Sedersi ancora lungo l’Ilisso…

Quello che segue è uno dei testi disseminati in rete, che negli anni scorsi ho scritto, ospite di siti o di blog diversi. “Sedersi ancora lungo l’Ilisso”, è il commento ad un post, che ho pubblicato qui il 21 Ottobre del 2006 (non vi sono permalink, e dunque si devono scorrere i commenti per ritrovarlo). Questa sera torna (anche) a casa, ospite mio…

Platone. La rete. L’anima.

Sedersi ancora lungo l’Ilisso, all’ombra di un platano, nella speranza e nella verità delle relazioni (peer too peer?) è tuttora un sogno vivo e non lontano dalle soglie del tempo a noi contemporaneo. Sognare che le nostre parole trovino accoglienza, giusta dimora, comprensione nell’anima di chi ci ascolta è un destino indipendente dalla natura dei mezzi (old and new). Molto connaturato, invece, alla qualità dei messaggi, la verità di noi e in noi, qualunque essa fosse, e ciascuno ne ha una propria da narrare (con blog e senza blog), in virtù della sua singolarità di creatura. Seduti in riva al fiume, come Socrate e Fedro nell’opera di Platone, nell’erba, all’ombra di un platano, che sono metafora e preludio della quiete ideale che informa il più intenso dialogo. Con il cuore della verità acceso in sé ed in mano (sulle labbra). Maestro e discepolo, media educator o apprendista comunicatore, insegnante o allievo, esperto dei nuovi media o dilettante della parola, giornalista o lettore, blogger o autore di un post (e viceversa). Sic transit gloria media, ma il fondamento dell’uomo non tramonta, e nemmeno la sua attesa curiosa di sé e dei fratelli. Di vecchio e di nuovo c’è solo lo sguardo del vero che emana dall’occhio di chi dialoga, parlando, scrivendo, ascoltando, leggendo, digitando, agendo nel corpo della parola con la propria vita (o viceversa: vivendo nel corpo l’essenza, la verità coerente, della propria parola). Aperto (oblativo?) o chiuso (ottuso?). Vivo e vero o morto e menzognero. Dunque, nuovo, o vecchio. Acceso o spento. Nascente o morente. Come la nostra civiltà, Occidentale, che non di rado si affaccia al domani con lo sguardo drammaticamente rivolto all’indietro. Piuttosto strabica esteriormente, di rado davvero memore di sé interiormente. Aggrappata alla scialuppa di salvataggio di un antico sapere e sgonfia dentro del sé che dovrebbe dialogare con i padri che invoca. Dunque, orfana anche dello spirito vivo dei suoi mentori. Che spesso soffia altrove, negli eredi che praticano, magari ignari, la maieutica di Socrate. Avverso alla scrittura (la forma del mezzo), certo, ma non alla verità che in essa si esprime, quando lo è, viva (la sostanza dell’anima). E’ la verità di noi che guida la danza. Il resto, la scrittura di Theuth, i caratteri mobili di Gütemberg, i media di massa (o la messe dei media) sono un dono di Dio per meglio stringerci la mano (libera parafrasi prosaica dalla poetica di Paul Celan). Certo, dimenticare di ringraziare Pan, può guadagnarci un’altra Babele. Molto, non tutto, dipende da noi. Intesi come creature, prima che come attori, attivi o passivi, dei (nei) media.

Comments are closed.