino abissi che sfiorano il non senso assoluto rispetto ai luoghi comuni, ed anche a qualche pur ragionevolissima e fondata evidenza del reale. Ci sono solitudini la cui radice è prima di tutto una sorgente interiore. La coscienza è la sola madre del più impervio tra gli esili. Anche quando non adotti strategie particolari di difesa e la tua sola immunità è garantita dall’andare tu come un folle verso un tuo possibile futuro, sordo e cieco a tutto il tuo passato, che pure hai amato senza remissione interiore,tutto di te tacita la memoria di quei giorni, di quel tempo umanamente e professionalmente felice.
La malinconia e la nostalgia sono dunque sintomi di guarigione, un balsamo rispetto alla durezza di quell’impietrito silenzio sopra il quale tutto scivola, la memoria intera e con essa la speranza, che nasce solo ed unicamente nel solco di una continuità possibile.
Stavo lentamente guarendo. Stavo uscendo. Me lo dicevano appunto la commossa malinconia e la velata nostalgia con la quale mi accostavo al mio passato. Altri segni avevo avuto. Altri desideri, che non si erano opposti, come mi era a lungo accaduto, anche alla dignità del ricordo ed alla stessa necessità.
Tutto l’archivio dei miei scritti, quelli relativi alla mia prima vita da giornalista, a grandi linee dai venti ai quarant’anni, era stato a lungo sepolto. Originali scritti a mano o a macchina. Bozze. Copie delle pubblicazioni che avevano ospitato i miei articoli. Corrispondenza di lavoro. Tutto sepolto, in un porto senza sbocchi sul mare della vita vissuta. Tutto in sonno, nel limbo di un passato all’apparenza, ed anche in realtà spesso, senza futuro e senza destino più.
Eppure da qualche mese erano accaduti fatti nuovi. Il muro di solitudine e di silenzio che mi aveva separato dalla mia vita precedente, la lunga fuga verso un futuro sempre in procinto di nascere e mai dato se non nel suo embrione di stato nascente, aveva mostrato qualche breccia. Nella forma di un incontro, non rifiutato, se non proprio cercato. Avevo riaperto qualche carpetta d’archivio. Con esitazione. Poi, con maggior convinzione, ero tornato fra le mie carte. In un’occasione, non avevo più rifiutato il passato e la necessità aveva fatto premio, per la prima volta. Avevo fotocopiato quasi per intero l’archivio degli articoli pubblicati, perché servivano per una candidatura.
Stavo guarendo.
Non più solo il giornalismo di formazione, di sperimentazione, di ricerca, in gran parte digitale, che dal 1994 in poi era stato la mia seconda vita. Stavo ritrovando confidenza con l’uomo e con il professionista che ero stato. E il dolore che un tempo avrei provato in quell’incontro un poco solipsistico si stava aprendo ad altro. Aprendo. Ecco.
Fu così che quella sera d’estate, proprio nell’anno in cui avevo registrato il dominio del blog che avrei aperto sette anni dopo,rivalutai tutta l’essenza dell’esperienza. Avrei scansionato alcuni degli scritti pubblicati, per riproporli un giorno, chi sa se, chi sa mai, chi sa quando, in formato digitale. Iniziai, quella sera stessa, da alcuni tra quelli che ritenevo più significativi. Tra quelli a me più cari.
Nei giorni scorsi, sono tornato ad aprire quella cartella, che riposa da anni sull’HD. “Scritti a mano”, l’avevo intitolata. Ed alcuni tra quei testi furono davvero scritti così, a mano, da me, che avevo iniziato la professione nel 1978, vedendo uscire le righe del mio lavoro dal magazzino di caratteri della linotype.
La sacralità dell’origine, così intatta nella dolorosa memoria di malinconia e di nostalgia, sembra spandersi con identico profumo nell’essenza creativa di sé. Nell’infinito transito che senza requie mi abita e mi occupa in stretta relazione con il tempo che ho vissuto, la parola di carta è la stessa parola digitale che ora proporrò qui nei mesi futuri. Testi, infine. Una testimonianza. Umana. Professionale. Una narrazione del vissuto all’ombra di un secolo che conosce la vocazione all’eterno e riconosce il suo effimero limite raccolto nella storia. Anche nel segno, dunque, che della storia è talvolta accento lieve e fragile, non di rado sintesi sublime dei tempi coniugati lungo la spirale del Tempo.

Giornalista per sempre [6]

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