Solo, poeta, nella parola.

 

Solo, poeta, nella parola.

Hai scoperchiato il vaso di Pandora. Hai tentato di varcare le colonne d’Ercole. Hai volato, con Icaro, e, reso ebbro di te, sino al Sole sei giunto. La cera dei sogni hai scontato disciolta e all’estremo tentata. Hai sconfitto il ciclope con l’astuzia di Ulisse che si disse Nessuno. Hai sfidato i confini dello Spazio e del Tempo. Alle soglie sei giunto dell’eterno Silenzio.

Un mattino d’inverno di un giorno qualunque, nel presagio dell’alba che nasce alla vita, hai lasciato la notte interiore. Hai guardato di nuovo lontano, con un solo conforto, la tua piccola mano. La Fessura celeste che hai sentita fiorire, ti ha donato l’aurora risorta in un canto d’amore.

Hai compreso che l’eroica e dolente passione, la tua lunga ed intensa tenzone, non aveva destino. Che il cammino disgiunto della cosa reale e del ritmo sublime nelle amate parole, ricondotta all’origine intatta ed unita del solo Mistero, era tutta la vita. La Luce del vero. Che cercarla nell’abisso dei tempi vissuti e nell’imo di te era il solo pertugio, sortilegio di senso comune tra l’umano e il divino.

Hai ripreso, pellegrino moderno nell’anfratto incorrotto dei tempi, nella nicchia silente, il tuo lento cammino.

Fosti solo, quando un coro felice cantava senza ombra di pena la sua resa alla cosa. Il primato della forma apparente, contraltare sicuro all’incerta visione del senso, al tuo inutile canto.

Sei passato nella cruna dell’ago di un futuro smarrito. Nella luce e nell’ombra del passato smemorato e ferito.

La vita chiede. La domanda radente incalza il presente senza più conforto. Chi è il poeta? Cos’è la poesia? E la parola, quel minuscolo accento di Luce in cui la vita si accende di memoria e speranza, di tensione e ricordo, di presenza e di amore, la parola, cos’è, infine? E tu, poeta, sei davvero tutto in essa ed è essa tutta in te, e sei in lei un sintagma di solitudine assoluta? Un frammento di Infinito che ancora e di nuovo sa narrare visioni e dunque dare unità e senso alla Storia? Un lembo di tempo Eterno in cui lo sgomento d’essere e di saper essere se stessi qui ed ora e per sempre sigilla in unità e dunque ristora la paura? O sei un lacerto d’Occidente, anche tu alla deriva, una funzione, una derivata, un orpello della cosificazione performante e sei dunque esotericamente inutile? Inutile davvero e non un testimone della nobile inutilità del canto, la sua chiara e luminosa afflizione di sempre?

Lo so, stenti a rispondere. Una atavica ruggine secolare ha corroso l’Origine. Quel pertugio d’Innocenza reso pervio poeta dalla tua testimonianza nell’unità coerente di parola e vita è occluso dai sedimenti dell’ego, che, a lungo incurante, hai lasciati posare là, dove la parola attingeva canto.

Sei povero e vai nudo, più della filosofia che tuttora osa interrogare la Vita, il Senso, la Storia. Sei spoglio e solo nel Cosmo. Il Caos ti alberga e tu resisti unicamente in lievi scarti di apparenza e astuti. Ulisse ha ceduto all’incantesimo delle sirene e tu, fragile figlio del tuo tempo, sei andato con lui.

Abbarbicato al legno del tuo sublime naufragio nella vastità moderna dell’Infinito declinato secondo l’ontologia dei tempi, hai spogliato l’anima deserta all’osso di sé e reso alla parola tutto il fiato del tuo respiro interiore. Sei stato un folle amante nell’estenuata decadenza che ha fatto dei sogni una semplice essenza di conforto nei segni. Lo stile. La smagata performatività esistenziale. Tutto, tutto, nella modernità, ha congiurato contro l’essenza del canto, contro la verità di te, poeta. L’etica ha scavato una nicchia di sopravvivenza nell’esercizio del suo contrario, l’abilità retorica degli spacciatori di verità in similpelle.

Vorrei parlarti ancora nelle parole che ho amato, nei segni veri e vivi del tuo schianto. Ma è tempo, lo so, di andare. Verso nuovi Cieli e Terre nuove. Verso una profondità dell’io ancora ignota, forse, in cui la notte canta e l’estremità del Caos di nuovo si compone nell’armonia di Cosmos. Dove il canto strozzato nell’afasia di senso apre le ali sulla tolda del reale e tu, poeta, di nuovo ed ancora dispieghi le tue, superbe, della parola in un volo senza spazio e senza tempo. Qui ed ora, nell’Infinito spazio e nel tempo Eterno.

 

 

 

Comments are closed.