Sogno di una notte di mezza estate.

Vagando nella canicola, vagamente assuefatto all’indolenza che essa impone, ma non stordito dall’eco della cronaca che si fa storia e quasi impone l’agenda dei confronti anche privati, ho ritrovato sull’HD questo pezzo scritto l’8 ottobre 2007. Non amo e non ho mai amato gli uomini soli al comando. Credo che il male alligni e si sviluppi nel brodo di coltura di circostanze che non sanno generare gli anticorpi della critica in grado di riconoscerlo, e che la banalità dei propri comodi quotidiani, spacciati spesso per legittimi interessi personali, annichilisca o spenga sul nascere il dovere dell’opposizione e della resistenza al male stesso. In qualunque forma si eserciti a nascere, a moltiplicarsi, a vivere. Se è vero, come ho spesso scritto e come credo vero, che nessuno si salva da solo, è vero anche che il carisma benefico di un singolo può contribuire a scatenare la rivoluzione delle anime assopite dal conformismo della menzogna, della corruzione, dell’egoismo, dell’ipocrisia e del cinismo. Il pezzo che scrissi in quell’ottobre di cinque anni fa, non si riferisce a nessuno in particolare. Del resto, lo ripeto, amo più l’armonia dei diversi che le esibizioni muscolari dei solitari portatori di identità impositive.  Credo più nella bellezza di un Paese animato da singole coscienze vive e vocate al cammino insieme, che nella prassi vagamente idolatra dei popoli che si affidano al salvatore senza riserve critiche interiori atte a coglierne le contraddizioni e le menzogne. Eppure, quella sera d’inverno (il titolo era un altro), chi sa perché, chi sa pensando a chi, mi lasciai andare ad una licenza politicamente impoetica. Oggi, chi sa perché l’ho trovata… o forse proprio oggi lei ha ritrovato me. Il caso, lo so, non esiste.

 

Sogno di una notte di mezza estate.

Lungo i sentieri tortuosi che conducono in vetta al governo del Paese, fra tornanti da brivido antipolitico che si affacciano sopra abissi istituzionali, nella polvere sollevata da demagogia e populismo, c’è un uomo solo al comando. Ha il ciuffo composto e canuto, l’accento impolitico di chi ha licenza per cantare la bellezza del senso civico, lo sguardo ironico acceso dal disincanto dell’età, ma non spento dal cinismo degli usi e costumi…

 

Prima ha atteso che i vellicatori istituzionali dei più bassi istinti della società incivile tentassero  la fuga in avanti lisciando a lungo (durante più di un decennio) il pelo del gruppone indignato dagli scandali degli anni Ottanta. Poi ha guardato demagoghi e populisti massmediatici sfogarsi lungo i primi tornanti della strada che sembrava avere condotto alla Seconda Repubblica (primo quinquennio del Duemila). Nel contempo ha studiato attentamente le strategie, non di rado ciniche ed opportuniste, comunque sempre calcolatrici, di immaginifici sociologi e di profeti del giorno dopo, primi fra tutti uomini immagine, condottieri del marketing e della comunicazione politica, statistici illuminati dal senno di poi e analisti mirabili nell’attribuire nomi nuovi a cose obsolete. Tutti ispirati alla visionarietà dell’aposteriori. Infine si è messo in condizione di partecipare al meglio alla fuga buona e ha dunque deciso di sferrare l’attacco finale. L’ultimo e determinante. Quello che lo ha portato in testa, solo e con grande, aristocratico distacco. Per nulla intenzionato a dissimularlo, sebbene i rotti a tutto tentino di spingere al margine quella che, secondo i loro usi e costumi, non di rado non solo politici, sembra essere una inarrestabile vena naif. Confinandola ora nel greto dimesso dell’inopportunità politica, ora nel campo bene arato del politicamente scorretto, ora nella folta gramigna dell’ingenuità inutile, anzi dannosa per il raccolto (elettorale). Con mirabile sprezzo del pericolo, la convenienza personale e l’interesse di parte, si è alzato sui pedali, ha guardato l’orizzonte della ancor lontana ed invisibile vetta ed è partito. Come solo i campioni sanno fare. Buttando al vento tattiche e tecniche, alleanze opportuniste e convenienze strategiche. Con un impeto di passione civile, ha allungato. Verso la sola meta importante per ogni uomo: il rispetto di se stesso manifestato nella coerenza con il proprio ruolo e nella fedeltà alla proprie convinzioni. Anche dichiarate e non dissimulate o, peggio, tradite a giorni alterni, secondo l’inclinazione meteorologica ispirata ai venti di massa, primi fra tutti quelli artificiali alimentati dalle gigantesche pale mediatiche.

Incurante del fastidioso ronzio di fondo che ruote più o meno amiche procurano intorno, ha continuato a pedalare a testa bassa, nel solco della propria competente  coerenza. Senza abbandonare, nemmeno nei momenti in cui la strada impenna, l’eleganza del passista che sa dosare le forze in attesa di spendere tutta la riserva del talento. Quindi, colto il momento, ha alzato lo sguardo. Il papa laico ha sferrato un durissimo attacco all’ego che alligna indisturbato nel Paese sotto la coltre di un mal dissimulato conformismo. Scelta di tempo perfetta. Eccellente la conoscenza del terreno sul quale spendere il meglio delle proprie energie. Esemplare il modo con cui si è liberato della zavorra ancora in scia nel gruppo dei pari: l’argomentazione a sostegno del proprio stacco in avanti. Chapeau. Qualunque fosse il destino della squadra di cui è parte, ha già scalato il terribile valico della coerenza e della trasparenza, della limpidezza comunicativa (naif?). Il Gran premio dell’antiretorica istituzionale è certamente suo.

Assuefatti agli indici di gradimento e di ascolto, dalle proiezioni statistiche del nostro (presunto) immaginario collettivo (forse sarebbe più corretta una lettura di segno opposto), stremati dall’overdose di esposizione ai media, confusi dalla serietà di comici che si ostinano a sostenere ruoli impegnativi e dalla comicità di persone impegnate che riescono a far ridere anche quando assumono accenti gravi, siamo ormai incapaci di cogliere il filo d’oro di una verità dentro il retorico magma di infiniti pronunciamenti contraddittori  fra loro e/o incoerenti rispetto al profilo di chi li espone e ci assale dunque subito un dubbio.

Forse, con una strategia acuminata e a tratti perfida, silente e nascosta come solo sanno essere i disegni di largo respiro e di lunga gittata, ha deciso di candidarsi, con credenziali vincenti, al  Circensi Media Awards. Una competizione ormai più prestigiosa del Nobel e più accreditante di qualsiasi virtuosa esistenza, animata sempre più, se non solo, da personaggi, di varia estrazione pubblica e privata, che legittimano il proprio ruolo, molto, se non unicamente, apparendo e poco agendo. Fedele alla scuola di una vita, sostenuto con la certificazione di qualità di persona seria, non ha però adottato lo stile smutandato e ombelicale di qualche subretto dell’avanspettacolo politico. E forse questo (anche questo…) gli ha guadagnato un ampio margine di credibilità.

Ci si potrebbe chiedere se possa esistere equità in assenza di legalità (la giustizia, in una società civile e democratica, ha il suo fondamento nel rispetto delle leggi). Ci si potrebbe chiedere se sia necessario iniziare dall’equa distribuzione delle risorse, prima che dal rispetto della normativa che consente di alimentarle. Si finisce sempre ad uno stesso identico punto: solo una limpida coscienza civile può informare una corretta prassi della convivenza. Del resto, una sinistra degna di tale nome, dovrebbe sapere che la legge, in una società democratica, si pone a tutela soprattutto degli ultimi. Non per una distorsione ideologica del diritto: per la semplice ragione che i soggetti forti (economicamente, fisicamente, politicamente, intellettualmente, culturalmente, persino spiritualmente…) non ne avrebbero alcun bisogno, ciascuno nel proprio ambito di prevalenza, per ottenere giustizia. La norma, ispirata ad un principio regolatore il più possibile condiviso, è invece essenziale al fine di ristabilire un equilibrio in favore del soggetto più debole. Ognuno potrebbe applicare un semplice e minimo esempio a tale argomentazione, per capire come, in caso di conflitto/disparità, solo un giudice terzo rispetto alle  parti in causa (la legge, appunto), potrebbe ottenere, in nome di una legge volta a tutelare i diritti di tutti e di ciascuno, alla componente più debole il rispetto del proprio diritto. Certo, ci si può, e ci si deve, impegnare per costruire una società equa anche prima, ma non al di fuori, delle leggi. In una società democratica, però, non si può subordinare continuamente la legge allo spirito senza suscitare il sospetto che sia l’interesse di una sola parte a guidare le azioni. Del resto, una destra degna di tale nome dovrebbe sapere che non si esercita la tutela del diritto in spregio al bene comune e in difesa esclusivamente dell’(proprio) interesse privato. Non per una inclinazione demagogica, populista ed infine paternalistica a lasciar cadere l’obolo dalla ricca mensa. Per la civile consapevolezza del fatto che la propria forza, il potere, è un’opzione debitrice sempre di qualche attenzione al contesto.

Ci si potrebbe chiedere “chi cominci per primo e da dove si debba iniziare”. Tutti i punti d’inizio vanno bene (legalità ispirata ad equità o equità attestata nella legalità) e tutti avrebbero il diritto (verso se stessi: coscienza/coerenza) e il dovere (verso la società civile) di iniziare per primi. A condizione che l’impegno sia poi di tutti e di ciascuno, secondo le potenzialità. La coscienza civile viene prima del principio di legalità e del principio di equità, ma, appunto, li fonda ed ispira entrambi. Senza, non vi è alcun inizio e dunque nessun destino. Ognuno dovrebbe curarla in sé ed esprimerla nell’esperienza al meglio di sé. In coerenza con il proprio ruolo. La credibilità è la fonte primaria di ogni fiducia. La sola che offre spunti adeguati per una significativa costruzione del futuro.

 

 

 

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